Counterpunch, 25 febbraio 2019 (trad.ossin)
 
E’ ora che Guaidó riconosca il fallimento
Peter Bolton
 
Il 28 gennaio, la commissione direttiva del COHA (Council on Hemispheric Affairs) ha condannato il tentativo di colpo di Stato appoggiato dagli Stati Uniti in Venezuela, sostenendo il dialogo promosso dal governo del Messico e dalle Nazioni Unite per risolvere pacificamente il conflitto. Da allora, il programma di “regime change” ha perso notevolmente slancio. Il tentativo di legittimare il "presidente ad interim" auto-proclamato Juan Guaidó, un ex membro dell'Assemblea nazionale di 35 anni del partito popolare di destra, Voluntad, prima di allora del tutto sconosciuto, è decisamente fallito. Il governo del presidente Nicolás Maduro rimane saldamente al potere e solo una manciata di capi militari ha disertato schierandosi con Guaidó. Nonostante che molti alleati statunitensi dell'emisfero occidentale, in Europa e oltre, abbiano riconosciuto formalmente Guaidó come presidente legittimo del Venezuela, quattro delle cinque principali nazioni emergenti dei BRICS - Russia, Cina, India e Sud Africa - continuano a riconoscere Maduro, insieme a 15 altri paesi africani, e ad alcune nazioni del Caricom, fedeli alleate regionali: Bolivia , Nicaragua e Cuba.
 
Manifestazione a Caracas di sostenitori di Maduro
 
Colpo di Stato ormai a brandelli
 
Per vedere le crepe crescenti nella strategia dei golpisti, basta osservare le buffonate sempre più disperate di Guaidó. A livello internazionale, ha cercato freneticamente di ottenere il controllo delle risorse governative detenute all'estero - finora con scarso successo. Sul fronte interno, avendo promesso l'amnistia ai militari disposti a disertare, sta cercando adesso di ottenere che l’Assemblea Nazionale, controllata dall’opposizione, mantenga questa promessa. E, nella sua ultima provocatoria iniziativa, ha recentemente rivolto un appello ai suoi sostenitori perché circondino le basi militari "chiedendo che gli aiuti umanitari vengano accettati". Di conseguenza, il campo dell’opposizione sembra oltremodo dividersi, con molti dei suoi principali esponenti - tra cui Claudio Fermín e Laidy Gómez  - che ora mettono in discussione la strategia di Guaidó.
Stessi segni di disperazione cominciano a manifestarsi a Washington. I funzionari dell'amministrazione Trump hanno preso a lanciare minacce sempre più aggressive. Ad esempio, il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ha pubblicato una serie di tweet minacciosi indirizzati ai membri dell'esercito venezuelano. Lo stesso Trump ha elevato la retorica golpista a nuove vette di bizzarria. In un discorso a Miami, la Mecca degli estremisti cubani e venezuelani in esilio, ha elogiato il terrorista filo-opposizione Oscar Peréz (che ha attaccato la Corte suprema e il ministero della giustizia del Venezuela a colpi di granate) e ha detto che i militari dell'esercito venezuelano che rifiutano di schierarsi con Guaidó hanno "tutto da perdere". L'alto comando venezuelano gli ha prontamente risposto che "le forze armate della nazione bolivariana non accetteranno mai ordini da nessun governo o potere straniero, né un'autorità che non provenga dalla decisione sovrana del popolo". Poco prima che questo articolo andasse in stampa, è stato annunciato che il vice-presidente Mike Pence si recherà in Colombia il 25 febbraio per tenere un discorso in cui chiederà a Maduro di dimettersi.
 
