Orient XXI, 12 marzo 2018 (trad.ossin)
 
Perché il Qatar è osteggiato dai suoi vicini del Golfo
Alain Gresh 
 
Nella notte tra martedì 23 e mercoledì 24 maggio 2017, l’agenzia di stampa del Qatar QNA pubblicava sul suo sito internet un comunicato a firma dell’emiro Tamim bin Hamad Al-Thani. Questo comunicato tirava in ballo i paesi vicini, soprattutto l’Arabia Saudita, accusandoli di complottare contro l’emirato. Come risposta, il 5 giugno, l’Arabia Saudita, gli Emirati arabi uniti (EAU), il Bahrein e l’Egitto annunciavano una serie di misure contro il Qatar : ritiro dei loro ambasciatori a Doha, embargo commerciale, divieto di sorvolo del loro territorio per gli aerei dell’emirato, ecc. Simultaneamente scatenavano una formidabile campagna mediatica contro questo paese. Presentavano anche una lista di 13 condizioni, cui l’emirato avrebbe dovuto uniformarsi, soprattutto una riduzione dei suoi rapporti con l’Iran, la chiusura dell’emittente Al-Jazeera e di altri media, la chiusura della base militare turca in corso di costruzione, e la rottura delle relazioni con organizzazioni « terroriste », soprattutto i Fratelli Musulmani e Hezbollah. Queste richieste sono state respinte da Doha.
 
 
Oggi si sa che l’agenzia QNA era stata hackerata, molto probabilmente dai servizi segreti degli EAU, e che il comunicato messo in linea era un falso. Si trattava dunque solo di creare un pretesto per ingaggiare una prova di forza contro il Qatar. Perché?
 
Stati storicamente divisi
 
Per capirlo, occorre esaminare la storia della penisola arabica. Ad eccezione dell’Arabia Saudita, nata nel 1932, la regione è stata a lungo sottoposta alla dominazione britannica. La decisione di Londra, nel 1970,  di ritirare le sue truppe di stanza a est del canale di Suez ha accelerato il processo di indipendenza di piccoli emirati, che si sono raggruppati nella federazione degli Emirati arabi uniti comprendente sette membri (1). Ma il Bahrein e il Qatar non hanno voluto associarsi, e anche Oman e il Kuwait hanno ottenuto la loro indipendenza.
 
Nel 1982, dopo la rivoluzione in Iran, è stato costituito il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) che unisce l’Arabia Saudita, gli EAU, il Qatar, Bahrein, il Kuwait e Oman.
 
Nonostante i tanti punti in comune (regimi autoritari, alleanza con l’Occidente e in primo luogo con gli Stati Uniti, dipendenza dalla mano d’opera straniera, ruolo predominante del petrolio e del gas nell’economia), nonostante i loro tentativi di coordinare le loro politiche in seno al CCG, questi Stati sono sempre rimasti divisi. Si sono perfino scontrati in « guerre di frontiera » e non sono mai riusciti a definire una strategia comune nei confronti del grande vicino che è l’Iran. D’altronde i piccoli emirati hanno timore delle tendenze egemoniche dell’Arabia Saudita.
 
Il Qatar agisce per conto proprio
 
In questo contesto, il Qatar ha avuto un’evoluzione particolare. Il 27 giugno 1995, approfittando di un viaggio del padre all’estero, il principe ereditario Hamad Ibn Khalifa fece un colpo di Stato. Lanciò poi un vasto programma di sviluppo finanziato dalle immense ricchezze dei giacimenti di gas. Il governo favorì la creazione, nel 1996 dell’emittente televisiva satellitare Al-Jazeera, dai toni molto liberi e popolarissima nel mondo arabo, ma capace di suscitare tensioni coi vicini. L’alleanza con gli Stati Uniti è rimasta sempre prioritaria – il Qatar ospita dal 2003 un quartier generale avanzato dell’United States Central Command (Centcom), il comando generale delle forze USA per tutta la zona —, ma il paese non ha esitato ad allacciare relazioni sia con Israele, che con l’Iran, la Siria ed Hezbollah.
 
Le rivoluzioni arabe del 2010-2011 hanno visto l’emirato protagonista della scena regionale, in quanto l’emiro appoggiava il processo di trasformazione, contrariamente all’Arabia Saudita. Soprattutto, appoggiava i Fratelli Musulmani, che hanno vinto le elezioni in Egitto e in Tunisia. Ma, quando il presidente Morsi venne deposto in Egitto nel luglio 2013, l’emirato ha adottato un profilo più discreto, con l’abdicazione dell’emiro nel 2013 in favore del figlio Tamim.
 
Un’uscita dalla crisi assai lontana
 
Una prima crisi con l’Arabia Saudita nel 2013-2014 trovò una soluzione. Ma poi, con la designazione come principe ereditario dell’Arabia Saudita di Mohamed bin Salman nel 2015 e col suo ruolo crescente nella politica saudita, si è giunti alla nuova offensiva dell’estate 2017. A distanza di nove mesi, e anche se l’embargo ha un costo economico, l’emirato è riuscito ad evitare l’isolamento internazionale. Gli Stati Uniti, in un primo  momento favorevoli all’Arabia, hanno poi fatto marcia indietro e adesso chiedono, come l’Unione Europea, la fine dell’embargo. Il Qatar è stato aiutato dall’Iran e dalla Turchia, e la televisione Al-Jazeera, che aveva attenuato le sue critiche contro i vicini dopo il 2014, ha ripreso il suo mordente.
 
Tuttavia sembra lontanissima un’uscita dalla crisi, nonostante la mediazione del Kuwait (e anche di Oman), e le divisioni nella Penisola arabica contribuiscono alla destabilizzazione del Medio oriente già in fiamme per le guerre di Siria, Iraq e Yemen.
 
(1) Abou Dhabi, Dubaï, Sharja, Ras al-Khaïma, Oum al-Qaiwain, Ajman et Fujaira.
 
 
 
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