Le Monde Diplomatique, giugno 2017 (trad.ossin)
 
Il conflitto ucraino, un’occasione per il presidente Lukashenko
Minsk si ribella al grande fratello russo
Ioulia Shukan (*)
 
Dal colpo di Stato in Ucraina, la Bielorussia tenta di barcamenarsi nelle tensioni crescenti tra Russia e Unione Europea. Assumendo un ruolo di mediazione, Minsk spera anche di diversificare gli scambi commerciali e di affermare la sua indipendenza da Mosca. Ma, volendo conservare il potere e il partenariato strategico con la Russia, il presidente Lukashenko sa bene che ci sono linee rosse da non oltrepassare
 
Igor Tishin. – « The Person in a Case » (L’Essere umano in una scatola), 2016 A&V Art Gallery, Minsk
 
Nella primavera 2014, l’annessione della Crimea alla Russia e l’ingerenza di quest’ultima nell’Est ucraino hanno raffreddato le strette relazioni bilaterali della Bielorussia col suo vicino russo. « Dimostrando la capacità di Mosca di imporsi con la forza, i fatti ucraini hanno fatto volare in pezzi il mito sovietico dei popoli fratelli, russo, ucraino e bielorusso », spiega Alexandre Alesin, giornalista specialista di questioni di difesa. In seguito, il presidente bielorusso Alexandre Lukashenko ha cercato di prendere le distanze dal Cremlino, senza per questo dare l’impressione di rimettere in questione i suoi interessi.
 
Il signor Lukashenko non intende demolire le basi di una alleanza strategica annodata quando venne eletto presidente di questa ex Repubblica sovietica, nel luglio 1994. Una relazione che si è intessuta attraverso l’Unione della Russia e della Bielorussia, istituita l’8 dicembre 1997, e vari accordi multilaterali – La Comunità degli Stati Indipendenti (CEI) creata nel dicembre 1991, l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, fondata nel 2002, o l’unione economica euroasiatica, in vigore dal 1° gennaio 2015.
 
Primo partner commerciale della Bielorussia (26,1 miliardi di dollari nel 2016, contro 6,5 miliardi nel 1996), la Russia ha accordato importanti sovvenzioni indirette alla sua economia, sotto forma di crediti a misure di stabilizzazione o tariffe preferenziali nella vendita di idrocarburi. L’ammontare di questi sussidi ha superato gli 80 miliardi di dollari negli anni 2002- 2015  (1). Minsk e Mosca hanno stretto anche partenariati militari strategici in campo militare, con la creazione di un raggruppamento regionale inter-arma nel 1999, o ancora di un sistema comune di difesa aerea nel 2011. Dal 1995, I due paesi utilizzano in modo congiunto due infrastrutture militari situate sul suolo bielorusso (2).
 
La crisi ucraina ha spinto però Minsk a diffidare del suo « grande fratello ». La sua nuova dottrina militare, in vigore dal luglio 2016, inserisce – senza designarla nominativamente – anche la Russia, oltre alle Potenze occidentali (accusate da Lukashenko di fomentare una « rivoluzione colorata ») tra i vicini che potrebbero montare un’operazione asimmetrica contro il paese. Il testo menziona operazioni che ricordano l’intervento russo nei territori dell’Est ucraino: gruppi armati terroristi o estremisti al soldo di Stati terzi, operazioni di destabilizzazione dirette a sprofondare il paese in un conflitto armato, o guerre di informazione. Minsk si adopera d’altronde per migliorare le performance contro insurrezionali delle unità d’élite della sicurezza interna o dell’esercito. Lo scenario dato alle esercitazioni del settembre 2016, presso Lepel, nella regione di Vitebsk, ricorda gli avvenimenti della primavera 2014 nel Donbass ucraino, particolarmente l’assalto di commando armati, al comando del russo Igor Strelkov, di uffici pubblici a Sloviansk e a Kramatorsk. Queste forze speciali, che contano qualcosa come ottomila uomini, sono poste tutte, indipendentemente dai reparti di appartenenza, al comando del figlio primogenito del presidente, Viktor Lukashenko, consigliere per la sicurezza nazionale. Anche le forze d’appoggio della difesa territoriale e i loro 120 000 riservisti sarebbero impiegati nella risposta ad eventuali focolai di conflitto a istigazione di potenze straniere, e dunque in operazioni contro-insurrezionali e antiterroriste.
 
Non potendo chiudere la frontiera bielorussa-russa, che i cittadini dei due paesi possono attraversare senza visto, come un semplice limite amministrativo, Minsk vi ha istituito nel settembre 2014 un regime di « territorio di frontiera » comportante un rafforzamento dei controlli, senza però applicarli veramente per non provocare il suo vicino.
 
