BISOGNA SALVARE LA GIOVENTU' MAROCCHINA

 (TEL QUEL n. 271 - 28 aprile, 4 maggio 2007)



di Abdellah Taia


 

Il Marocco mi inquieta. Da lontano, da vicino. Sempre di più. Ed é grave quello che sta succedendo, terribile, orribile. Un incubo collettivo. Una tragedia moderna alla quale non posso restare insensibile, della quale voglio scrivere, dire quel che mi indigna, reagire contro l'ingiustizia, gridare, si, gridare la disperazione. Quella della gioventù marocchina. La mia insieme alla sua.
Dei ragazzi, cinturati di esplosivo, che vanno in giro per una grande città, pronti a farsi saltare in aria da un momento all'altro. Uccidersi, disintegrarsi, infliggersi la più grande delle violenze portandosi con loro, nella morte, altre persone, vittime innocenti.
Non sto parlando del bel film del palestinese Hani Abou Assad, Paradise Now (2005, si puo'  trovare dappertutto, in Marocco, in DVD pirati). No, sto parlando dell'orrore che oggi si abbatte sul Marocco. E, a rischio di scioccare qualcuno, debbo dire che non é una grande sorpresa se siamo arrivati a questo punto.
Vorrei prima pero' fermarmi un momento e tentare di immaginare il film nero di questi ragazzi di Casablanca, futuri kamikaze, immaginare quello che passa loro per la testa, quello che é passato attraverso i loro corpi. Adolescenti, amici, vicini di casa, fratelli in marcia (volontaria?) verso la morte, verso il caos.
Io riesco a vederlo bene questo film, velocissime si formano le immagini nello schermo dei miei occhi, con facilità posso immedesimarmi in uno dei personaggi, non in una vittima.

 


SONO UN KAMIKAZE

Sono un kamikaze, sono per strada, nei grandi viali, vagabondo, deciso, pauroso, coraggioso, vigliacco, un uomo, un bambino, in lacrime, in preghiera. Sono nell'apocalisse. E voglio con un ultimo gesto dare un senso (non importa quale) alla mia vita sprecata, voglio che il mio nome venga ricordato, che si sappia che sono passato in questa vita, per questo Marocco, che sono esistito, che ho respirato nella disperazione e nell'indifferenza.
Cammino lentamente, un po' disorientato, e cerco il mio bersaglio. Mi ripeto senza sosta che sono mussulmano, un buon mussulmano, e che presto saro' in paradiso. Il suicidio é vietato dall'islam, é vero, ma il mio imam, il mio emiro ha detto che in guerra si puo' ricorrere a tutti i mezzi per uccidere il nemico, i miscredenti.
Sto per suicidarmi, sto per esplodere, sto per uccidere della gente che non conosco, marocchini come me, sto per giungere al cospetto di Dio. E' questa la mia missione. E' a questo che mi sono preparato per mesi e mesi... Mi sono aggrappato con tutte le mie forze a questo obiettivo, a questa occupazione che riempie il vuoto delle mie ore e dei miei giorni. Ho investito tutte le mie energie, ho cambiato pelle, senza che nessune se ne accorgesse sono diventato un altro, un "giusto" che vuole rendere anche gli altri "giusti" come lui, "giusti" loro malgrado se occorre.
Ho partecipato a tutte le operazioni del mio gruppo, a tutte le riunioni, a tutte le veglie di preghiera. Ho rispettato le consegne, recitato tutte le preghiere, ripetuto tra me e me un milione di volte le parole sacre del mio capo spirituale, la mia guida, la mia luce.
Non ho mollato. Sono finalmente diventato qualcuno, sono diventato importante. Mi si saluta con rispetto, mi si danno gli ordini con rispetto. Ho scelto io quello che sto per fare. Ho il mondo intero nelle mie mani, ho il Marocco nelle mie mani. Mi appartiene finalmente. E' per me finalmente. E io sto camminando nella città per verificare il mio potere, respirare in un altro modo. Non ho altre motivazioni. Ho fiducia in me stesso, si, ho fiducia in me stesso... Me lo ripeto per non avere paura, per non perdere il coraggio, non dimenticare la mia rabbia, la mia missione, la mia strada... No, non ho paura, non ho paura... Pero' tremo, mi fanno male le gambe, mi fanno male i piedi... Ho paura, non posso più nasconderlo. Paura come sempre, da quando sono nato. Ho paura e vado a morire. E' la mia missione. Non avevo altra scelta.


