Strategic Culture, 20 novembre 2017 (trad.ossin)
 
Il presidente Trump alle prese con un colpo di Stato strisciante
Andrei Akulov
 
Il presidente Trump viene attaccato da tutte le parti. Il 18 novembre 2017, il generale dell'aeronautica militare John Hyten, capo del Comando strategico USA (STRATCOM), ha dichiarato ai partecipanti al Forum internazionale sulla Sicurezza di Halifax, in Nuova Scozia (Canada), che egli non obbedirebbe al presidente Donald Trump se gli desse l'ordine di lanciare « illegalmente » delle bombe nucleari. Spetta al generale decidere se un ordine sia legale o meno!  Si tratta di una dichiarazione straordinaria da parte di un funzionario di alto rango in servizio attivo! E non pare nemmeno che il generale voglia dimettersi o ritirarsi. Ciò vuol dire che può permetterselo senza dover subire alcuna conseguenza. La dichiarazione è intervenuta dopo che il Senato ha tenuto la prima audizione del Congresso, in oltre quattro decenni, sul tema del potere del presidente di lanciare attacchi nucleari.
 
Il presidente Donald Trump
 
Alcuni senatori vogliono modificare la legislazione vigente sull'autorità attribuita al presidente degli Stati Uniti in materia nucleare. Sono stati sollevati interrogativi sull'autorità attribuita a Trump di dichiarare guerra, ricorrere ad armi nucleari, concludere o annullare accordi internazionali, dopo che lo stesso ha minacciato di colpire la Corea del Nord. I tweet beffardi del presidente, indirizzati a Pyongyang, hanno provocato il timore, soprattutto tra i Democratici del Congresso, che potrebbe scatenare una guerra. « Siamo preoccupati del fatto che il presidente degli Stati Uniti sia così instabile, così volubile, che il suo modo di assumere le decisioni sia tanto capriccioso, che potrebbe ordinare un attacco nucleare assolutamente contrario agli interessi della sicurezza statunitense », ha dichiarato il senatore Chris Murphy,  un democratico del Connecticut.
 
E' la successione temporale ad essere importante. Il giorno successivo alle audizioni (il 14 novembre), un gruppo di sei democratici della Camera, guidati dal rappresentante Steve Cohen, del Tennessee, ha presentato cinque “Articles of impeachment” contro il presidente Donald Trump. I capi d'accusa includono l'intralcio alla giustizia, la violazione delle leggi sui finanziamenti nazionali e stranieri, danni all'autorità della magistratura federale e alla libertà di stampa.
 
Al momento, è improbabile che la mossa abbia successo, perché i Repubblicani hanno la maggioranza sia alla Camera che al Senato, ma alcuni Repubblicani, come i senatori Bob Corker e Jeff Flake, hanno cominciato ad attaccare apertamente il presidente.
 
Nel mese di agosto, Donald Trump ha dovuto firmare il Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (legge per contrastare gli avversari degli Stati Uniti attraverso sanzioni), ampiamente percepito come lesivo delle sue prerogative in politica estera. La legge stabilisce la necessità dell'approvazione del Congresso, prima che il presidente possa levare o alleggerire le sanzioni contro la Russia, l'Iran e la Corea del Nord.
 
I media hanno cominciato l'assalto al presidente. Quasi ogni giorno, succede qualcosa che dà lo spunto per criticare il presidente Trump. Qualche innocente osservazione sulla Russia è bastata a farne il bersaglio di attacchi senza precedenti. Par esempio, il fatto di avere messo in dubbio i rapporti non verificati circa una pretesa ingerenza della Russia nelle elezioni USA ha scatenato accuse di alto tradimento da parte dei media mainstream. « E' una dichiarazione sorprendente, un tradimento della fiducia e degli interessi statunitensi, che è quasi una sovversione », scrive Charles M. Blow nel suo articolo sul New York Times. « La verità qui, è che stiamo vedendo in tempo reale come la paranoia personale del presidente ostacoli la nostra politica nazionale e i nostri interessi nazionali. Il fatto inconfutabile qui, è che Trump persegue i suoi interessi personali, non quelli degli Stati Uniti. E, sulla questione della Russia che condiziona le nostre elezioni, gli interessi di Trump e di Putin complottano contro i fatti e contro gli Stati Uniti », dichiara l'autore.
 