Lo Stato bielorusso ha anche accelerato il processo di demarcazione e sistemazione dei suoi 1 084 chilometri di frontiera (porosissima) con l’Ucraina, per prevenire il rischio di propagazione della violenza e di circolazione di combattenti e armi. Ad oggi, quasi 350 chilometri sono stati già istituiti, sono stati approntati dei posti frontalieri supplementari e sono stati creati una nuova brigata e diversi gruppi mobili di guardie frontaliere. A febbraio 2016, la partecipazione a conflitti armati all’estero, eccezion fatta per le forze armate bielorusse, è diventata passibile di una pena a cinque anni di reclusione. Nella primavera dello stesso anno, il ministero dell’interno avrebbe avviato un’inchiesta penale contro 138 combattenti bielorussi che hanno preso parte al conflitto armato nel Donbass, da una parte o dall’altra della linea del fronte.
 
Igor Tishin. – « Inverse Movement » (Movimento inverso), 2012 A&V Art Gallery, Minsk
 
Il governo si mostra anche preoccupato per la preponderanza di media russi nel paese. A maggio 2016, il vice aggiunto dell’amministrazione presidenziale, Igor Bouzovski, ha definito le emittenti, le trasmissioni e i programmi russi, che rappresentano il 65 % dei contenuti diffusi dagli schermi televisivi del paese, come « inquietanti dal punto di vista della cultura nazionale e della sicurezza dell’informazione ». Una preoccupazione tanto più viva dal momento che il governo è spesso oggetto di attacchi mediatici. A novembre 2016, l’emittente Pervy Kanal (« primo canale ») e la Zvezda (« stella ») del ministero della difesa russa hanno dedicato una trasmissione ciascuna alla Bielorussia, dibattendo sul tema se anche essa si avviasse, come l’Ucraina, sulla strada pericolosa del nazionalismo antirusso.
 
Censurare la diffusione di questi programmi, rivelatori delle inquietudini che la ricerca di autonomia della Bielorussia risveglia nei circoli del governo russo, costituisce tuttavia una linea rossa che Minsk non è sul punto di oltrepassare. Il regime preferisce promuovere indirettamente l’identità nazionale, in un paese dove, dopo venti anni di russificazione intensa, più dell’80% della popolazione parla correntemente russo. A luglio 2016, l’Unione bielorussa repubblicana della gioventù (BRSM), che ha compiti di formazione sociale e politica dei giovani, ha organizzato, indotta dalle autorità, una giornata delle vychivanka, la blusa tradizionale ricamata in bianco e in rosso, i colori nazionali.
 
Fine dell’ostracismo europeo
 
Nella sua ansia di autonomia, Minsk cerca di normalizzare le relazioni con Bruxelles. Grazie alla crisi ucraina, si è imposta come mediatore indispensabile nei negoziati diretti a risolvere il conflitto armato nel Donbass. Gli eventi ucraini hanno fatto così cambiare la politica dell’Unione Europea nei confronti del regime di Lukashenko : in un primo momento articolate attorno ai valori della democrazia e dei diritti umani e sostenute da sanzioni, si sono poi ricentrate sugli interessi dei ventotto Stati membri, soprattutto in materia di sicurezza e stabilità delle frontiere.
 
Questi mutamenti, insieme alle garanzie di apertura fornite dal regime bielorusso, hanno indotto l’Unione a levare, il 15 febbraio 2016, le sanzioni contro 170 personalità e tre imprese pubbliche e private. L’ostracismo internazionale del paese datava dall’inizio degli anni 2000 e nasceva dal rifiuto opposto da Lukashenko alla richiesta di libere elezioni e rispetto dei diritti umani. Le sanzioni concernenti quattro persone responsabili di sparizioni politiche negli anni 1999-2000, oltre all’embargo sulla vendita di armi e altro materiale utilizzabile a scopo repressivo, sono state peraltro rinnovate.
 
Da allora, Bruxelles e Minsk intrecciano un dialogo limitato al campo economico (miglioramento del clima degli affari), commerciale (riduzione delle barriere per l’importazione di merci bielorusse nell’Unione), finanziario (assistenza per l’ottenimento di un credito di aggiustamento dal Fondo Monetario Internazionale) o tecnico (introduzione delle regole tecniche europee, economia verde, modernizzazione delle infrastrutture di trasporto). Questo dialogo sembra suscettibile di aiutare la Bielorussia a preservare la sua stabilità, perfino a compensare la riduzione degli aiuti diretti e indiretti russi.
 
