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Orient XXI, 3 febbraio 2015 (trad. ossin)



Le speranze tramontano in Marocco

Il re continua a regnare e governare

Omar Brousky (*)


Nonostante le speranze suscitate, nel luglio 2011, dal varo della attuale Costituzione e dall’arrivo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (PJD) al governo del Marocco, la regressione democratica è una realtà che si percepisce quotidianamente, che si tratti della repressione contro le ONG o del bavaglio imposto alla stampa


Anche se i – molto – ampi poteri del re Mohammed VI non sono stati posti in discussione, il rafforzamento dei diritti e delle libertà costituisce un punto significativo della riforma costituzionale del luglio 2011, imposta dalla Primavera araba: diritti linguistici con, in particolare, il riconoscimento dell’amazigh come lingua ufficiale alla pari di quella araba; diritti legati alla questione di genere, col riconoscimento esplicito dell’uguaglianza tra uomo e donna (1); libertà individuali, con l’affermazione delle “libertà di pensiero, di opinione e di espressione in tutte le loro forme” (articolo 25), ecc. Tra quelle che sono state sia “garantite” che rafforzate, la libertà di riunione, di raduno e di manifestazione pacifica: “Sono garantite la libertà di riunione, di raduno e di manifestazione pacifica, di associazione e di appartenenza sindacale”, precisa l’attuale Costituzione.

Pur preservando la sostanza delle prerogative reali, queste “riforme” hanno permesso al Marocco di superare i momenti di turbolenza provocati dalla Primavera araba, senza però che si innescasse una vera dinamica democratica (2).

Da qualche mese, le attività degli organismi sociali più in vista, soprattutto dell’Associazione marocchina per i diritti dell’uomo (AMDH), vengono sistematicamente vietate: le autorità accusano questa ONG, la più importante del paese sia per il suo dinamismo che per il radicamento sociale, di non essere allineata con gli “orientamenti fondamentali” dello Stato.


Associazioni che danno fastidio

Tutto ha avuto inizio il 15 luglio 2014, quando il ministro dell’interno marocchino, Mohamed Hassad (non appartenente al alcun partito, ma espresso dal Palazzo reale) ha annunciato in Parlamento che alcune associazioni arrecherebbero “danni alla reputazione e all’immagine” del paese: esse ostacolerebbero l’azione delle autorità nella lotta contro il terrorismo, ha detto, e farebbero il gioco di ‘agende straniere”. Senza mai essere citata, l’AMDH è però la più importante tra le ONG prese di mira dalle accuse del ministro: dopo tali dichiarazioni, più di sessanta iniziative di questa associazione sono state vietate. Ma i veri interrogativi che suscita la requisitoria di Hassad riguardano il contenuto del suo discorso. Da quali “agende straniere” l’attività dell’AMDH sarebbe influenzata? In quale misura e in che modo una ONG riconosciuta di pubblica utilità dallo Stato nel 2000 arrecherebbe danni all’immagine del Marocco? E infine perché l’AMDH, l’unica associazione marocchina a definirsi come una ONG “laica”, ostacolerebbe l’azione delle autorità nella lotta contro il terrorismo? Nessuna risposta è stata fornita dal ministro.

Qualche giorno dopo, sempre in Parlamento, Hassad ha sottolineato che alcune ONG sarebbero “finanziate da fondi stranieri”, e che la loro gestione mancherebbe di trasparenza. Il finanziamento di associazioni marocchine da parte di fondazioni o organizzazioni straniere, nell’ambito di progetti di sviluppo (alfabetizzazione, promozione dei diritti umani, lotta contro la povertà nelle regioni arretrate, lotta contro l’esclusione delle donne, ecc) è assolutamente legale. Considerate come azioni complementari a quelle dello Stato in materia di sviluppo, i finanziamenti stranieri sono piuttosto incoraggiati dalla legge e dall’amministrazione marocchina. Secondo le cifre ufficiali, i finanziamenti stranieri delle ONG marocchine sono passati dai 7 milioni di euro del 2007 ai 24 milioni di euro del 2012.

