La Tribune, 3 febbraio 2011


Jean Ziegler: “E’ interesse dell’Occidente indebolire l’Algeria”

D: Secondo lei, l’Algeria è sfuggita al dominio del capitalismo mondiale. Come?
R: Sono colpito dalla sopravvivenza in Algeria dei principi contenuti nella piattaforma della Soummam del 1956 (Congresso della Soummam, in Cabilia, che tracciò le prospettive politiche del futuro stato indipendente, ndt). Questi stessi principi si ritrovano nella politica estera algerina: universalità, stato solidale, giustizia sociale, sovranità, ecc. L’Algeria è la principale potenza dell’Africa del Nord. Avviare un piano di 240 miliardi di euro su quattro anni ne è un segno. Questa potenza è posta al servizio della sovranità. L’Algeria è praticamente il solo paese africano che gestisce gli investimenti stranieri con la regola del 51/49 contenuta nel suo codice. C’è anche uno stretto controllo sul trasferimento dei profitti. L’Algeria ha trovato così il modo di negoziare con le multinazionali, con i padroni del mondo e di mantenere il controllo. Queste firme cercano solo di massimizzare i profitti. Nestlé non è la Croce Rossa! Io vivo nel cuore del mostro a Ginevra, al centro di queste multinazionali e so di che cosa parlo. In Nigeria, Esso e Texaco dettano la loro legge. L’Algeria è l’undicesimo produttore di petrolio membro dell’ Opec. La Nigeria produce di più. Prendete questi due esempi. La Nigeria, il paese più popoloso d’Africa e che produce 2,2 milioni di barili di petrolio al giorno, è sotto gli ordini delle multinazionali. In Algeria, Sonatrach detta la sua legge alle firme petrolifere straniere per lavorare. Dunque c’è una nozione di sovranità totale. Nel Consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU, l’Algeria gioca un gran ruolo presiedendo il gruppo afro-arabo. I diplomatici algerini sono il cervello di questo gruppo, difendendo gli interessi dei paesi del Sud. Bouteflika, che è stato ministro degli affari esteri, è uno degli uomini di stato del terzo mondo che ha una perfetta conoscenza dei complicati meccanismi del sistema ONU. Driss Djazairi, Mohamed Salah Dembri e Lakhdar Ibrahimi sono diplomatici noti.


D: Per tornare alle regole per gli investimenti, alcuni paesi europei, come la Francia e la Germania, le hanno criticate…
R: Le multinazionali vogliono avere mano libera. E in Algeria non l’hanno. L’attuale classe dirigente francese non ha mai perdonato l’indipendenza dell’Algeria. Non ci si rende ancora conto di quale trauma abbia provocato agli Europei. C’era stata la disfatta di Dien Bien Phu, ma il Vietnam era lontano. Il Maghreb è nello stesso mondo ed è qui che gli Europei sono stati radicalmente contestati. La vittoria dell’Algeria ha aperto la porta alla decolonizzazione dell’Africa.


D: L’instabilità del Sahel non spinge gli ex imperi a risvegliarsi?
R: La situazione in Sahel è pericolosa. L’Algeria è effettivamente indipendente e dà l’esempio. L’Algeria non fa parte della Francofonia. In quanto sovrano, questo paese deve essere sabotato. Io non so chi finanzia Al-Qaida e chi c’è dietro. Ma mi sembra evidente che sia interesse dell’Occidente indebolire l’Algeria. Al-Qaida è nel centro del Sahel. Chissà che in un futuro non vadano ad attaccare i campi petroliferi di Hassi Messaoud…


D: Questi gruppi sono manipolati?
R:
Io penso di sì. Sociologicamente esiste un ambiente fertile a causa dell’impoverimento dei Tuareg, il razzismo nero contro i Tuareg, ecc. I governi non hanno mantenuto le loro promesse, la miseria persiste. Questi gruppi si finanziano con i riscatti pagati in cambio della liberazione degli ostaggi. Gli Europei negoziano e pagano. All’Algeria questo crea dei problemi perché questi gruppi hanno così i mezzi per armarsi. Se si pagano 5 milioni di euro per la liberazione di un ostaggio, come hanno fatto gli Spagnoli, questo diventa un commercio alimentato dagli Europei(…). La Svizzera nega l’estradizione degli islamisti ricercati con mandati internazionali perché non vuole provocare quelli che hanno depositato i loro fondi nelle banche svizzere. La Svizzera è il secondo paese più ricco del pianeta quanto al reddito pro-capite. E’ un paese privo di materie prime che vive del denaro altrui (…) Io non posso provare che l’Occidente finanzia i gruppi terroristi, ma posso dire che alcune potenze occidentali sarebbero contente di indebolire l’Algeria. L’Algeria, tra i paesi del Sud, è una spina, un paese che non si può mettere in ginocchio. E’ il “cattivo” esempio per gli altri. Immaginate che domani il Niger sottragga il controllo dei giacimenti di uranio al gruppo nucleare francese AREVA e crei una Sonatrach nigerina. Questo provocherebbe un’esplosione in Francia del prezzo dell’elettricità, giacché al momento la Francia non paga quasi niente. Il presidente Tandja, che voleva favorire gli investimenti cinesi e indiani, è stato fatto fuori.