 

NON GIUSTIFICO MA CAPISCO

Se mi immedesimo non é per trovare una qualche giustificazione ai kamikaze di Casablanca. Voglio solo dire che li capisco nel mio intimo, che mi sento solidale, non coi loro atti, col loro terrorismo, ma con la loro caduta, con la loro disperazione. Anche io, a Salé, ad Hay Salam dove ho vissuto fino ai 25 anni, ho provato un odio profondo per questo Marocco indifferente alla mia sorte, al mio disagio, alla mia mancanza di prospettive.
Anche io sono stato schiacciato e mi hanno fatto capire che ero meno di niente. Anche io mi sono sentito maledetto e ho a mia volta maledetto questo paese che appartiene solo ai ricchi. Anche io, esattamente in quel momento, nel buio nero della mia vita, sono stato avvicinato dagli islamisti.
E' stato nel 1990, avevo 17 anni. Studiavo al liceo Hay Salam che si trovava a Hay Al Inbiaat, non lontano dal famoso quartiere L'Oued L'khanez e dal non meno famoso Souk El Kalb. Un uomo di una cinquantina d'anni (assomigliava un po' a mio padre e non portava la barba) ci invitava regolarmente, me e i miei compagni di quartiere, a mangiare il couscous a casa sua dopo la preghiera del venerdi.
Era tutto meno che insistente. Continuava a rivolgerci il saluto anche se noi non accettavamo i suoi inviti, ci parlava brevemente di religione e ci incoraggiava gentilmente a pregare cinque volte al giorno. Non dimenticava mai di rinnovare il suo invito per il couscous. Io non ci sono mai andato (e un po' oggi mi dispiace). Ma altri miei compagni si. Quest'uomo ispirava fiducia, devozione, aveva un'aria tranquilla e distaccata. Anche moderna. Camminava e parlava sempre lentamente. Emanava un forte odore di muschio. Un uomo discreto che vien voglia di seguire. Sembrava che Dio stesse al suo fianco: lui non l'ha mai detto esplicitamente, ma era questo il suo programma, salvarci.
In quel tempo io ero un tipo triste, pieno di amarezza. Sognavo i film, di realizzare io dei film, ma non sapevo da che parte cominciare, e non sapevo nemmeno se avrebbe potuto salvarmi dalla miseria, dalla disoccupazione che mi aspettava. Ero proprio fragile. Appartenevo a quella generazione che era stata spoliticizzata per volontà di Hassan II e che stava per essere sacrificata. Ignorata, gettata via. L'avvenire mi si annunciava chiuso.
A un anno dal baccalaureat, avrei potuto anche io, visto il futuro che ci avevano riservato, cambiare strada, rinunciare agli studi, diventare un estremista, gettarmi in una carriera pericolosa. All'epoca nessuno me lo avrebbe impedito. D'altronde nessuno l'avrebbe saputo. Perché é questo il premio finale di ciascun individuo in Marocco: non interessare nessuno. Io avrei potuto rimpiazzare il buco nero individuale della mia vita con un altro buco nero, questa volta collettivo. Precipitare nella tragedia, nel silenzio. Morire poco a poco nell'indifferenza della società, della famiglia. Per la gente sarei stato un buon mussulmano, e questo sarebbe stato sufficiente.


 

