Analisi, maggio 2012 - La ragione invocata dagli Stati Uniti, vale a dire disarmare l’Esercito di resistenza del Signore (ARS), per intervenire nella Repubblica Democratica del Congo, nel Sud Sudan, nella Repubblica Centrafricana e in Uganda è un imbroglio. L’Esercito di Resistenza del Signore opera da più di due decenni ma resta estremamente debole e non conta più di 400 soldati. Secondo il sito   LRA Crisis Tracker, l’ERS non ha effettuato alcuna azione in Uganda dal 2006






Nilebowie.blogspot.fr, 23 marzo 2012 (trad. ossin)



L’AFRICOM degli Stati Uniti e la militarizzazione del continente africano: la lotta contro l’insediamento economico cinese – Parte Prima
Nile Bowie


Dall’epoca dell’impero britannico e del manifesto di Cecil Rhodes, la caccia ai tesori di questo continente sacrificato ha mostrato quanto scarso valore si attribuisca alla vita umana. Dopo decenni di indifferenza da parte dei consumatori di materie prime, l’influenza crescente della propaganda dei social network ha risvegliato l’interesse del pubblico nei confronti dei problemi sociali a lungo ignorati dell’Africa. In conseguenza di azioni mediatiche di celebrità a favore dell’intervento, l’opinione pubblica negli Stati Uniti è attualmente favorevole ad una maggiore presenza sul continente africano. Dopo il dislocamento di un centinaio di elementi dell’esercito statunitense in Uganda nel 2011, è stato presentato al Congresso un nuovo progetto di legge, diretto ad ampliare la presenza di forze militari regionali per combattere l’Esercito di resistenza del Signore, uno striminzito gruppo ribelle sedicente colpevole di arruolare bambini-soldato e di perpetrare crimini contro l’umanità.


Nonostante l’amministrazione Obama dichiari di accettare di buon grado l’affermarsi pacifico della Cina sulla scena mondiale, la recente svolta politica in favore di un Secolo americano rivolto al Pacifico (*) mostra che gli Stati Uniti intendono mantenere la capacità di controllare militarmente la potenza emergente. Oltre a mantenere una presenza militare permanente nel nord dell’Australia, la costruzione di un’immensa base militare sull’isola coreana di Jeju prova li loro crescente antagonismo nei confronti di Pechino. La base ha la capacità di accogliere 20 navi da guerra statunitensi e sud-coreane, ivi compresi sottomarini, portaerei e cacciatorpediniere, quando sarà completata nel 2014 – oltra alla presenza di uno scudo anti-missile Aegis. I Cinesi hanno risposto definendo la militarizzazione crescente della regione una flagrante provocazione.


Sul fronte economico, la Cina è stata esclusa dal Trattato di Partenariato trans-Pacifico in via di elaborazione; è un accordo commerciale che opta per una regolamentazione del commercio internazionale in Asia elaborato dagli Stati Uniti a beneficio delle imprese USA. Nel momento in cui sono emerse nuove divisioni politiche fondamentali dopo il veto cinese e russo contro l’intervento in Siria al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’amministrazione Obama ha avviato nuovi mezzi di pressione economica contro Pechino. Gli Stati Uniti e il Giappone hanno chiesto all’Organizzazione del commercio internazionale di bloccare i progetti di estrazione mineraria finanziati da Pechino negli Stati Uniti, una misura che si aggiunge al congelamento del finanziamento di importanti progetti minerari cinesi attuato dalla Banca mondiale.


Per contrastare l’ascensione economica della Cina, Washington ha lanciato una crociata  contro le restrizioni cinesi di esportazione dei minerali che costituiscono componenti essenziali di prodotti di consumo elettronici come gli schermi piatti, gli smart phone, le batterie di computer portabili e molti altri prodotti. In un libro bianco del 2010, la Commissione Europea parla del bisogno urgente di costituire delle riserve di tantalo, cobalto, niobio, e tungsteno, tra gli altri; il libro bianco del dipartimento dell’energia degli Stati Uniti del 2010, “Strategia per i minerali indispensabili agli Stati Uniti”, ha anche riconosciuto l’importanza strategica di queste componenti chiave. Come per caso, l’esercito statunitense tenta oggi di accrescere la sua presenza nel paese considerato come il più ricco in materie prime, la Repubblica Democratica del Congo.


