Analisi, ottobre 2011 - All’inizio dell’insurrezione armata in Siria, il figlio di Yehya, un soldato dell’esercito siriano, fu rapito e ucciso da gruppi armati a Daraa. La testimonianza di Yehya contraddice le “lacrime di coccodrillo” di Ban Ki-moon, che lamenta in ogni occasione “l’atrocità” del regime siriano. Yehya dice: “Tutti i corrispondenti esteri sanno che un enorme quantità di elementi dell’esercito e della guardia nazionale è stata uccisa. Allora come si fa a dire che non ci sono gruppi armati?” E aggiunge: ”Chi sono quelli che rapiscono e uccidono i civili e i soldati? Quelli che pretendono che non c’è insurrezione armata in Siria sono dei bugiardi”... (nella foto, un bambino tra le macerie di Misurata)









Le Grand Soir 25 ottobre 2011



Dopo l’assassinio di Gheddafi: la Libia occupata, la Siria in attesa
Fida Dakroub

Non deve meravigliare che Ban Ki-moon, l’angelo protettore dell’umanità che fa la parte del pollo, laddove invece bisognerebbe denunciare la sistematica distruzione delle infrastrutture della Libia da parte della Nato, col pretesto di proteggere i civili, non deve meravigliare che questo angelo abbia, fin dall’inizio dell’insurrezione armata in Siria, additato il regime siriano come colpevole e responsabile dell’aumento delle violenze


Un paesaggio siriano
Nel recente discorso indirizzato al presidente siriano Bachar al-Assad, il 17 ottobre a Berna, il segretario generale dell’ONU, Ban Ki.-moon, ha detto: “Ho chiesto insistentemente al presidente Assad di far cessare questi massacri, che sono inaccettabili, prima che sia troppo tardi”. Aggiungendo che è “del tutto inaccettabile che in Siria siano stati uccisi 3000 civili”. Il signor Ki-moon ha continuato a prendersela, con erculeo eroismo, con il regime siriano dichiarando che: “la Siria risponde che si registrano più morti tra le forze di sicurezza che tra i civili, ciò non impedisce che i massacri debbano cessare, e io chiedo con insistenza di avviare una azione urgente in questa direzione” (1)

Fortunatamente queste considerazioni non ci meravigliano, perché è diventato abituale che, prima e dopo ogni iniziativa presa dal regime siriano per avviare un dialogo tra le diverse componenti della società siriana al fine di elaborare una prospettiva comune di riforme e soluzioni da adottare, i dirigenti delle potenze imperialiste, e i loro portavoce ai quattro angoli del mondo, aumentino la loro pressione sul presidente siriano Bachar al-Assad; da una parte respingono le sue iniziative, dall’altra amplificano i loro discorsi “antropofili” sulle “violazioni” dei diritti dell’uomo.

Ironicamente gli insorti armati, sostenuti dall’impero statunitense e dai suoi alleati europei, non ascoltano gli strilli d’aquila dell’Impero e il suo discorso “filantropico”, né la vista acuta di quest’aquila reale riesce a vedere gli atti di violenza compiuti dagli insorti, che saccheggiano, bruciano e distruggono le infrastrutture del paese, e che marciano a grandi passi verso lo smembramento della Siria in diversi Stati-Confessioni e Stati-Tribù.


Tristemente i media dell’Impero statunitense e delle province continuano a produrre una disinformazione sistematica sui violenti sconvolgimenti che colpiscono il mondo arabo, fornendo una immagine falsa di quanto accade. A voler credere a questi media, il mondo arabo vivrebbe in una perenne “primavera”, malgrado il calore soffocante dei pesanti bombardamenti in Libia, in Siria, in Yemen e a Bahrein. Così le violenze in Siria sarebbero state una specie di “rivoluzione popolare” contro un presidente “despota” che reprime il suo popolo, e che se la spassa nel suo harem. Un’immagine interessante che potrà servire da scenario per una nuova serie del “Signore degli anelli” (The Lord of the Rings); Bravo Hollywood!

