Comunicato di sindacati e federazioni sul processo contro i militanti di Redeyef

Mentre nel mondo si commemora il 60° anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, giovedì 11 novembre 2008, dinanzi al Tribunale di prima istanza di Gafsa, si è celebrata una parodia di giustizia per giudicare 38 cittadini, militanti del Bacino minerario. In effetti questa mascherata di giustizia non ha che il nome, perché agli imputati non è stata assicurata alcuna garanzia di difesa. Oltre alla massiccia presenza di poliziotti nella sala d’udienza e intorno al Tribunale, non è stata rispettata alcuna regola di procedura: sono state messe insieme alla leggera  della accuse gravi con obiettivi chiaramente vendicativi, inesistenti le prove a sostegno, i testimoni ripetutamente assenti, nonostante l’insistenza degli avvocati… Questi ultimi hanno chiesto invano il rinvio del processo perché si ricomponessero le condizioni per un giudizio equo, giacché le accuse erano state costruite in violazione delle più elementari regole, e i detenuti erano stati torturati al momento degli interrogatori. Aggiungiamo che gli imputati non sono stati ascoltati durante il processo…


Un processo che è stato soprattutto punteggiato da proteste indignate contro l’arbitrarietà e da appelli ad una giustizia indipendente. Ma i giudici hanno deciso di andare avanti e di pronunciare – intorno a mezzanotte, dopo una sospensione dell’udienza di 12 ore – delle condanne esorbitanti che arrivano fino a 10 anni di prigione contro i militanti sindacalisti Adnane Hajii, Bechir Labidi, Taieb Ben Othman, Tarek Hlimi, Adel Jayyar, Hassan Ben Abdallah e Maher Fejraoui. A parte cinque imputati, tutti gli altri sono stati poi condannati a pene da due a sei anni di prigione.


Questo processo conferma una volta di più la scelta del governo di persistere sulla strada della criminalizzazione nei confronti dei problemi del bacino minerario, strumentalizzando una giustizia ai suoi ordini, e in dispregio di tutti gli appelli ad un’analisi delle cause profonde che hanno provocato le proteste sociali nella regione, a cominciare dal sottosviluppo, la disoccupazione endemica e l’arbitraria marginalizzazione di larghi settori della popolazione.


I sindacati firmatari di questa nota ritengono che questo processo iniquo si inscrive nell’ambito degli attacchi crescenti e molteplici ai diritti sindacali.
Essi reiterano il loro rifiuto a rassegnarsi a questo processo e a questi verdetti e condannano ancora una volta le scelte politiche del potere nel trattare questa vicenda.


Considerano quanto accaduto giovedì 11 dicembre l’ulteriore passo di una escalation, un atto persecutorio che aggrava la situazione. Ne sono prova gli avvenimenti di ieri a Redeyef, dove è stato ripristinato il blocco intorno alla città. Mentre è in corso un nuovo processo, riprendono in pieno i raid polizieschi contro le case e locali pubblici, così come gli arresti di numerosi cittadini, tra cui dei sindacalisti.. 

Reiterano l’appello alle autorità per la liberazione di tutti i detenuti, per l’archiviazione dei processi in corso, perché ci si cominci ad occupare con urgenza dei problemi della disoccupazione e del mancato sviluppo, vere questioni che colpiscono il bacino minerario, come anche altre regioni povere.

Rivolgono un appello a tutti i militanti sindacali e alla loro organizzazione l’UGTT ad impegnarsi contro l’ingiustizia manifesta del processo ed a riaffermare la posizione sindacale di sostegno alle lotte delle popolazioni del Bacino minerario, per la realizzazione delle loro legittime rivendicazioni.

Sindacato generale dell’insegnamento secondario
Sindacato generale dell’insegnamento primario
Federazione generale delle P.eT.
Federazione generale dell’insegnamento superiore e della ricerca scientifica
Sindacato generale dei medici della Salute Pubblica e dei farmacisti


 



    

Un ex poliziotto tunisino condannato in contumacia per tortura da un Tribunale francese

 

Il diplomatico tunisino Khaled Ben Said, giudicato davanti alla Corte di Assise del Bas-Rhin, è stato condannato in contumacia a otto anni di reclusione, secondo quanto l’agenzia APA ha appreso dalle organizzazioni di difesa dei diritti dell’uomo che si erano costituite parte civile.

 

L’ex vice console di Tunisia a Strasburgo (Est della Francia) era giudicato per atti di “tortura e di barbarie commesse da soggetto investito di pubbliche funzioni”, commessi nel 1996 nel suo paese sulla persona di Zoulaika Gharbi, una immigrata tunisina.

 

Ben Said era all’epoca commissario di polizia nella città di Jendouba (Nord ovest della Tunisia) ed avrebbe tentato di estorcere con la tortura alla vittima delle informazioni concernenti suo marito, rifugiato in Francia e sospettato di appartenere a El Nahdha, un movimento islamista ostile al presidente tunisino Zine El Abedine Ben Ali.

 

La donna, che vive attualmente in Francia con la famiglia, aveva sporto denuncia nel 2001 alla giustizia francese, quando il diplomatico tunisino era diventato vice console a Strasburgo.

 

Khaled Ben Said è stato giudicato in contumacia, avendo lasciato il paese appena ricevuta l’informazione giudiziaria, ed è stato riconosciuto colpevole per avere ordinato ai suoi subalterni gli atti di tortura sulla Gharbi, anche senza avervi direttamente partecipato.

 

Così è stato condannato a otto anni di reclusione dalla Corte di Assise che, in nome del principio della giurisdizione universale in tale materia, si era nuovamente dichiarata competente a decidere. 

 



 

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