La RDC ha enormemente sofferto, nel corso della sua storia, del saccheggio straniero e dell’occupazione coloniale; essa ha il secondo PIL più basso per persona nonostante le sue riserve di minerali grezzi stimati a 2400 miliardi di dollari. Durante le guerre del Congo dal 1996 al 2003, gli Stati Uniti hanno fornito armi e addestrato le milizie del Ruanda e dell’Uganda che hanno poi invaso le province orientali del Congo per conto degli Stati Uniti. Non sono state solo le multinazionali a beneficiare del saccheggio, anche i regimi di Paul Kagamé in Ruanda e di Yoweri Museveni in Uganda hanno tratto immensi profitti dalle guerre congolesi per i minerali come la cassiterite, wolframite, il coltan (del quale il niobio e il tantalo sono derivati) e l’oro. La RDC detiene più del 30% delle riserve mondiali di diamanti e l’80% del coltan mondiale, la maggior parte del quale è esportato in Cina per farne delle polveri e dei fili di tantalo per la fabbricazione elettronica.


La trasformazione economica senza precedenti della Cina non si fonda infatti solo sui mercati statunitensi, australiani ed europei – ma anche sull’Africa come fonte di una vasta gamma di materie prime. Dal momento che l’influenza economica e culturale cinese si estende in modo esponenziale con la costruzione simbolica dei nuovi quartieri generali dell’Unione africana del valore di 200 milioni di dollari finanziati unicamente da Pechino, gli Stati Uniti in fase calante e i suoi leader hanno espresso il loro malcontento nel vedere ridursi il loro ruolo nella regione. Durante un giro diplomatico in Africa nel 2011, la stessa segretaria di stato USA Hillary Clinton si è spinta fino ad insinuare che la Cina si rendeva protagonista di un “nuovo colonialismo” rampante.


In un momento in cui la Cina detiene 1.500 miliardi di dollari di debito statunitense, il commento della Clinton ha la risonanza di una pericolosa provocazione. La Cina, che possiede le riserve valutarie più elevate nel mondo, comincia a proporre prestiti ai suoi omologhi del BRIC in RMB (Renminbi o Yuan) e l’eventualità di una resistenza delle nazioni emergenti al “Progetto di nuovo secolo americano” (**) sembra precisarsi. Il successo dell’imperialismo anglo-sassone si fonda sulla sua capacità militare a sottomettere i paesi presi di mira, e i leader africani di oggi non sono obbligati a fare affari con la Cina – benché ne abbiano certamente interesse. La Cina investe annualmente circa 5,5 miliardi di dollari in Africa, il 29% dei quali solo in investimenti diretti nel settore minerario nel 2009 – e più della metà nelle fabbriche locali, la finanza e le costruzioni, cosa che è di gran beneficio per gli africani – nonostante quello che comporta in termini di cattive condizioni di lavoro.


Inoltre la Cina ha autorizzato 10 miliardi di prestiti a tassi agevolati all’Africa tra il 2009 e il 2012 ed operato significativi investimenti nelle zone industriali di paesi poveri in materie prime come lo Zambia e la Tanzania. La Cina è il primo partner commerciale dell’Africa; importa 1,5 milioni di tonnellate di olio africano al giorno, ciò che rappresenta circa il 30% del totale delle sue importazioni. Negli ultimi decenni 750.000 cinesi si sono stabiliti in Africa e sono stati realizzati nelle campagne dei centri culturali finanziati dallo Stato cinese per insegnare il Mandarino e il Cantonese. Secondo le previsioni, la Cina sarà la più grande economia mondiale nel 2016 e il recente progetto di creare una banca dei BRIC potrebbe modificare la scena finanziaria internazionale e rappresentare una minaccia per l’egemonia del Fondo Monetario internazionale sulle economie emergenti strategiche d’Africa.


