American Herald Tribune, 21 gennaio 2018 (trad.ossin)
 
C'è un’altra Grande Guerra nel futuro di Israele
Jeremy Salt
 
Dopo più di un secolo [dalla Dichiarazione Balfour], i sionisti sembrano pronti a dare il colpo di grazia alla Palestina, con l’annessione della Cisgiordania. In un primo momento limitata ai soli insediamenti, ma preludio dell’annessione di tutto il territorio. Lo status della popolazione palestinese continuerà a restare in sospeso, in attesa di trovare una soluzione permanente. Dopo l’annessione, alcuni potrebbero andarsene. Più saranno e più Israele sarà soddisfatta, ma due espulsioni di massa già subite hanno insegnato ai Palestinesi che debbono restare. Potrebbe esserci ancora una terza ondata di espulsioni con una guerra che faccia da cortina fumogena, e ancora una volta una guerra si annuncia.
 
Ahed Tamimi, la militante palestinese di 17 anni, in carcere per avere schiaffeggiato un soldato israeliano che aveva sparato in faccia al cuginetto
 
I fondatori sionisti non volevano nulla di meno che tutta la Palestina. Fin dall’inizio sapevano che avrebbero dovuto espellere la popolazione indigenza. Il « binazionalismo » di Martin Buber era una buona idea che non aveva però alcuna presa sulla classe politica. Le intenzioni della dirigenza sionista dovevano restare nascoste fino a quando la colonia non avesse acquistato la forza di prendersi la Palestina
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Weizmann e altri proclamarono solo buone intenzioni, nient’altro che di voler vivere al fianco dei Palestinesi, e che non avevano alcuna intenzione di creare uno Stato ebraico. Solo nei loro giornali confessavano le reali intenzioni, dal desiderio di Herzl di trasferire la « popolazione povera [gli Arabi] » fuori dalla Palestina, fino alla conclusione, nel 1940, di Yosef Weitz, direttore del dipartimento per gli insediamenti coloniali del Fondo nazionale ebraico, che non c’era posto in Palestina per i coloni e gli « Arabi ». E questi ultimi dovevano andarsene. Queste intenzioni non erano minoritarie ma rappresentative di quello che i dirigenti sionisti pensavano dovesse farsi se la Palestina fosse diventata loro.
 
Dato che i Palestinesi si sarebbero battuti fino all’ultimo, la terra poteva solo essere presa con la forza. Passo dopo passo, I sionisti sono andati avanti verso questo obiettivo. I Britannici hanno dato un contributo reprimendo la rivolta palestinese del 1936-39, la prima intifada, decapitando la leadership populista che avrebbe potuto guidare la lotta contro i sionisti negli anni 1940. Migliaia di Palestinesi furono uccisi e molti di più arrestati.
 
Il piano di spartizione del 1947 non corrispondeva alla reale volontà dei membri dell’ONU. Era stato imposto all’Assemblea Generale dalle minacce rivolte agli Stati vulnerabili dagli Stati Uniti, e non sarebbe altrimenti mai stato adottato. Israele ne ha beneficiate politicamente ma non aveva alcuna intenzione di adeguarsi alle sue disposizioni, che avrebbero lasciato intatto il numero di Palestinesi, tre volte superiore a quello dei coloni sionisti. La guerra del 1948 era una guerra inevitabile: senza la pulizia etnica della Palestina, non ci sarebbe stato Israele.
 
Le espulsioni massicce del 1948-1949 furono seguite da una seconda ondata di espulsioni nel 1967, e poi dal lento strangolamento dei Palestinesi, in Cisgiordania e a Gaza, e per questo Israele ha usato tutti i mezzi possibili, militari, economici e pseudolegali. Vi sono state altre guerre, tutte dirette a consolidare e ad estendere il controllo sionista sulla Palestina e a distruggere i nemici di Israele: Suez 1956, Libano 1978, 1982 e 2006, Gaza a molte riprese, oltre a innumerevoli «incursioni» oltre frontiera con l’uccisione di decine di migliaia di civili arabi.
 