Subito dopo le dichiarazioni di Mohamed Hassad, l’AMDH, il cui bilancio viene ogni anno pubblicato, ha invitato le autorità a controllare la propria gestione finanziaria, Ma ancora una volta il ministero dell’interno non ha dato alcun seguito a questo “invito”.



Khadija Ryadi, l'ex presidente dell'AAMDH


La spinosa questione dei diritti dell’uomo

Fondata nel 1979 da Abderrahmane Benameur, un avvocato di sinistra molto rispettato in Marocco, l’AMDH è oggi una delle più importanti ONG marocchine, con un raggio di azione che copre tutto il territorio nazionale. Il lavoro sul campo, la prossimità, il volontariato dei suoi militanti e la loro presenza nei luoghi più remoti del paese sono il marchio di fabbrica dell’associazione. Anche se i suoi maggiori dirigenti sono esponenti dell’estrema sinistra marocchina, soprattutto del Partito della “via democratica” (Annahj Addimokrati), l’AMDH gode del rispetto di tutti – compresi gli islamisti del potente movimento “Giustizia e beneficenza” – vietato ma tollerato. La sua forza è la promozione e il rispetto dei diritti umani in conformità dei parametri internazionali. Diversamente, per esempio, dalla Organizzazione marocchina per i diritti dell’uomo (OMDH), vicina al partito dell’Unione socialista delle forze popolari (USFP).

A proposito della vicenda del Sahara Occidentale, una “causa sacra” in Marocco, l’AMDH ha assunto una posizione neutrale, denunciando tuttavia le violazioni della libertà di manifestazione pacifica in questo territorio amministrato dal Marocco dal 1975, ma che l’ONU considera sempre come un “territorio non autonomo” (non decolonizzato). L’ONG denuncia regolarmente la repressione della polizia marocchina nelle grandi città del Sahara Occidentale (soprattutto Laayoune e Smara) contro una parte della popolazione saharawi, e non esita a difendere il diritto di questa a manifestare pacificamente. Peraltro, i rapporti che pubblica ogni anno sulle violazioni dei diritti dell’uomo in Marocco sono ampiamente riportati dalla stampa straniera, e le ONG internazionali (Amnesty International e Human Rights Watch, soprattutto), si basano su queste per il loro rendiconti.


“O si è patrioti, o si è traditori”

La credibilità dell’AMDH, che va oltre le frontiere nazionali, le vale l’ostilità delle autorità marocchine ai più alti livelli. Nel suo discorso del 6 novembre 2014 (in occasione dell’anniversario della “marcia verde” di occupazione del Sahara Occidentale, ndt), il re Mohammed VI ha definito “traditori” tutti coloro che non si allineano alla posizione ufficiale sulla questione del Sahara Occidentale: “Da quando i disordini e la distruzione di beni pubblici sono esercizio dei diritti e delle libertà? In effetti, noi abbiamo già espresso, nel discorso della Marcia Verde del 2009, il nostro ripudio categorico di questi comportamenti e abbiamo avvertito: ‘O si è patrioti, o si è traditori’ e non esiste giusto mezzo tra il patriottismo e il tradimento. Peraltro non vi è gradazione possibile nel patriottismo o nel tradimento, perché o si è patrioti o si è traditori”.

Per due volte la giustizia ha dato torto al ministero dell’interno: nel novembre 2014, quando il tribunale amministrativo di Rabat ha condannato lo Stato a versare 10.000 dirham (circa 1.000 euro) all’AMDH per averle impedito di tenere una riunione preventivamente autorizzata alla Biblioteca nazionale di Rabat; nel gennaio 2015, lo stesso tribunale ha di nuovo condannato lo Stato a versare 50.000 dirham (circa 5.000 euro) all’associazione, dopo il divieto imposto dalla wilaya (organismo simile alla Prefettura, ndt) di Rabat, di un’azione che avrebbe dovuto tenersi nel settembre 2014 al centro Bouhlal, nella capitale.


