Consortiumnews.com, 7 luglio 2017       
 
Nascondere le bugie statunitensi a proposito dell’invasione della Libia
Joe Lauria
 
Nel 2016, quando un rapporto parlamentare britannico ha demolito la narrazione degli Stati Uniti e dei loro alleati sull’invasione della Libia, questa avrebbe dovuto essere considerata una grande notizia, ma i media dominanti USA hanno girato la faccia dall’altra parte, spiega Joe Lauria
 
In “1984”, il distopico romanzo di George Orwell pubblicato nel 1949, il lavoro del protagonista, Winston Smith, era di scavare negli archivi del Times di Londra e riscrivere gli articoli che avrebbero potuto provocare delle noie al governo totalitario della Gran Bretagna. Per esempio, se il governo prevedeva una produzione di grano o di automobili nel suo piano quinquennale, e questa previsione non si realizzava, Winston andava negli archivi e «correggeva» le cifre che comparivano negli articoli archiviati.
 
Rispondendo l’altro giorno ad una critica del mio recente saggio sulla disfatta elettorale di Hillary Clinton (nella foto a destra), cercavo articoli di grandi media statunitensi che trattassero di un rapporto parlamentare britannico del 2016 sulla Libia, che dimostrava come colei che all’epoca era Segretario di Stato e altri dirigenti occidentali avevano mentito paventando un imminente genocidio, solo per giustificare la loro aggressione del 2011.
 
Utilizzando una combinazione di diverse parole-chiave, ho cercato negli archivi del  Washington Post, ma non ho trovato assolutamente alcuna informazione sul rapporto parlamentare. Una ricerca negli archivi del Los Angeles Times non ha dato migliori risultati.
 
The New York Times aveva un dispaccio da Londra. Ma metteva in cattiva luce solo i governi britannico e francese, come se gli Stati Uniti non avessero niente a che vedere con la devastazione della Libia e le sue ragioni pretestuose. Per giustificare questa guerra, gli Stati Uniti hanno peraltro utilizzato gli stessi falsi pretesti cui sono ricorsi i Britannici e i Francesi. Ma il New York Times non ha mai chiesto conto ai dirigenti statunitensi di tutto questo.
 
Ignorare o minimizzare una storia è il modo con cui i grandi media statunitensi insabbiano deliberatamente le informazioni critiche sulla politica estera USA. Si tratta spesso di informazioni vitali per permettere agli Statunitensi di comprendere l’attività del loro governo all’estero, azioni che potrebbero significare la morte o la vita di soldati USA e di moltissimi civili di altri paesi.
 
I giornali britannici hanno parlato diffusamente di questa storia. Come anche l’edizione internazionale di CNN, che ha redattori-capo diversi da quelli del sito internet statunitense della catena. Una ricerca on line non ha individuato alcuna informazione in proposito sull’edizione nazionale della CNN. Né vi sono video on line che testimonino che il canale nazionale o internazionale di CNN abbia parlato della questione.
 
L’edizione Asia del Wall Street Journal aveva un articolo. Non si capisce se sia stato pubblicato anche nell’edizione statunitense. Newsweek ha pubblicato un articolo on line. Ma in alcun modo menziona gli Stati Uniti.
 
E’ un macchia sulla reputazione delle due Commissioni degli Affari Esteri del Congresso, che non hanno mai avviato un’inchiesta (per quanto i parlamentari repubblicani si siano molto impegnati sulla vicenda dell’attacco dell’11 settembre 2012 contro il consolato USA a Bengasi, che è avvenuto quasi un anno dopo che l’amministrazione Obama dette il via libera al rovesciamento con le armi del governo libico e all’assassinio brutale del leader libico Muammar Gheddafi).
 
Voice of America, che trasmette dagli Stati Uniti, ha pubblicato un articolo sul suo sito internet a proposito del rapporto parlamentare britannico, però ha criticato gli Stati Uniti solo perché non avevano previsto le conseguenze, non per l’intervento.
 
Un’approfondita ricerca in internet dimostra che il magazine The Nation e vari siti di informazione alternativa, tra cui ConsortiumNews e Salon, sono gli unici media statunitensi ad avere parlato in modo adeguato dell’importante vicenda, che ha messo in discussione l’intera narrazione statunitense mirante a trasformare la Libia in uno Stato fallito.
 