C’è stato anche un « processo di pace », una iniziativa dell’OLP, che Israele si è limitato ad assecondare per vedere che cosa riusciva a ricavarne. Avviato nel 1993, nel 1995 era già fallito, sebbene il suo cadavere continui a galleggiare ancora oggi. Il « processo di pace » era un’astuzia diplomatica che attribuiva a Israele più tempo per rafforzare il proprio controllo sui territori occupati nel 1967. Yasser Arafat fu accettato come partner del negoziato e, quando non ebbe più niente da dare, Israele considerò di nuovo il pacificatore come un terrorista e lo uccise. Mahmud Abbas (Abou Mazen, all’epoca rivoluzionario) ha preso il posto di Arafat, assumendo il ruolo di cinghia di trasmissione di Israele in Cisgiordania, ma solo per essere anche lui scartato appena ha cominciato a non essere più utile a Israele.
 
Dopo una colonizzazione illimitata e il riconoscimento da parte di Trump di Gerusalemme come capitale di Israele (respinto praticamente da tutto il resto del mondo), con una conseguente riduzione dell’aiuto USA all’UNRWA (l’Agenzia di aiuto delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi), adesso l’OLP minaccia di « non riconoscere più » Israele. Se questo riporta il « problema della Palestina » al 1948, la ragione sta nel fatto che, da allora, Israele non ha mai cambiato posizione.
 
Il tempo trascorso dal 1993 ad oggi ha consentito a Israele di stabilire centinaia di migliaia di nuovi coloni in Cisgiordania, che secondo lui non possono essere evacuati per il rischio di una guerra civile. Forse è vero, ma lo Stato di Israele ha consentito loro di istallarsi perché vi rimanessero, perché completassero il progetto sionista, e non ha mai avuto intenzione di cacciarli. Israele adesso ha intenzione di « legalizzare » quelli che ha fino ad oggi chiamato gli « avamposti » illegali dei coloni, come se vi fosse una differenza in diritto internazionale tra le diverse forme di totale illegalità della presenza di coloni in Cisgiordania, nelle colonie o negli avamposti dei « giovani delle colline » che vanno e vengono a loro piacimento, attaccando, bruciando e distruggendo. Sono protetti dallo Stato e la cosa non deve sorprendere, perché è uno Stato fuori controllo da più di sette decenni.
 
Il portavoce della cricca sionista è attualmente Naftali Bennett, il ministro dell’educazione, che parla oramai della « fine dell’epoca dello Stato palestinese e dell’inizio dell’era della sovranità », intendendo con questo l’annessione della Cisgiordania da parte di Israele e la sua sovranità su tutta la Palestina. Se c’è una differenza tra Bennett, un probabile futuro Primo ministro, e Netanyahu, è solo che il primo parla più chiaramente delle sue intenzioni. Il disinvolto Netanyahu, che trova sempre vantaggioso parlare di « processo di pace », ha nel suo partito altri esponenti che parlano apertamente come Bennet. Tzipi Hotovely, per esempio, la vice-ministro degli Affari esteri, parla anche lei di annessione: non vede l’ora che la bandiera israeliana sventoli su Haram al Sharif (la spianata delle Moschee) e considera gli ex soldati del movimento di protesta “Breaking the Silence” come « criminali di guerra ».
 
Bennett non fa che mostrare la direzione che Israele prenderà prima o poi. Dal punto di vista sionista, il prossimo passo importante deve essere l’annessione. La tattica della pace è stata sfruttata fino in fondo, la soluzione dei due Stati è morta (ammesso che sia mai esistita), non c’è niente che possa più ricavarsi dall’Autorità palestinese e, a Washington, Israele ha un amico, Donald Trump, che sostiene Israele (riconoscimento di Gerusalemme come capitale) più di qualunque presidente USA dal 1948 : solo il riconoscimento di Israele da parte di Truman quando lo Stato venne proclamato può essergli paragonato. Che cosa può ancora venire se non l’annessione? Bennet pensa che il vento soffi in favore di Israele e, a considerare le trattative con i governi del Golfo e l’appoggio ancora più generoso degli Stati Uniti, ha ragione.
 
Ma tutto questo è sufficiente per pensare che la partita sia finita e che Israele abbia vinto su tutta la linea? Forse no: forse assolutamente no. Questa questione non riguarda solo i Palestinesi e non ha mai riguardato solo loro. E’ una questione araba, una questione mussulmana, una questione di diritti umani e un problema mondiale. Non è sparita e non sparirà. Ahed Tamimi schiaffeggiando un soldato israeliano al volto, dopo essere stata colpita da lui (qualcuno se n’è ricordato? Non certo i media  mainstream), e attualmente detenuta a tempo indeterminate a causa di questo crimine “efferato”, è l’ultimo esempio della forza d’animo palestinese di fronte all’oppressione.
                   
