Il lamento dell’assassino
Azzazello

Qui all’inferno abbiamo una regola fissa: quando vogliamo informarci sui prossimi arrivi dalla Palestina e dal Medio oriente, ascoltiamo il programma di Fiamma Nirenstein su Radio Radicale. Non c’è da sbagliarsi, quando la nota giornalista si mostra depressa, si può essere sicuri che le cose da quelle parti vanno bene; quando è allegra, vuol dire che dobbiamo prepararci ad accogliere decine o centinaia di Palestinesi, soprattutto bambini, uccisi dalle bombe di Israele.

Chi non la conosce Fiamma Nirenstein? E’ stata in gioventù dirigente di Lotta Continua e adesso è deputata del Popolo della Libertà. E’ di religione ebraica (non sapremmo indicare in altro modo l'identità rivendicata da quelli che si definiscono ebrei) e Wilkipedia ci informa che possiede una casa a Gilo, a Gerusalemme. Gilo è un quartiere di coloni israeliani sorto in un territorio occupato illegalmente nel 1967, su una terra sottratta ai Palestinesi dunque.

La nota giornalista è naturalmente una militante filo-Israele, e il 16 novembre scorso era allegra, con Massimo Bordin che le teneva bordone. E ne aveva ben donde, era iniziato un nuovo attacco israeliano contro Gaza!

Di questo ennesimo eccidio, Noam Chomsky ha scritto: “L’incursione e i bombardamenti su Gaza non puntano a distruggere Hamas. Non hanno il fine di fermare il fuoco di razzi su Israele, non puntano a istaurare la pace. La decisione israeliana di far piovere morte e distruzione su Gaza, di usare armamenti letali degni di un moderno campo di battaglia su una popolazione civile largamente indifesa, è la fase finale di una pluridecennale campagna per fare pulizia etnica dei Palestinesi. Israele usa sofisticati jet da attacco e navi da guerra per bombardare campi profughi densamente popolati, scuole abitazioni, moschee e slum; per attaccare una popolazione che non ha aviazione né contraerea, armamenti pesanti, unità di artiglieria, blindati (…). E la chiama guerra. Ma non è guerra, è un assassinio”.

Un assassinio, appunto.

133 morti Palestinesi ad oggi, contro 5 vittime Israeliane. In 10 anni, oltre 5.000 Palestinesi sono stati uccisi a Gaza dagli Israeliani, una percentuale orrendamente alta dei quali è composta da bambini.

Ma Fiamma Nirenstein ci parla invece dei disagi della popolazione israeliana del Sud, causati dai lanci di razzi provenienti dalla Striscia. Lei li chiama missili, ma – a paragone delle armi di distruzione di massa in dotazione all’esercito israeliano - si tratta poco più che di fuochi di artificio che, infatti, non hanno provocato alcuna vittima.

“I negozi sono chiusi – lamenta però - e le scuole chiudono in continuazione…”. Racconta che c’è una trasmissione della radio israeliana che si interrompe all’arrivo di ogni razzo, e che le interruzioni sono continue. “E’ impressionante!” sostiene. Gli abitanti sono costretti a stare nei rifugi che lo Stato ha costruito per ogni casa. “Questa è la situazione di Israele, capisci?” Dice a Massimo Bordin, che annuisce.

Nel frattempo, però, nella Striscia, succede ben altro. Manlio Dinucci, sul Manifesto, ci parla di Jamal, un commerciante di Gaza che si trovava per caso fuori, quando una potente testata israeliana ha centrato la sua casa sterminando la famiglia: nove persone tra cui quattro bambini di 2-6 anni.
Perché i missili israeliani fanno male, non fanno solo scintille, e a Gaza poi non ci sono rifugi.

Bisogna dire che la nostra giornalista concede benevolmente che “i Palestinesi soffrono parecchio di questa situazione… “. Ma attribuisce la ragione di questa “asimmetria” (l’espressione è di Massimo Bordin) di vittime alla superiorità morale di Israele, contro la selvaggia rozzezza dei Palestinesi.
Perché “Israele ha speso tanti soldi per costruire rifugi persona per persona”, mentre i Palestinesi non hanno fatto lo stesso.

Dimentica naturalmente che, per costruire rifugi, ci vorrebbero quei materiali edili dei quali l’embargo israeliano impedisce l’ingresso nella Striscia. E ci vorrebbero anche quei soldi che la depressione economica provocata sempre dall’embargo israeliano non permette certo di avere. E comunque – diciamo noi - un assassino non può attribuire la morte della sua vittima al fatto che, il cretino, non si era messo il giubbotto antiproiettile.

“Si dice che Israele colpisce i civili”, aggiunge la nota giornalista,  ma la colpa è di Hamas che disperde il suo esercito tra la popolazione e la usa come scudo umano. Chiusa nella sua casa costruita sulla terra tolta ai Palestinesi, la nostra dimentica che la Striscia di Gaza è uno dei luoghi più affollati del mondo: 360 kmq per 1.500.000 abitanti, pari a 4.500 persone a kmq. E che qualsiasi intervento armato in un luogo simile è nient’altro che un eccidio programmato.

La nota giornalista dice però che tutto è cominciato a causa dei missili sparati da Gaza, mentre invece tutto è cominciato con l’assassinio mirato di Ahmed Jabari, dirigente di Hamas, vittima dell’abitudine, che Israele condivide con Cosa Nostra e le bande di narcos sudamericani, di ammazzare puramente e semplicemente quelli che considera suoi nemici.

Ma il meglio di sé la nota giornalista lo dà quando denuncia l’arrivo a Tel Aviv di ben 2 missili.
“Sono suonate le sirene a Tel Aviv” – dice - e la gente era contenta perché si sentiva affratellata a quelli del sud.  E racconta di una signora che si trovava in un caffè quando è arrivato il missile. “Quelli di Tel Aviv stanno sempre nei caffè”, commenta ridacchiando, e Massimo Bordin interviene con tono mondano per dire che Tel Aviv è una città che sa vivere. La nota giornalista conferma e prosegue il racconto: “Quando è successa la cosa, siamo rimasti seduti al tavolino incrociando le dita. No, non siamo corsi verso il rifugio perché noi di Tel Aviv non ci occupiamo troppo dei rifugi. Poi il cameriere, siccome eravamo vivi, ci ha portato un bicchierino, e abbiamo brindato”.

Nel frattempo, nella Striscia, si celebravano i funerali di Fuad Hijazi e dei suoi due figli, sterminati da un missile israeliano sparato sulla sua misera abitazione tra Beit Lahiya e il campo profughi di Jabaliya. Della famiglia Hijazi ora rimane in vita solo Amna, la madre, ricoverata in condizioni critiche all’ospedale Shifa di Gaza City.

Non ci piacciono i paragoni esagerati, però il racconto della nota giornalista assomiglia straordinariamente  a quello di qualcuno che, non so, giustifichi l’uccisione di un bambino perché il suo pianto notturno non faceva dormire l’assassino: “Era terribile! Un pianto insopportabile… è stato costretto a sopprimerlo per poter prendere di nuovo sonno”.

Noi, per quanto diavoli, siamo di un’altra opinione. Conserviamo le nostre lacrime per le vere vittime e non ci facciamo incantare dai lamenti dell'assassino.

Torna alla home
Dichiarazione per la Privacy - Condizioni d'Uso - P.I. 95086110632 - Copyright (c) 2000-2020