I marginali disobbedienti, vera maieutica di cambiamento


Tutto o quasi è stato detto del movimento sociale nel bacino minerario di Gafsa… Tutto salvo l’essenziale. Dire questo può sembrare provocatorio, addirittura arrogante. Ma non è vero, è solo il frutto di una constatazione triste quanto penosa.

Mi spiego meglio: le “riflessioni”che sono state offerte fino ad ora per tentare di capire il fenomeno della “ribellione” di Gafsa si sono accontentate di descrivere la lotta portata avanti dalla popolazione, la sua disperazione, la sproporzione dei mezzi repressivi usati dal governo e la sequela di vittime, ed infine l’uso della giustizia, dipendente e parziale, per costringerla al silenzio…

Io credo invece che l’essenziale sia oramai altrove. Si nasconde nei margini. Che possono definirsi con riferimento, talvolta alla centralità (politica, amministrativa, economica ecc.) della capitale, o addirittura anche delle grandi città tunisine (tutte litoranee), talvolta con riferimento ai centri “istituzionali” dove si prendono le decisioni, e della “rappresentatività” ufficiale o ufficiosa della “società civile”. Il primo criterio è geo-economico-politico, il secondo chiamiamolo istituzionale.
I marginali disobbedienti di cui si tratta possono essere così definiti:

1) Già sul piano geografico, la città di Gafsa si situa quasi all’estremo Sud ovest tunisino, vale a dire alla periferia delle “grandi” città tunisine e lontano, molto lontano dalla capitale

2) I protagonisti di questo movimento sono anche loro dei “marginali”, che si tratti di leader sindacali locali che si sono schierati con la popolazione diseredata, ponendosi in questo modo in contrasto con la “piccola burocrazia” locale, oltre che con quella nazionale, attirandosi così le rappresaglie “disciplinari” della burocrazia benpensante (il caso di Adnane Haji riassume in sé questa situazione folle… la sua reintegrazione alla vigilia del processo dell’11 dicembre non può dirsi che tardiva!); lo stesso è per i disoccupati, due volte più numerosi della media nazionale; tra loro i disoccupati diplomati (che rappresentano più del 40% dei senza impiego in Tunisia) costituiscono la forza motrice del movimento…

Demograficamente, sociologicamente ed economicamente, tutte queste categorie costituiscono delle minoranze (più o meno marginalizzate) nei gruppi e corporazioni considerate.

3) Lo stesso vale per i partiti politici. Non sono stati i partiti di opposizione classica che hanno sostenuto di più il movimento del bacino minerario. Abbiamo infatti osservato un coinvolgimento molto maggiore dei gruppuscoli abitualmente poco presenti rispetto ai partiti classici.


4) Sulla scena ufficiale della difesa dei diritti dell’uomo, si è potuta notare l’apparire di leader estranei agli “alti ranghi” della Ligue Tunisienne des Droits de l’Homme… Si tratta di attori provinciali, in rapporto diretto e reale col vissuto quotidiano (fatto di miseria, di esclusione e di repressione) che hanno eclissato (sul terreno) la direzione nazionale, che ha tuttavia continuato, paradossalmente, a capitalizzare la simpatia su scala internazionale… Si è praticamente consumato un divorzio tra l’aristocrazia dei militanti per i diritti dell’uomo e quelli che si battono costantemente e senza riposo, assicurando la circolazione delle informazioni e la immediatezza del sostegno… a prezzo di incessanti rappresaglie, di assegnazioni a residenze obbligate e di divieti arbitrari di circolazione…


5) Il coinvolgimento degli avvocati nel sostegno di questo movimento è stato evidente come più non si potrebbe. E anche qui si è avuto modo di osservare la netta sovraesposizione di figure poste ai margini delle istituzioni ufficiali rappresentative degli avvocati… rispetto agli abituali “tenori” del foro. Al di fuori del caso del presidente Abdessattar Ben Moussa, sono stati soprattutto giovani avvocati (il fatto che non possano patrocinare davanti alla Corte di Cassazione ne è un indizio…) a mobilitarsi ed a distinguersi nella difesa dei diseredati di Gafsa e delle vittime della repressione.


6) Allo stesso modo si è potuto constatare la massiccia presenza delle donne (in particolare quelle di Redeyef) ed il loro ruolo preponderante nel movimento. E’ vero che in Tunisia la donna svolge un ruolo meno marginale di quanto accade in altri paesi arabi, ma anche qui non si trova affatto in posizione di parità con gli uomini. Questa discriminazione è molto visibile in particolare nel campo della politica… La nostra società conserva sempre dei tratti patriarcali… L’arresto di Zakia Dhifaoui non è solo la prova del coinvolgimento delle donne nel movimento, ma rivela anche un “nome” fino ad ora poco conosciuto dai media e dal pubblico… abituato a sentire quasi sempre gli stessi nomi di donne resistenti all’oppressione… Conviene inoltre segnalare che uno dei rari avvocati fortemente coinvolto nella difesa delle popolazioni represse è stato cacciato dalla direzione dell’ATFD (Association Tunisienne des Femmes Démocrates) nel corso del recente congresso di questa associazione… Si registra ancora una volta dunque il dilemma dell’individuo nei confronti dell’istituzione cui appartiene…


7) Per ciò che concerne i media, è assai significativo constatare che sono stati soprattutto degli amatori (bloggers, internauti, facebokeurs, ecc.) a coprire gli avvenimenti con mezzi di fortuna, come i telefoni mobili che hanno consentito di filmare e fotografare le manifestazioni, i sit-in, gli scontri con le forze dell’ordine… E’ altrettanto significativo sottolineare il ruolo giocato da un giornalista del canale “AL HIWAR ATTOUNSI” (paria delle televisioni tunisine) che è stato condannato a sei anni di prigione in contumacia, per avere persistito ad adempiere il suo dovere di giornalista indipendente, nonostante i divieti illegali imposti dalle autorità…


8) Infine l’immigrazione (attraverso talune associazioni, militanti di tutte le tendenze) ha giocato un ruolo considerevole nel sostegno delle popolazioni del Bacino minerario e nell’allentamento della morsa mediatico/ufficiale imposta dalla dittatura per soffocare – nel silenzio e l’isolamento – il movimento. La condanna del Presidente della FTCR (Federazione dei tunisini per una cittadinanza delle due rive) a due anni di prigione nel processo dell’11.12 costituisce da questo punto di vista una estorsione, appena rivestita degli orpelli della giustizia tunisina più che mai serva dell’autoritarismo. 

   
 

 

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