Le ragioni dell’attacco
 
Gli Stati Uniti hanno divulgato la storia falsa di un imminente genocidio, secondo la dottrina della «responsabilità di proteggere» (R2P), per giustificare l’intervento militare. A prima vista la R2P sembra un raro esempio di moralità in politica estera e militare: una coalizione di paesi, con l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, intraprende un’azione militare per fermare un massacro imminente. Nessuno avrebbe potuto dire niente contro una iniziativa di questo tipo, se il suo obiettivo primario era di evitare un massacro, dopo il quale l’azione militare si sarebbe fermata.
 
Ma non si è fermata. Anche se il pretesto era di fermare un massacro, il vero obiettivo, come dice il rapporto britannico, era un cambiamento di regime in Libia. E non è questo che i responsabili statunitensi hanno dichiarato all’inizio, e non è questo che i media dominanti hanno raccontato.
 
« Nonostante la condanna del mondo, [il leader libico Muammar] Gheddafi ha deciso di intensificare gli attacchi, lanciando una campagna militare contro il popolo libico», ha dichiarato il presidente Barack Obama alla nazione il 28 marzo 2011. «Persone innocenti sono state deliberatamente assassinate. Sono stati attaccati ospedali e ambulanze. Sono stati arrestati giornalisti, abusati sessualmente e uccisi… Sono stati bombardati città e villaggi, distrutte moschee e ridotte in macerie delle case d’abitazione. Aerei militari ed elicotteri da combattimento sono stati utilizzati contro persone che non avevano alcun modo di difendersi da attacchi aerei».
 
Hillary Clinton, che secondo alcuni messaggi rivelati al pubblico era l’architetto dell’aggressione contro la Libia, aveva dichiarato quattro giorni prima: «Quando il popolo libico ha tentato di realizzare le sue aspirazioni democratiche, si è scontrato con la violenza estrema del suo governo».
 
Il senator John Kerry, all’epoca presidente della Commissione relazioni estere del Senato, ha ritenuto che «Il tempo stringe per il popolo libico. Il mondo deve rispondere immediatamente».
 
Mustafa Abdul Jalil, capo di un Consiglio di transizione che gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia hanno riconosciuto come il legittimo governo libico, ha chiesto l’istituzione di una zona di esclusione aerea. Jalil, che ha studiato all’Università di  Pittsburgh, ha giocato lo stesso ruolo di Ahmed Chalabi in Iraq. Entrambi hanno cercato di giungere al potere con l’aiuto dell’esercito USA. Ha detto che, se le forze di Gheddafi avessero raggiunto Bengasi, avrebbero ucciso «mezzo milione» di persone. «Se non verrà imposta una zona di esclusione aerea al regime di Gheddafi, se le navi non saranno controllate, in Libia avremo una catastrofe».
 
Il rapporto racconta una storia diversa
 
Al contrario, la sintesi del rapporto della Commissione degli affari esteri del settembre 2016 afferma: «Non c’è alcuna prova che il governo del Regno Unito abbia effettuato un’analisi corretta della natura della ribellione libica. (…) La strategia britannica si fondava su ipotesi erronee e una comprensione incompleta delle prove».
 
Il rapporto aggiunge: «Nonostante la retorica usata da Gheddafi, la tesi ch’egli avesse ordinato il massacro dei civili a Bengasi non è supportata da prove disponibili. Per quanto abbia certamente minacciato di rappresaglie quelli che prendevano le armi contro il suo regime, questo non costituiva certamente una minaccia contro tutti gli abitanti di Bengasi. Insomma, l’ampiezza delle minacce contro i civili è stata presentata in termini ingiustificati di certezza».
 
La commissione ha sottolineato che le forze di Gheddafi avevano conquistato città occupate dai ribelli senza attaccare I civili. Il 17 marzo, due giorni prima l’inizio dell’attacco della NATO, Gheddafi esortò i ribelli di Bengasi a «gettare le armi, esattamente come hanno fatto i vostri fratelli a Ajdabiya e  in altre località. Hanno deposto le armi e sono salvi. Noi li abbiamo graziati». Il leader libico ha «anche tentato di placare le manifestazioni a Bengasi offrendo aiuti di carattere sociale, e solo alla fine ha dispiegato le truppe», afferma il rapporto.
 