Il Washington Post non è da meno, definendo il presidente un « pazzo pericoloso », manipolato dalla Russia. « L’autoritarismo, il narcisismo e il razzismo del presidente Trump minacciano la nostra democrazia, ma la sua ingenuità minaccia la nostra sicurezza nazionale », scrive Jennifer Rubin nel suo articolo dal titolo « Russia’s Mark : a Dangerous Fool for a President » (Il marchio russo: un pazzo pericoloso come presidente). Pare evidente che la guerra contro Trump tocchi vette inconsuete. Nessuna politica coerente dell'amministrazione riguardo alla Russia è possibile in queste condizioni.
 
La recente ondata di scandali sessuali ha duramente colpito gli Stati Uniti. Vi è coinvolto un gran numero di celebrità. La campagna non ha neppure risparmiato gli ex presidenti George H.W. Bush e Bill Clinton. Nessuno gode dell'immunità. Evidentemente, molte delle storie che circolano sono false, ma sporcano la reputazione di quelli i cui nomi compaiono nei grandi titoli dei media. L’atmosfera è quella giusta per accusare il presidente Trump di molestie.
 
In realtà l'offensiva è già stata lanciata. L’articolo di David Remnick, intitolato « The Weinstein Moment and the Trump Presidency » (Il momento di Weinstein e la presidenza Trump), pubblicato il 20 novembre dal The New Yorker, è il primo episodio della campagna di diffamazione già cominciata. Secondo M. Remnick, « Trump si è abbandonato a comportamenti più scandalosi di quanto risulti facile raccontare. Per una ragione o per l'altra, i suoi atti di misoginia, in parole ed atti, il suo infinito repertorio di comportamenti vergognosi di cui va fiero, le continue denunce contro di lui per molestie o aggressione sessuale (tutte evidentemente respinte), hanno suscitato pochissima attenzione, una denuncia per diffamazione e zero interesse da parte del Congresso ». Non c'è dubbio che altri giornali presto entreranno in gioco.
 
Qualsiasi pretesto sarà buono per sbarazzarsi di Trump. E' ingenuo? La sua biografia lo esclude. Incompetente? Non sa molto del mondo in cui vive? Aspettate un momento, prima di essere eletto aveva viaggiato per una metà del pianeta. Forse solo Nixon e George H. W. Bush ne sapevano più di lui sulle questioni internazionali prima di diventare presidenti. Trump ha consiglieri esperti: Henry Kissinger e Rex Tillerson. L’influenza della Russia? Trump vuole fare qualcosa che va contro gli interessi nazionali? Nessun presidente statunitense ha mai negato che la cooperazione con la Russia in certi campi è di una importanza cruciale. E infine non c'è nulla di male nel desiderio di Trump di rendere il suo paese nuovamente uno Stato nazione.
 
Il presidente ha una possibilità di sopravvivere tentando di difendersi contro il colpo di Stato strisciante? Sì, ha una possibilità. Trump ha una carta vincente: l’economia. Per lo Statunitense medio la situazione interna è la più importante. Oscillante intorno al 2% durante il mandato Obama, la crescita economica ha raggiunto il 3% con Trump. La Borsa cresce di oltre il 30% dopo la sua elezione. Trump si attribuisce il merito di oltre 2 milioni di posti di lavoro. Anche i redditi sono aumentati. I mercati sono in espansione; la disoccupazione è scesa dal 4.6% al 4.2%. Trump rivendica il massimo entusiasmo degli affari da anni. Piaccia o meno, bisogna dare al diavolo quanto gli è dovuto – le prospettive economiche con Trump sono positive ed è un fatto innegabile.
 
Il sostegno al presidente è rimasto largamente stabile nel nocciolo duro dei suoi sostenitori. Il declino costante del consenso verso i due partiti politici rafforza  Trump. La comparsa di un candidato importante di un terzo partito alle presidenziali del 2020 per dividere il voto anti-Trump accrescerà le chance del presidente uscente. Date le circostanze, alcuni elettori potrebbero essere reticenti a confessare di essere per Trump.
 
Con una economia in crescita, e se gli Stati Uniti non si faranno trascinare in un dispendioso conflitto militare, il presidente Trump ha buone possibilità di ottenere un secondo mandato alle presidenziali del 2010, trascinando alla sconfitta gli agenti politici ostili e i media che lo criticano.
 
 
 
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