Fin dall’inizio, nonostante il loro coraggio e la loro determinazione, i Palestinesi dovettero affrontare forze che nessun piccolo gruppo di persone avrebbe potuto vincere da solo: i Britannici, i sionisti, gli Stati Uniti e le enormi risorse che tutti questi hanno investito nell’occupazione della Palestina lungo un secolo. Tuttavia la Palestina non è solo una questione palestinese e non è solo una questione più generale di diritti dell’uomo: è una questione che va al cuore della storia e dell’identità araba. La strada del ritorno in Palestina dovrà sempre attraversare il mondo arabo. Era praticamente chiaro fin dall’inizio. Finora, due governi arabi  (Egitto e Giordania) hanno firmato trattati di « pace » con Israele. Questi accordi cartacei tra governi non godono di alcun sostegno popolare né in Egitto, né in Giordania: non è che i loro popoli non vogliano la pace, è che non sono disposti a sacrificare la Palestina per ottenerla. C‘è un gigante addormentato qui che Israele pensa possa dormire per sempre. I popoli sono la dinamite all’estremo dello stoppino. In circostanze favorevoli e con buoni leader, possono essere mobilitati come lo furono in passato.
 
Essendo uno Stato razzista, Israele tratta da molto tempo gli « Arabi » con disprezzo o li considera incapaci di fare quel che alla fine hanno fatto. Il primo esempio è quello del 1973, quando gli Egiziani lanciarono una brillante operazione sul canale, cogliendo le truppe israeliane completamente di sorpresa. Se Sadat non avesse tradito Hafez al Assad, stoppando l’offensiva egiziana dopo solo una settimana, Israele avrebbe potuto essere scacciata dal Sinai e dalle alture del Golan. Solo un intervento in forze degli Stati Uniti (essi intervennero già direttamente trasportando per via aerea materiale militare direttamente nel Sinai) avrebbe potuto impedire una disfatta israeliana. Nel sud del Libano occupato, Israele ha subito colpi su colpi. E’ stato colto alla sprovvista da Hezbollah e, di fatto, è stato espulso dal Libano nel 2000. Ha ritentato nel 2006 ed è stato nuovamente umiliato, e questo spiega perché sia determinato a distruggere Hezbollah la prossima volta, anche se fosse necessario distruggere anche il Libano.
 
Naftali Bennett era uno dei soldati di Israele in Libano. Dà di sé l’immagine di un personaggio duro. « Ho ucciso molti Arabi ai miei tempi, e non ho problemi con questo », ha detto. Tra gli « Arabi » che ha aiutato ad uccidere, più di un centinaio di civili libanesi, tra cui molti bambini, che si erano rifugiati in un’area recintata dell’ONU a Qana, nel sud del Libano, che venne bombardata dalle forze di invasione israeliane nell’aprile 1996. Un uomo perse 31 membri della sua famiglia, tra cui 9 bambini. Bennett era membro dell’unità d’« élite » Maglan. Quando il suo distaccamento cadde in una imboscata di Hezbollah, chiese l’aiuto di una unità di artiglieria. Secondo un altro ufficiale, quando riuscì a comunicare, Bennett era isterico, ma sono arrivati gli obici e lo hanno salvato, 13 di essi vennero fatti esplodere nell’area recintata dell’ONU. Il segretario generale dell’ONU, Boutros Boutros Ghali, smentì le giustificazioni di Israele, che aveva attribuito il bombardamento ad un errore, perché il sito dell’ONU era stato oggetto di ricognizione da parte di droni ed elicotteri israeliani. Il risultato fu che gli venne negato un secondo mandato, perché gli USA non lo vollero, preferendogli Kofi Annan.
 
Bennett e i suoi ex compagni d’arme si considerano guerrieri. Un’opinione non condivisa da Hasan Nasrallah, sulla base dell’esperienza avuta con gli Israeliani. In una recente intervista trasmessa dall’emittente Mayadeen, Nasrallah ha ironizzato sulla capacità di combattimento dei soldati israeliani. Secondo lui, i successi della Resistenza in Libano e in Palestina hanno distrutto il mito dell’invincibilità israeliana (un mito già demolito almeno dalla guerra del 1973). Hezbollah e le forze alleate hanno combattuto contro i takfir per sette anni in Siria e per più di tre anni in Iraq. Era un nemico che combatteva con squadre di commando suicida, un nemico « pronto a morire » senza esitazione, a paragone con gli Israeliani che, ha detto Nasrallah, avanzano solo se sono preceduti da una forza blindata, seguiti da ambulanze e protetti in cielo da elicotteri e aerei da combattimento. Un soldato del genere è sconfitto in anticipo. E’ un vigliacco senza volontà di combattere. Combattere contro lo Stato Islamico è molto più difficile che combattere contro Israele, che si può sconfiggere bila shaq (senza alcun dubbio). E’ il fattore umano che costituisce un vantaggio per la resistenza.
 