In un altro esempio, il rapporto rileva che, nel corso dei combattimenti di febbraio e marzo nella città di Misurata, solo l’1% delle persone uccise dalle forze governative era composto da donne e bambini. «La disparità tra vittime di sesso maschile e femminile suggerisce che le forze del regime di Gheddafi avessero di mira i combattenti maschi di una Guerra civile e non attaccassero i civili in modo indiscriminato», afferma il rapporto.
 
Come mai allora The New York Times e The Washington Post, I giornali statunitensi più influenti, non hanno detto niente a proposito di una vicenda così importante, una storia che avrebbe dovuto occupare le prime pagine per giorni? Era una storia che sbugiardava tutta la narrazione del governo degli Stati Uniti a favore di un attacco ingiustificato che ha devastato una nazione sovrana.
 
Vi può essere solo un motivo che spiega il perché la storia sia stata ignorata: esattamente il fatto che il rapporto evidenziava una iniziativa statunitense che si è tradotta in un crimine spaventoso che deve continuare a essere tenuto nascosto.
 
Articoli truccati
 
La difesa della politica estera degli Stati Uniti sembra la ragione di fondo che ispira i media statunitensi. La storia della Libia ne è un esempio. Io stesso ho personalmente fatto l’esperienza di capo-redattori che respingevano o modificavano articoli perché avrebbero potuto nuocere agli obiettivi della politica estera statunitense.
 
Ho, per ben due volte, proposto un articolo su un documento declassificato dell’Agenzia di informazioni della Difesa, che metteva in guardia contro la possibile istituzione di un principato salafita, appoggiato dagli Stati Uniti, nella zona est della Siria, la cui utilità era quella di mettere pressione sul presidente Bachar al-Assad, e che avrebbe potuto fondersi con estremisti iracheni e formare uno «Stato islamico»,  tutto questo due anni prima che davvero accadesse. Il mio articolo è stato per due volte rifiutato. Avrebbe messo in crisi tutta la narrazione statunitense sulla guerra contro il terrorismo.
 
In un’altra occasione, ho scritto diversi articoli sul voto dell’ONU che ha accolto la Palestina come Stato osservatore. In ognuno di essi ho fatto menzione del fatto che già 130 paesi avevano riconosciuto la Palestina come Stato e che molti di essi avevano anche allacciato relazioni diplomatiche, perfino al livello di ambasciate. Questa informazione essenziale è stata sistematicamente tagliata nell’articolo.
 
Un altro articolo che ho scritto è stato manipolato, sulla posizione assunta da Russia,  Siria e Iran, a proposito dei responsabili degli attacchi chimici nella zona di Damasco nel 2013. L’articolo conteneva anche una intervista ad un senatore che pretendeva che I Servizi di informazione statunitensi sostenessero le sue accuse contro Assad.
 
Presentare le diverse chiavi di lettura di una storia è giornalismo, è quello che si impara nelle scuole di giornalismo. Ma non evidentemente quando una delle parti in causa viene percepita come un nemico degli Stati Uniti. Negli affari internazionali contano solo gli interessi, non la morale. Un giornalista non dovrebbe mai prendere partito. Ma i giornalisti statunitensi lo fanno regolarmente sulle questioni internazionali. Prendono il «partito statunitense» invece di spiegare in modo neutrale al lettore il complesso conflitto di interessi tra paesi coinvolti in una controversia internazionale.
 
Minimizzare o omettere il punto di vista dell’avversario in un articolo è il caso classico di Statunitensi che raccontano un popolo straniero ad altri Statunitensi, senza dar loro la parola, che siano Russi, Palestinesi, Siriani, Serbi, Iraniani o Coreani del Nord. Privare un popolo della parola significa disumanizzarlo, rendendo più facile fargli la guerra.
 
Se ne può solo concludere che la missione dei media dominanti negli Stati Uniti non è quella di presentare tutti i punti di vista che si confrontano in un affare internazionale o di riferire informazioni critiche nei confronti della politica estera statunitense, ma piuttosto di favorire gli interessi statunitensi all’estero. Questo non è giornalismo. E’ piuttosto il lavoro che faceva Winston Smith.
 
 
Joe Lauria è un ex giornalista di politica estera. Ha scritto per il Boston Globe, il Sunday Times of London e The Wall Street Journal, tra gli altri. E’ autore di “How I Lost By Hillary Clinton” pubblicato da OR Books, parte del quale è stata adattata a questo articolo. E’ raggiungibile all’indirizzo  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e su Twitter con l’account @unjoe.
 
 
 
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