Tuttavia noi teniamo a esprimere il nostro disaccordo con la versione falsa dei media imperiali, malgrado la loro tendenza “utopica” di vedere le cose.
Siamo dell’avviso che la Siria si trovi, da nove mesi, di fronte ad una cospirazione atlantica, i cui attori principali sono: l’Impero statunitense, la Francia di Napoleone il piccolo (2), Nicolas Sarkozy, e la Turchia del nuovo sultano ottomano, Recep Tayyip Erdogan. A questi attori principali si aggiungono dei giocatori subalterni, come gli emirati e i sultanati arabi del Golfo.
Purtroppo, sul campo, gli scontri quotidiani tra l’esercito siriano e i gruppi armati, sostenuti dall’estero dai paesi più sopra menzionati, è già costata la vita a più di 3000 civili e più di 800 soldati e poliziotti.

L’esempio di Yehya Murhej, che ha perso suo figlio ai primi atti di violenza, ci aiuta a mettere insieme i tasselli di questo rompicapo e a dare una illustrazione completa e reale del paesaggio siriano.
All’inizio dell’insurrezione armata in Siria, il figlio di Yehya, un soldato dell’esercito siriano, fu rapito e ucciso da gruppi ramati, a Daraa, il 23 marzo. La testimonianza di Yehya contraddice le “lacrime di coccodrillo” del segretario generale dell’ONU, Ki-moon, che lamenta in ogni occasione “l’atrocità” del regime siriano. Yehya dice: “Tutti i corrispondenti esteri sanno che un enorme quantità di elementi dell’esercito e della guardia nazionale è stata uccisa. Allora come si fa a dire che non ci sono gruppi armati?” E aggiunge: ”Chi sono quelli che rapiscono e uccidono i civili e i soldati, come hanno fatto a mio figlio? Quelli che pretendono che non c’è insurrezione armata in Siria sono dei bugiardi”. (3)

In un altro ambito, il corrispondente del giornale inglese The Independent, Robert Fisk, scrive a proposito delle violenze in Siria: “Una unità di disertori dell’esercito siriano, che sostiene di essere forte di diverse migliaia di uomini – una stima che proviene probabilmente da un calcolo fatto sulle dita – ha appena fatto la sua comparsa in internet, con le foto di alcuni degli uomini in uniforme. Un atto audace che prova anche che gli avversari di Assad, se non sono delle “gang”, sono sicuramente armati”. (4)

Tutto sommato l’ultimo invito indirizzato dal segretario generale, Ki-moon, al presidente siriano Bachar al-Assad, oltre al suo inspiegabile silenzio nei confronti della sistematica distruzione della Libia con pretesti “umanitari”, dà l’impressione che l’ ONU sia una organizzazione subalterna alla NATO, e che il suo ruolo sulla scena internazionale si sia ridotto.


Il linciaggio di Gheddafi: una violazione dell’Articolo 3 della Convenzione di Ginevra del 1949
Nel corso di un colloquio sulle frequenze delle stazioni radio Voice of Russia, Radio Russia e Ekho Moskvy, il Ministro degli affari esteri russo, Serguei Lavrov, ha risposto alle domande degli ascoltatori a proposito della situazione in Libia e della morte di Gheddafi, in seguito ad un conflitto a fuoco tra le milizie del Consiglio nazionale di transizione (CNT) e alcuni partigiani del vecchio regime. Il Ministro russo ha dichiarato che “Gheddafi aveva perduto la sua legittimità da lungo tempo, ma la sua morte apre una serie di problemi seri” (5) Lavrov ha anche affermato che i video e le foto della morte di Gheddafi mostrano che il capo libico è stato ucciso dopo la sua cattura, non prima: “Le immagini che abbiamo visto alla televisione mostrano che (Gheddafi) è stato veramente catturato dopo essere stato ferito, e che solo dopo, quando era già prigioniero, è stato ucciso”, ha detto.