Il coinvolgimento economico della Cina in Africa cresce, e il suo ruolo cruciale nello sviluppo del settore dei minerali, dell’industria delle telecomunicazioni e dei progetti di infrastrutture indispensabili, comincia a suscitare “molto nervosismo” in Occidente, secondo David Shinn, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Burkina Faso e in Etiopia. In un libro bianco del Dipartimento della Difesa del 2011 intitolato “Gli sviluppi militari e securitari in relazione al popolo della repubblica cinese”, gli Stati Uniti riconoscono che la tecnologia militare e informatica cinese è giunta a maturità e che ci si deve aspettare che Pechino sia ostile all’allargamento dell’alleanza militare degli Stati Uniti con Taiwan. Il documento afferma anche che “L’ascesa della Cina sulla scena internazionale sarà un elemento determinate del paesaggio strategico dell’inizio del XXI° secolo”. Inoltre il Dipartimento della Difesa ammette di non sapere come la crescita della Cina modificherà la scena internazionale.


Nonostante la presenza degli USA in Africa (con il pretesto di combattere il terrorismo e proteggere i Diritti Umani) per contrastare specificamente l’influenza economica della Cina nella regione non sia tale da suscitare le stesse inquietudini della presenza statunitense nella Corea del Nord o a Taiwan, ugualmente potrebbe provocare delle tensioni. La Cina ha il più grande esercito del mondo (2.285.000 unità) e si prepara a sfidare l’egemonia militare sulla regione del “Secolo americano nel Pacifico” con le sue capacità navali e convenzionali, sviluppando tra l’altro il primo missile balistico anti-nave. Inoltre la Cina ha cominciato a testare dei sistemi di punta anti-satellite (ASAT) e anti-missile balistici (ABM)per portare la rivalità USA-Cinese sul terreno della Guerra spaziale.


La ragione invocata dagli Stati Uniti, vale a dire disarmare l’Esercito di resistenza del Signore (ARS), per intervenire nella Repubblica Democratica del Congo, nel Sud Sudan, nella Repubblica Centrafricana e in Uganda è un imbroglio. L’Esercito di Resistenza del Signore opera da più di due decenni ma resta estremamente debole e non conta più di 400 soldati. Secondo il sito   LRA Crisis Tracker (
http://www.lracrisistracker.com/) realizzato dal gruppo dei Bambini Invisibili per documentare la crisi sul campo, l’ERS non ha effettuato alcuna azione in Uganda dal 2006. La maggior parte degli attacchi repertati hanno attualmente luogo nella regione di Bangadi nel nord est della Repubblica Democratica del Congo, ai piedi di una striscia di terra che ha tre frontiere tra la Repubblica Centrafricana e il Sudan del Sud.


L’esistenza dell’Esercito di Resistenza del Signore deve essere seriamente rimessa in discussione perché i casi di attività dell’ERS, riportati dal gruppo dei Bambini Invisibili, sostenuto dal Dipartimento di Stato USA, si fondano su testimonianze non verificate – si tratta di presunzioni e di sospetti piuttosto che di certezze. Data l’estrema instabilità che regna nel nord della RDC dopo decenni di invasione straniera e di innumerevoli insurrezioni, il paese non ha i mezzi per istituire un’inchiesta per accertare la presenza dell’ERS, Joseph Kony merita forse di essere trattato da scellerato, ma non si ripeterà mai abbastanza che la minaccia rappresentata dall’ERS è stata completamente deformata negli ultimi testi di legge statunitensi favorevoli all’intervento. L’aumento della presenza statunitense nella regione ha come obiettivo quello di contrastare la presenza economica della Cina in uno dei settori più ricchi di minerali e di altre risorse.