D: IL Maghreb unito, come entità economica, costituirebbe una minaccia per l’Unione Europea?
R:
No, l’UE è costituita da 27 paesi, da 400 milioni di consumatori e di 11.000 miliardi di dollari di prodotto interno lordo (PIL). L’UE è una grande potenza economica che ha abilmente associato i paesi del Maghreb attraverso accordi ed ha creato un mercato allargato. Con il problema aperto del Sahara Occidentale, il Maghreb unito, un’idea meravigliosa, non è possibile. Anche la Libia e l’Egitto pongono dei problemi. Come per l’UE, i paesi devono creare un minimo comun denominatore, individuare degli obiettivi politici e formare delle strutture economiche comuni…


D: In Algeria vi è un dossier di corruzione legato alla Sonatrach. Come mai vi è tanta corruzione nei paesi produttori di petrolio?
R: Perché gli Algerini dovrebbero essere degli angeli? A Ginevra vi è una corruzione incredibile, e ciò nonostante è una democrazia. Si tratta di speculazioni immobiliari e di false fatture. Dovunque vi sia danaro, vi sono molte tentazioni. I banchieri svizzeri hanno costituito, per la maggior parte, delle banche off shore alle isole Caiman per sfuggire al fisco.


D: Alcuni esperti parlano della “maledizione del petrolio”. La Nigeria ne è un esempio perfetto…
R: Io metto a parte l’Algeria. E’ falso dire che non vi sia sviluppo in questo paese. Vi sono alloggi e infrastrutture in costruzione. Sicuramente vi sono anche problemi sociali, ma vi sono investimenti pubblici, non speculativi privati, impressionanti. Da otto anni non venivo in Algeria e oggi posso constatare che vi è uno sviluppo infrastrutturale notevole. In Nigeria le dittature militari si succedono. Nell’indice dello sviluppo umano del PNUD, la Nigeria è collocata molto in basso, nonostante sia l’ottavo produttore mondiale di petrolio. Bisogna forse rafforzare il controllo sulla spese pubblica, ma mi dicono che il presidente Bouteflika interroga ogni anno i ministri sui progetti. Questo non esiste in Nigeria o in Sudan. Agli Algerini spetta di stabilire se questi metodi siano o meno efficaci.


D: La mancanza di democrazia e di libertà aiuta il mantenimento di sistemi come quello della Nigeria?
R: Ma, a parte l’Egitto, l’Africa del Sud, l’Algeria, la Nigeria e l’Etiopia, la maggioranza dei 53 paesi africani, superindebitati e diretti da élite deboli, sono alla miseria sul piano economico. In questi paesi la costruzione nazionale, nel corso degli ultimi cinquanta anni, è stata modesta. Secondo la FAO, 81 milioni di africani erano sottoalimentati nel 1975. Nel 2005 erano 202 milioni gli Africani in queste condizioni. La fame esplode in Africa. L’ipocrisia degli Europei è totale. Praticano il dumping agricolo in Africa. Il surplus si riversa sui mercati di Niamey, Bamako, Dakar e così il contadino africano si sfinisce di lavoro, ma non ha alcuna speranza di ricavarne un reddito normale perché, al mercato, le massaie possono comprare i legumi o i polli spagnoli, greci o francesi, alla metà del prezzo dei prodotti locali. Le regole dell’OMC sono calibrate sugli interessi delle multinazionali. L’OMC è un’agenzia di disarmo economico dei paesi del terzo mondo. Questo dumping impedisce ai paesi agricoli africani, che costituiscono i 2/3 del continente, di acquisire il minimo vitale che permetterebbe poi lo sviluppo della democrazia. Brecht ha detto: “L’affamato non può mangiare una scheda elettorale”. D’altro canto gli Occidentali si lamentano dell’assenza di democrazia e delle violazioni dei diritti umani nell’Africa nera, quando questa assenza di democrazia è il risultato del super-sfruttamento economico praticato dallo stesso Occidente.


D: Esiste un rapporto tra la crisi finanziaria e il moltiplicarsi attuale dei conflitti?
R: Gli USA sono la prima potenza economica. Quasi il 25% dei beni industriali fabbricati nel mondo sono USA, laddove questo paese ha solo 300 milioni di abitanti. La materia prima di questa formidabile macchina industriale è il petrolio. Gli USA utilizzano 20 milioni di barili al giorno, mentre la produzione mondiale è di 85 milioni di barili al giorno. Otto di questi 20 milioni di barili sono prodotti tra l’Alaska e il Texas, il resto viene importato da regioni pericolose come il Delta del Niger, l’Asia centrale e il Medio Oriente. Ciò spinge gli USA a mantenere la più gigantesca armada che il mondo abbia mai visto. Donald Rumesfeld (ex segretario alla Difesa) diceva che gli USA dovevano essere capaci di fare 4 guerre contemporaneamente. Gli Stati Uniti sostengono Israele per controllare il mondo arabo e l’Iran. Se l’Arabia Saudita, principale fornitore di idrocarburi degli Stati Uniti, cambiasse di strategia, sarebbe colpita da Israele. La guerra in Iraq è una guerra del petrolio. L’Iraq ha la seconda riserva mondiale con 13 miliardi di barili ad un basso tasso di zolfo. Le pipeline tra il mar Nero e l’oceano indiano passano per l’Afghanistan. La guerra dell’Afghanistan ha anch’essa una diretta motivazione economica. Marx diceva che “il capitalismo porta il sé la guerra, come le nuvole portano il temporale”. C’è una logica vincolante, se dipendete dal petrolio straniero, dovete assicurare e controllare le fonti di approvvigionamento.


D: Ha dei progetti di scrittura?
R: Tutto quanto vi ho detto è stato trattato in un libro, La France identitaire, per il quale sto cercando un editore. Per la prima volta in 25 anni trovo difficoltà a pubblicare. Non so perché, sembra ci sia la crisi…

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