Analisi, febbraio 2012 - Una delle conseguenza dell’”aiuto” degli Stati Uniti e della NATO, e dei macellai islamisti libici ai loro ordini, è la minaccia di “discesa agli inferi” del Sahel africano. La Libia è in preda ai conflitti interni, ma anche i loro vicini del Sahel hanno dei problemi enormi...






Dissident Voice, 2 febbraio 2012 (trad. Ossin)



La “discesa agli inferi” del Sahel africano
Sean Fenley


Una delle conseguenza dell’”aiuto” degli Stati Uniti e della NATO, e dei macellai islamisti libici ai loro ordini, è la minaccia di “discesa agli inferi” del Sahel africano. La Libia è in preda ai conflitti interni, ma anche i loro vicini del Sahel hanno dei problemi enormi. Come accadeva a Gheddafi, anche molti altri paesi del Sahel devono confrontarsi con cellule islamiste di AlQaida presenti nel loro paese. E molti governi di questa regione ritengono che il rovesciamento/caos in Libia abbia offerto ad AlQaida al Maghreb islamico un’occasione d’oro per procurarsi armi, fucili ed ogni altra sorta di congegni micidiali.

Paesi come il Niger, il Mali e la Mauritania cercano di contrastare l’afflusso di combattenti e di jihadisti che provengono dal teatro militare libico, dove proseguono a tutt’oggi aspri combattimenti. Benché il Sahel non somigli affatto alla Somalia, la sicurezza è messa in pericolo soprattutto attraverso gli attacchi terroristici in Nigeria che hanno devastato molti settori del paese. E, d’altra parte, l’intervento militare occidentale degli Stati Uniti/NATO e la concomitante distruzione della Libia hanno eliminato dalla scena un generoso donatore della regione e un paese che offriva a migliaia di abitanti del Sahel lavoro e salario decente. Infatti il Sahel beneficiava sul piano economico del denaro che questi lavoratori inviavano alle famiglie.
Tutto ciò, avendo sullo sfondo la continua minaccia della siccità in una regione immensa, informe e arida, con molti villaggi situati in luoghi lontani e inaccessibili.

Le guerre in Libia e in Costa d’Avorio hanno spinto circa 200.000 emigrati a rientrare nel Sahel – piuttosto che continuare a inviare il denaro guadagnato a casa. Secondo David Gressly, il direttore generale dell’UNICEF in Africa Occidentale: “E’ una doppia catastrofe per le famiglie, perché nello stesso tempo  hanno perduto l’aiuto che ricevevano dai loro parenti all’estero e hanno oggi più bocche da sfamare”.

Vi è attualmente una crisi alimentare che si profila all’orizzonte nella regione del Sahel e minaccia circa dieci milioni di persone – in Niger (6 milioni), in Mali (2,9 milioni), in Mauritania (circa 500.000), ed altre decine di migliaia di persone in altri paesi della regione.

Secondo Olivier De Schutter, relatore speciale dell’ONU per il diritto al nutrimento, la siccità e la carestia, non sono avvenimenti eccezionali, ma piuttosto la conseguenza di un sistema alimentare mondiale “basato sulla diseguaglianza e lo squilibrio e, alla fine dei conti, debolissimo”. Il sistema sanitario è deficitario – secondo De Schutter – e ciò spesso significa che si aspetta che la gente muoia di fame prima di fare qualcosa. Il fatto che vi siano situazioni di carestia endemica non è qualcosa che il sistema prenda in considerazione e la crisi attuale nel Sahel africano ne è la dimostrazione. E’ una lacuna del sistema alimentare mondiale, perché la carestia in questa regione dovrebbe essere considerata come la norma – e non come un avvenimento raro, unico, estremo, imprevedibile o straordinario.

Non bisogna tuttavia, a mio avviso, dimenticare l’impatto del triste destino della Libia sul malcontento/impoverimento del Sahel. Le potenze egemoniche occidentali, che pensano solo al petrolio, hanno approfittato dell’occasione per liberarsi di un uomo che non voleva rispettare le loro regole del gioco. E le nazioni vicine e gli ambienti più poveri pagano le conseguenze dell’opportunismo miope, meschino e avido degli Stati occidentali imperialisti, ideologicamente moribondi e accecati dalla cupidigia, l’orgoglio e il petrolio!

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