ProfileAnalisi, gennaio 2016 - Nel suo ultimo saggio, “L’Impero della sorveglianza”, che contiene conversazioni col fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, ed il linguista Noam Chomsky, Ignacio Ramonet (nella foto), mette in guardia contro una sorveglianza privatizzata e generalizzata gravida di pericoli per la democrazia
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L’Humanité, 24 gennaio 2016 (trad. ossin)
 
 
Il “complesso securitario-digitale” che ci controlla
Ignacio Ramonet
 
 
Nel suo ultimo saggio, “L’Impero della sorveglianza”, che contiene conversazioni col fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, e l’intellettuale statunitense, il linguista Noam Chomsky, l’ex direttore de Le Monde Diplomatique, oggi direttore dell’edizione spagnola, Ignacio Ramonet, mette in guardia contro una sorveglianza privatizzata e generalizzata gravida di pericoli per la democrazia
 
Ignacio Ramonet
 
Il varo di uno “Stato di emergenza” si inscrive in quel che lei definisce la “società di controllo”. Cosa pensa dell’idea di costituzionalizzare lo stato di emergenza?
 
Ignacio Ramonet: Il controllo della società – sapere chi è chi, cosa fa, dove sta, chi frequenta… - è una delle permanenti ossessioni dei governanti, di tutti i governanti. E’ per questo che sono state inventate le statistiche, la sociologia… e i servizi di informazione. Il pretesto per questa volontà di sapere è, ovviamente, quello di meglio conoscere la società per meglio servirla, meglio rispondere ai suoi bisogni, alle sue necessità… Ma, al contrario delle dittature, un potere democratico non può spingersi troppo oltre in questo controllo inquisitorio, senza invadere il campo delle libertà individuali. Un potere democratico ha dunque obiettivamente bisogno di “scosse di panico collettivo”, come quelle provocate dal terrorismo, per potere rafforzare al massimo il suo controllo della popolazione. Costituzionalizzare lo stato di emergenza è uno dei modi, in tutto l’arsenale delle possibili misure di sicurezza, di rendere permanente il rafforzamento delle forme di controllo che i recenti atti terroristici hanno reso possibili.
 
Nel suo recente saggio, “L’Impero della sorveglianza”, è contenuta una conversazione con Noam Chomsky, nel corso della quale l’intellettuale statunitense riafferma che “il maggior nemico di ogni governo è il suo stesso popolo”. Le democrazie stanno cambiando natura?
 
I.R.: Quello che dice Chomsky costituisce un’evidenza quando si tratta di una dittatura. Ma la novità, con la nascita delle “società di controllo e di sorveglianza”, è che oramai sono le democrazie che guardano con diffidenza e apprensione alle loro stesse società. Tutti i dispositivi repressivi di cui si parla – Patriot Act, legge sui servizi di informazione, ecc – mirano a controllare, addirittura a punire il popolo, tutto il popolo, col pretesto che potrebbe annidarsi in esso qualche terrorista. Non si può dunque più parlare di democrazie tout court, ma di “democrazie securitarie” o di “Stato di controllo”.
 
Questa deroga ai principi democratici fondamentali sembra fare eco alla dichiarazione di Manuel Valls sulla necessità per la sinistra di rinunciare ai “suoi grandi valori”?
 
I.R.: I “grandi valori” della sinistra sono scritti a grandi lettere sui frontoni di tutte le scuole della Repubblica: “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza”. Rinunciarvi vorrebbe dire semplicemente tradire la Repubblica. Alla stregua di quanto ha già fatto W. Bush, Manuel Valls pensa che la (giusta) lotta contro il terrorismo autorizzi qualsiasi disconoscimento e abbandono dei principi. Ma ciò è troppo pericoloso per le nostre libertà. Pensiamo a che cosa potrebbe fare, eventualmente un domani di tutte queste legge sulla sicurezza, un governo di estrema destra….
 
Lei descrive un mondo nel quale si va sviluppando una sorveglianza contemporaneamente “privatizzata” e “democratizzata”. Come si traduce questo nella vita quotidiana?
 