Minsk e l’Unione europea hanno firmato il 13 ottobre 2016 un « partenariato per la mobilità » diretto a facilitare la circolazione delle persone, nel contempo scoraggiando l’emigrazione irregolare e i traffici illeciti. Esso viene a completare gli accordi di ammorbidimento del regime dei visti e di riammissione, i cui negoziati avviati nel gennaio 2014 non sono stati ancora completati per mere ragioni tecniche. Una volte in vigore, questi accordi faciliteranno il passaggio della frontiere e ridurranno il prezzo dei visti Schengen, che i Bielorussi pagano oggi 60 euro, contro i 35 euro dei cittadini russi. Una misura importante per questo paese che registra il maggior numero di visti Schengen rilasciati per abitante (in totale , 752 782 per l’anno 2015).
 
Se tali progressi senza precedenti nelle relazioni con Bruxelles stimolano il regime ad aprirsi ancor di più, l’autoritarismo di Lukashenko impedisce la firma di un accordo di partenariato e di cooperazione, pure chiesto con insistenza da Minsk (3). Candidato dal 1993, il paese è l’unico del continente rimasto alla porta del Consiglio d’Europa; è anche l’unico ad applicare ancora la pena di morte. Il presidente Lukashenko non vuole abrogare le restrizioni all’esercizio delle libertà politiche e civili varate all’inizio degli anni 2000, per paura delle conseguenza che potrebbero esservi sul suo potere personale.
 
Dopo una relative moderazione nel trattamento delle manifestazioni dell’opposizione nel 2016, il regime ha ricominciato, a marzo 2017, con le maniere forti per soffocare il movimento di protesta contro una tassa di quasi 200 euro sulla « assistenza sociale », vale a dire la disoccupazione oltre i sei mesi. Quindi settecento persone sono state arrestate a Minsk, il 25 marzo, in occasione di una manifestazione non autorizzata; 144 sono state condannate ad ammende di diverse centinaia di euro o all’arresto da cinque a venticinque giorni. Una ventina di ex militanti nazionalisti degli anni 1990 sono stati anche incriminati per attività insurrezionali. La relativa discrezione dell’Unione europea a proposito di questa repressione dimostra peraltro la sua reticenza a ostracizzare il regime, per paura che si richiuda e si rivolga esclusivamente verso la Russia.
 
Questo tentativo di riequilibrare la politica estera della Bielorussia ha reso teso il dialogo con Mosca su taluni dossier strategici e anche economici. I disaccordi si sono prima di tutto manifestati a proposito del dispiegamento sul suolo bielorusso, nei pressi di Lida, nella regione di Hrodna, di un reggimento di aerei da caccia russi, nell’ambito del sistema comune di difesa aerea. Si è cominciato a parlarne nel 2012, ed è tornata d’attualità nell’autunno 2015, nel pieno della campagna elettorale presidenziale e mentre Minsk sperava di ottenere una revoca parziale delle sanzioni dell’Unione Europea. I media russi hanno annunciato il dispiegamento effettivo dei caccia in Bielorussia a partire dal 1° gennaio 2016. Il presidente Lukashenko ha dichiarato che il suo paese non aveva alcuna intenzione di accogliere una base militare russa sul suo territorio.
 
Questa iniziativa di Mosca, che poco si preoccupava della reazione di Minsk, costituiva una risposta al dispiegamento da parte della NATO di nuove divisioni nei paesi baltici e di uno scudo antimissile — di tecnologia statunitense — in Europa centrale. A maggio 2016, è diventato operativo il sistema di difesa USA di Deveselu (Romania), e sono sempre allo studio siti polacchi e cechi per collocarvi altri elementi dello scudo, come missili di intercettazione o radar. Si trattava anche di controllare meglio un partner bielorusso recalcitrante: qualunque aspirazione di  Lukashenko alla neutralità del suo paese nello scontro tra la Russia e l’Occidente, come pure ogni margine di manovra verso Mosca, sarebbero definitivamente compromessi se si aprisse una base aerea russa sul suo suolo. Peggio ancora, per quanto riguarda la sua posizione di « zona cuscinetto » tra la NATO e la Russia, il paese potrebbe un giorno diventare il campo di uno scontro più diretto. Cosa oltremodo temuta dai Bielorussi, che ricordano di avere perso quasi il 25% dei loro durante la Seconda Guerra Mondiale.
 