Non è per caso che Lavrov ha sottolineato che l’uccisione di Gheddafi costituisce una violazione dei principi del Diritto internazionale umanitario, che esigono l’applicazione di certe procedure nei confronti dei prigionieri di guerra.
Ricordiamo che le regole dirette espressamente a proteggere i prigionieri di guerra furono enunciate per la prima volta in maniera dettagliata nella Convenzione di Ginevra del 1929. Esse furono migliorate nel corso della Terza Convenzione di Ginevra del 1949, sulla base delle lezioni tratte dalla Seconda Guerra Mondiale, e nel Protocollo addizionale del 1977. Lo statuto di prigioniero di guerra si applica solamente alle situazioni di conflitto armato internazionale. Per prigionieri di guerra di intendono generalmente i membri delle forze armate di una delle parti in conflitto caduti prigionieri della parte avversa.
La Terza Convenzione di Ginevra menziona altre categorie di persone alle quali questo statuto si può applicare o che possono essere trattati come prigionieri di guerra: “I prigionieri di guerra devono essere trattati con umanità in ogni circostanza. Essi sono protetti contro ogni atto di violenza o di intimidazione, oltre che contro gli insulti e la curiosità pubblica” (6) Nel caso di conflitto armato non internazionale, come è il caso della Libia, l’articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra del 1949 e il Protocollo addizionale II stabiliscono che le persone private della libertà per ragioni legate al conflitto debbono essere anch’esse trattate con umanità in ogni circostanza. “Esse saranno soprattutto protette contro l’omicidio, la tortura e i trattamenti crudeli, umilianti o degradanti” (7)

Per concludere, l’assassinio militare di Gheddafi da parte delle milizie del CNT mostra la volontà dell’Impero di inviare un messaggio preciso e fermo a diversi destinatari in Medio oriente. Il messaggio dice: “Ecco come l’Impero punisce quelli che disobbediscono. Oramai non vi saranno più processi, quelli che si oppongono alla volontà dell’Impero non saranno più condannati dalla Corte penale Internazionale; al contrario saranno immediatamente linciati, appena catturati”. La nuova politica dell’Impero nei confronti dei suoi avversari ha già trovato applicazione in due occasioni: 1) l’omicidio di Bin Laden il 2 maggio 2011 e 2) l’assassinio di Awlaki, il 30 settembre 2011. Così il linciaggio di Gheddafi costituisce la terza applicazione di questa politica.


Flashback
Nell’antichità la crocifissione era usata nell’Impero romano. Si trattava di una pena particolarmente infamante che era teoricamente riservata prima di tutto agli schiavi, poi ai briganti e ai pirati o, al limite, ai prigionieri di guerra e ai condannati politici. Diversamente dagli schiavi, i cittadini dell’impero avevano diritto di essere giudicati da un tribunale e di essere sottoposti ad altre procedure penali.


Il saccheggio della Libia
Ora che il tiranno di Tripoli è morto e che i cannoni tacciono – speriamo – alcune domande si impongono, provenienti dalla città di Sirte, l’ultima fortezza del “re dei re d’ Africa”, detronizzato dai cavalieri del Consiglio nazionale di transizione (CNT) e abbattuto nelle strade della sua città natale: Che cosa sarà la Libia adesso che le sue infrastrutture sono state completamente distrutte, le sue città in rovina per i bombardamenti intensivi della NATO? Cosa resterà della pace e della coabitazione tra le diverse tribù, unità costitutive della società libica, “beduina” da ogni parte, adesso che il “re dei re africani”, Gheddafi, è stato linciato nelle strade di Sirte e Misurata, sotto gli sguardi dei fratelli del clan Ghous e della tribù Gheddafi?  Chi sarà il vero vincitore di questa guerra, fatta dalle milizie del CNT e telecomandata dalle forze della NATO? E le risorse petrolifere e di gas, resteranno di proprietà del popolo libico, o saranno privatizzate, assumendo il nome delle compagnie petrolifere occidentali?