Nasrallah ha evocato più volte la prossima « grande guerra » contro Israele, che impegnerà non solo « l’asse della Resistenza » (Iran, Iraq, Siria, Libano, Palestina e tutte le organizzazioni del mondo arabo che « sostengono questa strada ») ma anche centinaia di migliaia di volontari arabi. Nasrallah ha dichiarato che Sayyid Abd al Malik al Huthi ha promesso di inviare decine di migliaia di combattenti volontari, anche se fosse ancora in corso la guerra saudo-yemenita. Questa guerra, che Nasrallah ha spesso detto che Hezbollah combatterà in Galilea attraverso la linea di armistizio e che si allargherà a tutta la frontiera libanese e siriana con Israele, è stato il tema centrale di tutte le sue interviste recenti.
 
La strategia di Israele fin dalle prime batture sarà la distruzione totale di Hezbollah il più rapidamente possibile, e anche di tutto il Libano che sarà necessario distruggere per eliminare Hezbollah. Israele, come per il passato, punterà soprattutto sulla potenza aerea. Questo è quello su cui Hezbollah e i suoi alleati lavorano da anni per neutralizzare. Che Israele si stia preparando attivamente alla guerra risulta chiaramente dalle esercitazioni aeree e terrestri che ha realizzato negli ultimi sei mesi, impegnando forze aeree, navali e terrestri, la robotica, i combattimenti nei tunnel e l’evacuazione dei civili del nord fino alle linea di armistizio con il Libano. Lo stato maggiore israeliano ha effettivamente preso atto della pessima performance delle sue truppe sul terreno, a Gaza o nel Libano nel 2006, e ha accresciuto la percentuale di soldati e ufficiali provenienti dagli ambienti dei coloni religiosi, che sono più fortemente motivati, pensa, dei ragazzi non praticanti.
 
Non può esservi dubbio che lo stato maggiore israeliano analizzi ogni parola pronunciata da Nasrallah, la prenda sul serio e la consideri con rispetto sulla base dei successi militari di Hezbollah, ma poco di quello che dice Nasrallah raggiunge i media « occidentali ». Che lo considerano solo un chierico dalla barba cespugliosa regolarmente presentato come il vassallo dell’Iran in Libano, come se non avesse un pensiero proprio, e non come una delle menti più impressionanti del Medio Oriente. Nasrallah non si abbandona mai a discussioni vuote e parla solo della « possibilità » di una grande guerra futura, per non allarmare le persone, mentre è chiaro che non si tratta solo di una probabilità, ma sarà una guerra che metterà un punto finale allo scontro storico con Israele. Volendo infliggere una disfatta schiacciante ai suoi nemici, questo è certamente ciò che Israele avrà in mente. Hezbollah è pronto e Nasrallah pensa di poter vincere.
 
L’idea stessa che Israele possa essere sconfitto sul campo di battaglia non viene proprio presa in considerazione nel discorso ‘occidentale’ che è stato costruito su secoli di pregiudizi anti-arabi e anti-mussulmani nei media. E’ qualcosa che viene considerata come impensabile, insensata e risibile. Israele subisce qualche rovescio, ma non perde la guerra: questa possibilità non esiste proprio nelle menti condizionate da una infinita manipolazione mediatica. Una simile guerra deve essere considerata con terrore: come dice Nasrallah, nessuno può oggi dire dove ci porterà, ma con l’eliminazione di tutte le opzioni di pace, il pendolo oscilla inevitabilmente in questa direzione. Forse che Hassan Nasrallah è fuori dalla realtà quando parla della vittoria e di centinaia di migliaia di combattenti che si impegneranno nella prossima guerra, oppure sa qualcosa che noi non sappiamo? Sa evidentemente molte cose che noi non conosciamo, ma perché Israele sia battuta, occorrerà neutralizzare la sua potenza aerea offensiva e difensiva. Hezbollah e l’Iran hanno trovato come raggiungere questo risultato? E’ questo il motivo della loro fiducia? Dovremo attendere la prossima guerra per scoprirlo.
 
 
 
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