Anche il giornalismo è all’indice

Ma queste condanne non hanno dissuaso le autorità dal continuare a vietare tutte le manifestazioni che non sono “conformi all’orientamento dello Stato”. Il 22 gennaio a Rabat, un incontro internazionale sul giornalismo investigativo, al quale dovevano partecipare esperti e giornalisti di diversi paesi (Marocco, Francia, Egitto, Tunisia, Algeria, ecc), oltre al ministro marocchino della comunicazione, Mustapha El-Khalfi, è stato vietato dalle autorità cittadine. Sono state fornite istruzioni non scritte ai responsabili dell’hotel dove avrebbe dovuto svolgersi la riunione – questa volta organizzata dalla fondazione tedesca Friedrich Naumann – perché fosse impedito agli organizzatori di svolgere l’incontro. Questi ultimi sono stati allora costretti a spostarsi alla sede dell’AMDH, dove l’incontro ha avuto finalmente luogo… senza il ministro. Per comprendere l’ampiezza del contrasto, immaginiamo in Francia un incontro internazionale, il cui invitato d’onore fosse il portavoce del governo, Stephane Le Foll, vietato dal suo collega dell’interno, Bernard Cazeneuve.

Questi contrasti rivelano la natura del sistema politico marocchino, del quale è il re la chiave di volta e l’unico vero attore: egli è sempre il Comandante dei Credenti, un ruolo che gli conferisce una sorta di sacralità, ed è lui a decidere della politica generale dello Stato nel consiglio dei ministri da lui presieduto. Il capo del governo? Coordina l’azione dei ministeri nel campo amministrativo, cura l’esecuzione delle leggi e, soprattutto, esegue le decisioni del re. Passato da quattro a dodici consiglieri nel 2011, il gabinetto reale, il cui direttore è Mohamed Rochdi Chraibi, un compagno di scuole del re, è la vera direzione dell’esecutivo in Marocco. Il “gabinetto” è dominato da un amico intimo del monarca, Fouad Ali El-Himma, che ne è membro e distribuisce nel suo ambito i compiti e le “missioni”. Con sede nel cuore del palazzo reale di Rabat, il gabinetto non è un organo costituzionale, ma una struttura politica che contribuisce attivamente all’elaborazione delle decisioni strategiche del monarca e le mette in opera, servendosi – se necessario – del governo che dirige l’amministrazione. Più che mai il re Mohammed VI “regna e governa”, mentre l’attuale Costituzione precisa nel suo primo articolo che “il Marocco è una monarchia ‘non solo’ costituzionale, ‘ma anche‘ parlamentare”.  
 

(*) Giornalista e universitario marocchino, autore di “Mohammed VI dietro la maschera. Il figlio del nostro amico”. Nouveau Monde Edition, settembre 2014


Note:

(1)    Questa “uguaglianza” tra uomo e donna è però subordinata al “rispetto… dei valori e delle leggi del Regno”, precisa l’articolo 19 della Costituzione marocchina.

(2)    La fine delle speranze legate alla Primavera araba, a partire dal febbraio 2011, è una realtà che si percepisce quotidianamente: decine di militanti laici del 20 febbraio, un movimento per le riforme nato sulla scia delle prime manifestazioni, si trovano oggi in prigione o sono imputati in processi iniqui di diritto comune; la stampa indipendente, che all’inizio del regno di Mohammed VI era uno dei fenomeni più dinamici, è quasi assente, la maggior parte dei suoi giornalisti essendo stata costretta all’esilio o a cambiare mestiere. (Occorre ricordare che il giornalista Ali Lmrabet, ex direttore del giornale satirico Demain, è tuttora interdetto dall’esercizio della professione giornalistica, per decisione giudiziaria).