ANCHE IO AVREI POTUTO

Quello che oggi succede ad alcuni giovani marocchini é esattamente quello che avrebbe potuto succedere a me. Io ero povero, solo, abbandonato ai miei tormenti, schiavo come tutti dei diktat del gruppo, della religione, del potere, anche io nella paura.
Che cosa mi ha salvato? Due cose. Prima di tutto mia madre M'Barka, che non ha mai smesso di incoraggiarmi a studiare e ancora a studiare. E poi il cinema, la mia vera religione. Le preghiere di mia madre e lo straordinario potere del cinema sulla mia immaginazione hanno letteralmente cambiato la mia vita.
Ma io so di costituire un'eccezione, so che ho avuto delle opportunità e che avrei potuto assai facilmente girarmi male. So anche che restero' sempre fedele a quel momento preciso in cui tutto avrebbe potuto precipitare, a quel livello sociale, i poveri, Hay Salam, Salé, a questi ragazzi, i miei compagni coi quali passavo la vita senza fare niente per strada appoggiato al muro.
Nel 2005 quello cui io ero sfuggito ha colpito in pieno la mia famiglia. Il figlio di una lontana cugina di Rabat é diventato islamista, O comunque stava per diventarlo. Aveva solo 16 anni e non riconosceva più alcuna autorità, salvo quella della sua guida spirituale. Aveva smesso di frequentare il liceo e passava il suo tempo alla moschea. A casa non parlava quasi più. Gli altri, tutti gli altri, erano tutti impuri, indegni di lui. Quando apriva bocca, era per dare lezioni di morale religiosa. Voleva che la madre portasse il velo, un giorno ha tagliato con le forbici i vestiti delle sorelle che non gli sembravano conformi ai principi islamici. Vietava loro di guardare i canali televisivi musicali. Quando il padre non c'era, si comportava come un piccolo dittatore, come un macho, e diceva che la società, la religione e perfino Dio erano dalla sua parte.
I genitori hanno fatto di tutto per riportarlo alla ragione. Suo padre l'ha perfino picchiato a più riprese. Invano. Esasperati, e per salvarlo, hanno finito col denunciarlo alla polizia che lo ha tenuto in arresto per qualche giorno e lo ha sottoposto ad un interrogatorio duro. Sembra che questo gli abbia messo paura. Perché poi ha abbandonato il suo proselitismo ed ha ripreso gli studi. Per il momento é salvo...


 

UN MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA

Tra il 1990 e il 2005 il Marocco é molto cambiato, "si é mosso", come si dice. Va avanti, non é questo... diventa un po' più libero. Ma in profondo, gli arcaismi che ci guidano sono sempre li, forti, fortissimi. La gioventù (in gran parte) in bilico tra due mondi diversissimi, ossessionata dal desiderio di scapparsene altrove, ha raggiunto oggi un punto di disperazione inimmaginabile, insostenibile. Sta sempre per strada appoggiata al muro, scaccia le mosche. Vive ogni giorno l'umiliazione dell'abbandono e combatte ogni giorno la guerra della sopravvivenza. Nessuno ascolta la gioventù del Marocco. Certo si puo' dire che esagero, che la faccio troppo nera. Ahimé, non credo. Non si dà alla gioventù marocchina l'occasione di esistere per se stessa, di accedere alla cultura, alla critica, alla evoluzione (la rivoluzione) individuale. La si mantiene al contrario nella paura: la paura di dire le cose, la paura di fronte a quelli che credono di detenere la verità islamica, di fronte ai genitori, ai vicini, ai governanti. Paura dappertutto: é questo l'avvenire della nostra gioventù?  Il Marocco e le sue ricchezze non gli appartengono; é questo che le si ricorda quotidianamente. Basta, per convincersene, passeggiare nel centro cittadino di Casablanca (e di Rabat, di Marrakech...)
Di fronte al vuoto esistenziale totale, che fare? In noi abbiamo tutto, i germi della follia, gli istinti autodistruttivi e distruttivi. Io non vorrei impartire delle lezioni, né fare la parte di quello che capisce perfettamente la situazione socio-politica del Marocco e del mondo arabo. Ma mi sembre che il nostro paese sia sull'orlo di una immensa catastrofe.
Molto tempo fa, alla Posta centrale di Rabat, aiutavo dei vecchi a riempire dei formulari, dei mandati, degli cheques, a scrivere delle lettere. Mi é sempre piaciuto farlo, conoscere in qualche minuto un segmento della vita degli altri. Erano per lo più degli stranieri in città, contadini analfabeti, spersi negli uffici della capitale. Diverse volte alcuni di loro mi hanno chiesto di scrivere per loro una lettera al re. Erano i più disperati, non avevano più niente da perdere. Facevano un tentativo, non si sa mai... Delusi dal governo, dai deputati e dai compatrioti, si rivolgevano al re: ne riconoscevano cosi il potere e lo pregavano di render loro giustizia, di concedere loro quello a cui hanno diritto. Le loro lettere erano come un messaggio nella bottiglia affidato al mare.

Quello che sto scrivendo, queste parole forse dure, é anche questa una lettera. Un messaggio nella bottiglia. Un grido, come quello del pittore norvegese Edvard Munch. Sono lacrime, sono preghiere.
Il Marocco fino ad oggi é scampato al peggio grazie a "Ridhat Loualidine" (le benedizioni dei genitori, degli antenati). Oggi non funziona più. E' urgente passare ad altro. La Baraka non esiste più. Gli atti terroristi di Casablanca sono criminali. Ma lo é anche mantenere nell'abbandono la gioventù di questo paese.

Abdellah Taia 

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