Va premesso che la Libia costituisce una delle più grandi economie petrolifere del mondo.  Le più recenti valutazioni stimano le riserve petrolifere della Libia in 60 miliardi di barili e le sue riserve di gas in 1500 miliardi di metri cubi. La sua produzione di petrolio si calcola tra 1,3 e 1,7 milioni di barili al giorno. Un simile banchetto senza dubbio stimola l’appetito pantagruelico delle potenze imperialiste.  Così la presunta operazione “umanitaria” in Libia fa parte del programma militare della NATO in Medio oriente e in Asia centrale, diretta a mettere le mani su più del 60% delle riserve mondiali di petrolio e di gas naturale (8)  In una parola, l’occupazione della Libia serve i medesimi interessi privati dell’occupazione dell’Iraq nel 2003. Tuttavia l’Impero statunitense e le province europee, vale a dire la NATO, non si trovavano nelle condizioni di avviare una terza guerra in Libia, dal momento che le loro legioni  sono inciampate nell’Afghanistan e nell’Iraq. La strada più corta e meno costosa per giungere all’occupazione della Libia, senza impegnare in battaglia le truppe dell’Impero, è stata per la NATO una specie di scoppio del potere dittatoriale interno, con l’aiuto di una insurrezione militare, e questo giocando la carta delle contraddizioni tribali della società “beduina” libica.

Inoltre, fin dall’inizio di questa « operazione umanitaria », come piace alla NATO chiamarla – vale a dire il bombardamento intensivo delle infrastrutture del paese, secondo i dati che possono raccogliersi sul campo – la NATO ha individuato un obiettivo sottostante in 3 punti principali: 1) assumere il possesso delle riserve di petrolio della Libia; 2) destabilizzare la CPN (compagnia petrolifera di Stato); 3) privatizzare l’industria petrolifera del paese, vale a dire trasferire il controllo e la proprietà della ricchezza petrolifera libica in mani straniere.

Senza alcun dubbio possibile, il bombardamento intensivo della Libia, delle sue infrastrutture e della sue città, da parte della NATO costituisce un crimine di guerra alla luce delle norme internazionali, tenuto conto del fatto che la vittima principale è la popolazione civile. Questo dramma rimane ignorato dai media dell’Impero e delle sue province europee. Un silenzio che li rende complici (10). Le forze aeree della NATO hanno effettuato dal 19 marzo più di 10.000 missioni di attacco, sganciando circa 40.000 bombe, distruggendo più di 5.000 obiettivi senza subire alcuna perdita. E l’obiettivo della guerra resta quello di occupare un paese, la cui posizione geostrategica, all’incrocio tra Mediterraneo, Africa e Medio oriente, è di primaria importanza. (11)


La menzogna “umanitaria”
Su di un altro piano, l’ex agente del MI5, Annie Machon, contraddice il mito USA circa “l’intervento umanitario” della NATO. Secondo lei, il bombardamento intensivo delle infrastrutture da parte della NATO ha ridotto la Libia in un puro e semplice territorio dell’età della pietra. Secondo lei, la distruzione della Libia ha attinto un punto di non ritorno. Machon dice che “anche se Gheddafi era un dittatore odioso e una spina nel fianco dei paesi occidentali da tre decenni, ciò non toglie nulla al fatto che la qualità della vita della maggioranza dei Libici era ottima”. (12) 

Sotto la tirannia di Gheddafi, i Libici “godevano di formazione scolastica gratuita, di servizi sanitari gratuiti, potevano studiare all’estero. Quando si sposavano, ricevevano una certa somma di denaro. Diversi paesi africani li invidiavano.
Come risultato dei bombardamenti intensivi delle infrastrutture, i Libici sono tornati all’età della pietra. Non godranno mai più della stessa qualità della vita. Le donne non raggiungeranno probabilmente lo stesso livello di presenza nei futuri governi. La ricchezza nazionale sarà probabilmente saccheggiata dalle compagnie occidentali. Forse il livello di vita sarebbe stato in Libia leggermente superiore a quello che forse è oggi in USA e nel Regno Unito in tempi di recessione”, aggiunge Annie Machion (13)