I.R.: In effetti la sorveglianza si è “privatizzata” perché sono essenzialmente le multinazionali private (tutte statunitensi) della sfera internet, le celebri Gafam – Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft – che orami ci sorvegliano e raccolgono il massimo di informazioni su di noi. Bisogna per contro dire che, più frequentemente, è volontariamente che noi comunichiamo loro, di nostra spontanea volontà, le informazioni che ci riguardano. Dati che costituiscono, potremmo dire, la “materia prima” che queste multinazionali commercializzano. Esse vivono di questi dati. Quante più informazioni personali riescono a spillarci, più guadagnano. E inoltre esse trasferiscono questi dati alle agenzie statunitensi di informazione… La sorveglianza si è “democratizzata” anche nella misura in cui si è generalizzata, I tre miliardi e mezzo di persone che utilizzano Internet vengono automaticamente controllati. Qualsiasi utilizzatore di un telefono intelligente (smartphone) o di un computer viene, lo ripeto, automaticamente sorvegliato.
 
Si può dire che la vita privata non esiste più?
 
I.R.: E’ molto minacciata. E presto sarà solo un dolce ricordo. Oggi intercettare le conversazioni di qualcuno è diventato di una sconcertante facilità. Alla portata del primo venuto. Una persona qualsiasi che voglia spiare il suo entourage trova in libera vendita un’ampia scelta di opzioni. Prima di tutto, dei manuali di istruzioni molto didattici “per imparare a seguire le tracce ed a spiare la gente”. E non meno di una mezza dozzina di software spia (mSpy, GsmSpy, FlexiSpy, Spyera, EasySpy) che “leggono” senza problemi il contenuto dei nostri telefoni mobili; sms, email, pagine Facebook, Whatsapp, Twitter ecc. A meno di criptare tutte le nostre comunicazioni elettroniche e di non avere mai utilizzato Internet, non si può praticamente più evitare di essere sorvegliati. E quando si dice sorvegliati, si dice controllati. Dallo Stato, dai giganti del Net. Di qui gli appelli sempre più numerosi di qualche talpa come Julian Assange o Edward Snowden, che sono indiscutibilmente i grandi eroi dei nostri tempi.
 
Prendendo spunto dalle parole di Julian Assange, con il quale ha intrattenuto un colloquio che pubblica nel suo libro, lei evidenzia gli stretti legami che vi sono tra le multinazionali informatiche private e i servizi di Stato, soprattutto USA. Come si creano questi legami?
 
I.R.: Sì, il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange (nella foto), sostiene che le megasocietà che dominano Internet, come Google, Apple, Amazon e Facebook hanno stretto solidi rapporti con l’apparato statale di Washington, soprattutto coi responsabili della politica estera. Ciò sarebbe dovuto al fatto che tutti costoro hanno le stesse idee politiche e condividono una identica visione del mondo. E, alla fine dei conti, gli stretti legami e la comune visione del mondo di Google, soprattutto, e dell’amministrazione statunitense sono al servizio degli obiettivi della politica estera degli Stati Uniti. Questa alleanza senza precedenti tra lo Stato, l’apparato militare di sicurezza e le industrie giganti del web ha dunque prodotto questo “Impero della sorveglianza”, il cui obiettivo concretissimo e chiarissimo è di mettere Internet, tutto internet, e tutti gli internauti, sotto controllo.
 
Come si spiega che, nonostante la sorveglianza non sia mai stata tanto generalizzata, accade che atti terroristi, di cui si ritiene di conoscere i mandanti, riescano a passare attraverso le strette maglie di una simile rete globale?
 
I.R.: E’ una domanda che si pongono molti cittadini. A questo punto, è importante dire che, in uno Stato democratico, le autorità hanno ogni possibilità, in base alla legge e con la preventiva autorizzazione di un giudice, di porre sotto controllo qualsiasi persona loro sembri sospetta. Perché il problema non è la sorveglianza in sé, ma è la sorveglianza di massa clandestina che ci considera tutti sospetti per principio. E che non sembra molto efficace. Perché, a forza di sorvegliare tutti, i servizi di intelligence si rivelano incapaci di “mettercela tutta” nella sorveglianza dei veri sospetti. Ciò che dimostra anche l’insuperabile importanza dei metodi sperimentati di lotta contro il terrorismo basati sulle informazioni di provenienza umana e l’infiltrazione dei gruppi violenti. La pigra comodità della sorveglianza automatica ed elettronica ha “addormentato” i riflessi dei servizi di informazione.
 
La riorganizzazione dei servizi di intelligence, varata in Francia nel giugno 2015, autorizza pratiche di sorveglianza di massa. Dopo il 13 novembre, molti l’hanno criticata in quanto i servizi non sarebbero capaci di analizzare tutti i dati immagazzinati. Lei è d’accordo?
 