L’Esercito di Resistenza del Signore è stato creato nel 1987, nel nord ovest dell’Uganda, da membri del gruppo etnico Acholi, in passato sfruttato dai coloni inglesi col lavoro forzato ed emarginato dopo l’indipendenza dal gruppo nazionale dominante Bantu. L’Esercito di Resistenza del Signore aveva all’inizio come obiettivo il rovesciamento del governo del Presidente ugandese attuale, Yoweri Museveni – a causa di una campagna di genocidio contro il popolo Acholi. I gruppi Acholi e Langi del nord dell’Uganda sono stati storicamente maltrattati e emarginati dalle diverse amministrazioni sostenute dagli Anglo-americani. Nel 1971 le agenzie di informazione israeliane hanno fomentato un colpo di Stato contro il presidente socialista Milton Obote, che è sfociato nel disastroso regime di Idi Amin.


Prima di deporre Obote e di dichiararsi capo dello Stato, Amin faceva parte del reggimento coloniale inglese incaricato di amministrare i campi di concentramento in Kenia durante la rivolta Mau Mau scoppiata nel 1952. Amin ha massacrato il popolo Acholi perché sospettava che fosse rimasto fedele all’ex presidente Obote, che peraltro è tornato al potere nel 1979, dopo che Amin aveva cercato di annettere le province di Kagera e della vicina Tanzania. Museveni ha fondato il Fronte di Salvezza Nazionale che ha contribuito a rovesciare Obote col sostegno USA nel 1986, nonostante il fatto che il suo esercito impiegasse dei bambini soldato. Museveni ha prima di tutto preso il potere, poi è stato accusato di genocidio perché aveva concentrato il popolo Acholi in alcuni campi, per impossessarsi della fertile terra del nord dell’Uganda.


Il regime di Museveni ha trasferito circa 1,5 milioni di Acholi e ucciso almeno 300.000 persone, prendendo il potere nel 1986, secondo la Croce Rossa. Oltre ad essere stato accusato di utilizzare lo stupro come arma di guerra e di aver lasciato morire migliaia di persone in campi di internamento insalubri, Museveni è stato accusato di terrorismo di Stato nei confronti del popolo Acholi in un rapporto di Amnesty International del 1992. In una intervista rilasciata nel 2006, Joseph Kony ha negato di aver mutilato e torturato chicchessia ed ha accusato, al contrario, le forze di Museveni di aver commesso questi atti per utilizzarli come propaganda contro l’Esercito della Resistenza del Signore.


In un dettagliato rapporto sulle atrocità commesse da Museveni, lo scrittore ugandese Herrn Edward Mulindwa scrive: “In 22 anni di guerra, l’esercito di Museveni ha ucciso, storpiato e mutilato migliaia di civili, sempre accusando i ribelli di questi crimini. Nel nord dell’Uganda, invece di difendere e proteggere i civili contro i ribelli, i soldati di Museveni storpiavano, mutilavano e commettevano le peggiori atrocità facendosi passare per ribelli, poi ritornavano e pretendevano che la gente dovesse a loro la salvezza”. Nonostante tante prove di brutalità, Museveni è un fedele alleato degli Stati Uniti fin dall’epoca dell’amministrazione Reagan ed ha ricevuto 45 milioni di dollari in aiuti militari da parte dell’amministrazione Obama per la partecipazione dell’Uganda alla guerra contro la milizia somala al Shabaab. Dopo il terribile fallimento dell’intervento statunitense del 1993 in Somalia, gli Stati Uniti vi difendono i loro interessi attraverso gli eserciti del Ruanda, dell’Uganda e dell’Etiopia.



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http://euro-synergies.hautetfort.com/tag/oc%C3%A9an%20pacifi...


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http://onegus.blogspot.fr/2007/07/pnac-mein-kempf-neoconserv...




 

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