E’ evidente che i media dell’Impero non ricordano le realizzazioni del Tiranno di Tripoli nel campo delle costruzioni e dello sviluppo delle infrastrutture in Libia, avviate e compiute nei suoi quattro decenni di tirannia, come la nazionalizzazione degli idrocarburi, la costruzione di Man Made River (i più importanti lavori di irrigazione del mondo), la redistribuzione della rendita petrolifera (ha fatto di una delle popolazioni più povere del mondo, la più ricca d’Africa). (14)


Apoteosi
Adesso che i cavalieri del CNT di precipitano nelle piazze di Tripoli e Bengasi per celebrare la morte del colonnello Gheddafi, il peso della guerra graverà pesantemente sulle spalle del popolo libico. La Libia è già caduta nelle mani delle potenze imperialiste; da ora in poi la sua indipendenza sarà solo illusoria. Il numero delle perdite umane superano i 30.000 morti e i 50.000 feriti, il paese è in rovina. (15)

Se è vero che l’uccisione del colonnello Gheddafi da parte del CNT pone fine alla leggenda del “re dei re africani”, non è meno vero che questo assassinio è stato anche un colpo di grazia all’indipendenza della Libia.

Hic Rhodus, hic salta! E’ qui che è la rosa, è qui che bisogna danzare! (16)

Così è l’apoteosi della “rivoluzione” libica, ebbra della sua gloriosa vittoria sul tiranno di Tripoli; così sarà il coronamento della sedicente “rivoluzione” siriana, sostenuta, come il CNT, dall’Impero statunitense e le sue province europee.


Il neonato
Domani all’alba i cavalieri del CNT si riuniranno per creare una nuova costituzione, avviare le elezioni – senza dubbio “democratiche” – e scegliere un legittimo rappresentante del popolo libico. Così il mondo vedrà nascere un nuovo Hamid Karzai, un nuovo Nouri al-Malik.

Ecco la vergine sarà incinta, partorirà un figlio e gli darà come nome Emmanuel! (17)

Che, tradotto, significa: Dio è con noi!



[1] Libération :
http://www.liberation.fr/monde/01012366181-syrie-ban-ki-moon...
[2] Il titolo di un pamphlet politico di Victor Hugo, di condanna del regno di Napoléon III.
[3]
http://rt.com/news/sides-syria-violence-army-169/
(4) 
http://www.legrandsoir.info/assad-ses-raids-au-liban-et-le-l...
(5)
http://rt.com/politics/lavrov-interview-russia-libya-us-439/
(6)
http://www.icrc.org/fre/war-and-law/protected-persons/prison...
(7)
http://www.icrc.org/fre/war-and-law/protected-persons/prison...
(8)
http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=23...
(9)
http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=23...
(10)
http://www.voltairenet.org/Syrte-ville-martyre-de-l-OTAN
(11)
http://www.voltairenet.org/Libye-le-colonialisme-nouveau-est
(12)
http://rt.com/news/nato-libya-machon-former-219/
(13)
http://rt.com/news/nato-libya-machon-former-219/
(14)
http://www.voltairenet.org/Le-lynchage-de-Mouammar-Kadhafi
(15)
http://rt.com/news/libya-nato-civilian-deaths-323/
(16) « Voici Rhodes, saute ! » Frase di una favola di Esopo. Un atleta vanitoso racconta di avere fatto un salto straordinario quando si trovava a Rodi e che può produrre delle testimonianze. Uno degli ascoltatori risponde che non è necessario; basta che ripeta il salto lì dove si trovava in quel momento.
(17) Il NuovoTestamento, Vangelo di Matteo, 1 : 23

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