I.R.: I servizi automatici di sorveglianza elettronica registrano quelli che vengono chiamati i “metadati” delle comunicazioni, vale a dire: chi chiama chi, da dove, per quanto tempo… Alla lunga, questi metadati permettono di configurare una sorta di cartografia spaziale e relazionale dei sospetti. Ma non registrano il contenuto delle conversazioni. Per disporre di questo, occorre un “ascolto” umano, un agente che, di persona, “segua” ogni sospetto e ascolti e analizzi il contenuto di tutte le comunicazioni telefoniche. Ci vuole dunque un agente per ogni sospetto. Le autorità hanno ricordato che ci sono diverse migliaia di persone schedate dalla polizia per “islamismo radicale”. E il procuratore della Repubblica di Parigi, François Molins, ha rivelato che, di queste migliaia di sospetti, i servizi di informazione ne controllano appena 1700… E che risulta impossibile, per questioni di copertura finanziaria, sorvegliarli ventiquattro ore su ventiquattro…
 
Si è molto parlato del “complesso militare-industriale”, lei dimostra che è stato soppiantato dal “complesso securitario-digitale”. Quali cambiamenti ciò produce al livello dei poteri politici su scala mondiale?
 
I.R,: Sì, vi è una alleanza del tutto inedita tra il potere politico, l’apparato dei servizi di informazione e i titani tecnologici che controllano le telecomunicazioni, l’elettronica, l’informatica, Internet, le industrie dei cablo in fibra ottica, i satelliti, i software, i server, ecc. Una simile complicità tra la maggiore potenza militare del mondo e le multinazionali private globali che dominano le nuove tecnologie della sfera Internet configura, effettivamente, un vero e proprio “complesso securitario-digitale”, che minaccia di prendere il controllo dello Stato democratico e dominare la geopolitica mondiale. Dal momento che le sue caratteristiche più inquietanti sono proprio la diffusione della sorveglianza di massa e la tentazione del controllo sociale integrale. Questa ampia privatizzazione dello spionaggio sta creando, nelle democrazie, una nuova entità politica – “lo “Stato di sorveglianza” – di fronte alla potenza del quale il cittadino si sente sempre più disarmato, smarrito.
 
Questa cyber-sorveglianza generalizzata, che mira a produrre una “docilità dei cittadini”, non dovrebbe al contrario suscitare un nuovo impegno politico. Se sì, con quali mezzi?
 
I.R.: L’esperienza storica dimostra che la sola esistenza di un sistema di sorveglianza su larga scala, quale sia il modo in cui la si utilizzi, è di per sé sufficiente a reprimere la dissidenza. Una società consapevole di essere controllata in permanenza diventa rapidamente docile e timorosa. Ma, giunti a questo punto, la società mette sempre in campo delle forme di resistenza.
 
Lei parla della necessità di una Carta di Internet? Quali sono le forze che possono impegnarsi in questa resistenza e mutare il quadro?
 
I.R.: Molti militanti anti-cyber-sorveglianza propongono effettivamente, come per la Carta dell’ONU, l’idea di una grande Carta di Internet che definisca quale debba davvero essere il “diritto digitale”. Quali valori debbano essere protetti? E come si possono garantire? Nell’era digitale, senza un Internet libero e neutrale che si possa usare senza il timore di essere spiati di nascosto, non è possibile avere un governo aperto. Né autenticamente democratico.
 
 
Figlio di Repubblicani spagnoli che erano scappati dal franchismo rifugiandosi in Marocco, Ignacio Ramonet si trasferisce in Francia nel 1972. Ex allievo di Roland Barthes, insegnerà teoria della comunicazione all’Università Paris-VII. Entrato in Le Monde Diplomatique nel 1973, ne diventa direttore di redazione e presidente del direttorio da gennaio 1990 a marzo 2008. Co-fondatore di Attac, promotore del Forum Sociale di Porto Alegre, è uno degli iniziatori del movimento altermondista. Autore di diversi libri di geopolitica e critica dei media, è attualmente direttore dell’edizione spagnola di Le Monde Diplomatique e presidente dell’associazione Memoria delle lotte
 
Empire de la surveillance, éditions Galilée, 208 pagine, 16 euro
Intervista di Pierre Chaillan
 
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