Infine le conseguenze economiche negative della crisi ucraina sui due paesi hanno rafforzato I riflessi nazionalisti, dando luogo a nuove guerre commerciali nel 2016. La tensione è dapprima salita di livello a proposito della vendita di gas russo alla Bielorussia. Di fronte al rifiuto di accordare una riduzione del prezzo del gas, Minsk ha deciso unilateralmente di pagare solo 73 dollari, invece di 132, per 1 000 metri cubi. Mosca ha risposta con una sensibile riduzione delle consegne di petrolio brut detassato (18 milioni di tonnellate al posto dei 24 milioni previsti), infliggendo un colpo severo alle industrie petrolchimiche bielorusse, la cui produzione rappresenta un terzo delle esportazioni globali del paese.
 
Altro punto di frizione, l’importazione in Russia, attraverso il territorio della Bielorussia, dei prodotti alimentari provenienti dall’Unione Europea e sotto embargo russo dal 6 agosto 2014. I regolamenti doganali in vigore nell’Unione economica euroasiatica autorizzano infatti la Bielorussia a riesportare questi prodotti (formaggi, legumi e frutti, pesce e frutti di mare) a condizione che siano stati trasformati o riconfezionati sul suo territorio. Numerosi produttori del paese, stimolati dal governo, approfittano di questa occasione. Secondo la Procura Generale della Federazione russa, la Bielorussia avrebbe esportato nel 2015 cinque volte più mele e funghi di quanti non ne abbia prodotto. A ottobre 2016, l’agenzia delle leggi sanitarie russe l’ha accusata di avere importato quasi centomila litri di latte polacco per riesportarlo dopo averlo confezionato, aggirando in tal modo l’embargo. La Russia, dal canto suo, cerca di irrigidire unilateralmente le regole di importazione dei prodotti bielorussi (latte, formaggio, carne), soprattutto sottoponendoli a embargo temporanei.
 
Queste tensioni però non lasciano per nulla prevedere una serie messa in questione delle relazioni, troppo forti essendo le reciproche dipendenze sui piani strategico ed economico. Finché i propri interessi sono al sicuro in Bielorussia, Mosca non sembra avere intenzione di trattare severamente il suo partner. Anche se questa assistenza è molto meno importante di quanto non lo fosse negli anni 2000, Mosca continua ad accordargli un sostegno finanziario: 12 miliardi di dollari scaglionati su diversi anni, attraverso l’intermediario della Banca euroasiatica di sviluppo, o ancora 1 miliardo di dollari promessi nel 2017 per aiutare la Bielorussia a pagare un debito di 720 000 dollari per il gas venduto nel 2016. Infine, dopo l’ultimo summit bilaterale, il 3 aprile 2017, Mosca ha finalmente concesso al suo vicino una riduzione sul prezzo del gas per il 2018 e 2019: sarà rispettivamente di 129 e 127 dollari per 1000 metri cubi, contro i 150 dollari inizialmente previsti.
 
Minsk non intende contestare più apertamente alla Russia lo status di partner privilegiato, anche se è rimasta attaccata alla sua posizione di neutralità nella crisi ucraina e, più oltre, nello scontro tra Russia e NATO. Ha così accolto, nell’autunno 2017, le manovre militari russo-bielorusse Zapad (Ovest), conformemente ad una tradizione strategica sovietica ripresa nel 1999.
 
Questa posizione di neutralità di Lukashenko, come pure l’aspirazione ad una maggiore autonomia, rientrano in una strategia di difesa del suo regime. Nel contesto attuale, questa strategia richiede l’affermazione della sovranità della Bielorussia, una politica estera più equilibrata e perfino una certa apertura. Essa è anche molto apprezzata dalla popolazione che, di fronte al conflitto tra i Due Grandi, preferisce una posizione defilata: nell’estate 2016, il 58 % delle persone intervistate dichiarava di volersi tenere a distanza dallo scontro tra la Russia e la NATO.
 
Note:
 
(1) Secondo Ryhor Astapenia e Dzmitry Balkunets, « Belarus-Russia relations after the Ukraine conflict » (PDF), Belarus Digest, Ostrogorski Centre, Minsk-Londres, agosto 2016.
 
(2) Si tratta del centro di comunicazioni della marina militare russa a Vileïka (regione di Minsk) e della stazione di radar di radiolocalizzazione e di allerta della difesa aerea e aereospaziale a Hantsavitchy (regione di Brest).
 
(3) La Bielorussia e il Turkmenistan sono gli unici Stati post sovietici a non avere formalizzato in un accordo quadro i loro impegni con Bruxelles.
 
 
 
(*) Ricercatrice in sociologia politica all'Università Paris Nanterre. Autrice di Génération Maïdan, L’Aube, Paris, 2016
 
 
 
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