Segni crescenti di stanchezza dell'opposizione
 
Alla luce di questo apparente stallo, talune circostanze sembrano indicare che la fazione estremista di Guaidó sia disposta ad accontentarsi di meno. Ha già ridotto le sue aspettative e mutato la propria strategia, chiedendo ad alcuni esponenti del Partito socialista unificato del Venezuela (PSUV) di partecipare ad un "governo di transizione". Edgar Zambrano, vice presidente dell'Assemblea nazionale dominata dall'opposizione e fedele alleato di Guaidó, ha dichiarato in un'intervista che una simile transizione necessiterebbe di "un ampio accordo nazionale tra le forze politiche del paese" che includa anche il Chavismo. Ha dichiarato:
 
" Non si può pretendere che il chavismo sparisca e non possiamo trasformarci da perseguitati in persecutori. La nostra non è una vendetta politica "
 
Le sue parole dovrebbero essere accolte favorevolmente. Dopotutto, uno dei maggiori timori del governo e dei suoi sostenitori è la possibilità di rappresaglie nel caso in cui l'opposizione acquisisca il potere esclusivo. L'esperienza storica della violenza di destra è ancora viva nei barrios urbani e nelle aree rurali impoverite. Durante il Caracazo del 1989, le rivolte contro il programma di austerità neoliberale attuato dall'allora nuovo presidente eletto Carlos Andrés Peréz vennero sanguinosamente represse dalle forze di sicurezza; secondo alcune stime, il bilancio delle vittime toccò quota 3.000. Eppure la proposta di un "governo di transizione" deve essere accolta con scetticismo. Una tale ipotesi dovrebbe realizzarsi solo attraverso l’apertura di un dialogo tra le due parti nel quadro dell’ordine costituzionale. Solo attraverso un accordo negoziale, le parti possono assicurarsi che i provvedimenti necessari, quali le garanzie di sicurezza e i meccanismi per risolvere il conflitto sul tema della legittimità istituzionale, vengano codificate e siano frutto di un accordo.
 
L’alternativa residua
 
Per aprirsi al dialogo, Guaidó e i suoi seguaci devono rinunciare completamente e inequivocabilmente alla violenza, allontanarsi dal sentiero di guerra, rompere i rapporti coi loro finanziatori di Washington e aderire pienamente ai progetti di mediazione offerti dal Messico e da altre parti neutrali del conflitto. Soprattutto, è giunto il momento di riconoscere che il loro tentativo di colpo di Stato è fallito, e quindi unirsi al governo, alla base Chavista, all'opposizione moderata e, anzi, alla stragrande maggioranza del popolo venezuelano nell'accettazione del dialogo come unica soluzione per superare l'impasse. Purtroppo, tuttavia, è ancora possibile che Guaidó e i suoi seguaci, nella loro disperazione, decidano di alzare la posta piuttosto che accettare la sconfitta. Allo stato attuale, hanno messo in campo tutti le opzioni a loro disposizione per ottenere un cambio di regime, a eccezione di un intervento militare statunitense che, tuttavia, rimane "sul tavolo", secondo il presidente Trump. Ora, esaurite tutte le altre opzioni, ne restano solo due: dialogo o guerra.
 
Scegliere la seconda sarebbe disastroso. Il Venezuela è quasi due volte più grande dell’Iraq e ha una popolazione pressappoco uguale. Ma, a differenza di altre nazioni ricche di petrolio, ha un esercito numeroso e bene addestrato, dotato di armi sofisticate acquistate dalla Russia e da altri alleati non occidentali. Inoltre le milizie filo-bolivariane e i Collectivos, che possono contare su milioni di aderenti, farebbero certamente fronte comune per difendere la patria e respingere le incursioni straniere. Se venisse scelta l’"opzione militare", i seguaci di Guaidó e l'amministrazione Trump, insieme ai loro tirapiedi della grande stampa, sicuramente sosterrebbero che questa volta le cose sono diverse, che stavolta hanno nobili motivi, che questa volta l'intervento sarà un successo. Ma come la storia ha dimostrato più e più volte, si tratta sempre della stessa strategia, degli stessi cinici motivi egoistici e sarà sempre lo stesso disastro mal gestito nel sanguinoso dopoguerra. Come ha detto lo storico George Santayana: "Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo".
 
 
 
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