La vendetta della Prima Repubblica
Nicola Quatrano
 
Il 2017 che sta per chiudersi è stato un anno fantastico, vero dottor Stranamore?
 
Il Primo Ministro Filippo Gentiloni
 
Dallo Yemen alla Siria e all’Iraq, passando per la Libia, bombe, missili ed epidemie hanno fatto il loro lavoro, incessantemente. E ancora meglio si potrà fare nel il 2018, con quello che succede in Palestina, e l’alleanza Usa-Israele-Arabia saudita contro l’Iran. La «guerra» è anche diventata parte integrante della nostra vita quotidiana. Qualsiasi problema si presenti, non si sta lì tanto a riflettere sulle cause o a cercare rimedi di medio e lungo periodo, subito si dichiara una «guerra». Segnatele tra i vostri appuntamenti, per non passare da disertori: la guerra contro il terrorismo, contro le mafie, la grande criminalità, la micro criminalità, la corruzione, il degrado, la droga, le fake news, il populismo, il femminicidio, la movida violenta, il bullismo, la ludopatia, le contraffazioni… ahi! Si è esaurito lo spazio dell’iCal.
 
La «guerra» è comoda, perché semplifica le questioni e non va tanto per il sottile: basta trovare un «nemico» da combattere, e il gioco è fatto. E non sempre questo nemico resta vago, indistinto e senza volto. Nei giorni scorsi il sindaco de Magistris, intervenendo in un dibattito che sembrava oramai spento, ha puntato il dito contro «Gomorra 3», considerandola responsabile delle «stese». «La sera, ha detto, dopo la serie», le suddette aumentano. I dati statistici (e chi li ha elaborati) non sono stati resi noti, forse perché si erano esauriti i 280 caratteri (spazi inclusi) di twitter.
 
Quanto meno, però, questo tipo di approccio apre nuovi orizzonti alla ricerca storica. Pare infatti che prima di proclamare il Califfato, il 29 giugno 2014 a Mosul, Abu Bakr al Baghdadi si sia appassionato ai film di Quentin Tarantino. E Donald Trump avrebbe spostato l’ambasciata Usa a Gerusalemme dopo una proiezione privata di «Ombre rosse» di John Ford (confondendo, complice il genero Jared Kushner, i Palestinesi coi Pellerossa). Theresa May e Carles Puigdemont, dal canto loro, sarebbero stati influenzati, nelle decisioni sul Brexit e l’indipendenza della Catalogna, dal film «La guerra dei Roses» di Danny De Vito, e approfonditi studi sono in corso sui gusti cinematografici di Adolf Hitler.
 
Di questo passo, dovremo anche chiederci quali film, o serial televisivi, hanno prodotto la crisi irreversibile dell’Anm, o il fallimento contabile del comune di Napoli. Forse «Tanguy» di Étienne Chatiliez, che racconta i terribili dispetti orditi da due genitori contro un figlio che non vuole andarsene da casa. E quale peggior dispetto verso i nostri figli dello spalmare i debiti su 20 anni e lasciarglieli in eredità?
 
Unici dati confortanti, per chiuderla con lo scherzo, sono quelli economici della Campania, in consistente aumento (pur partendo da una base assai negativa). Soprattutto si segnalano il settore agroalimentare ed il turismo, con le ottime performance di Pompei e della Reggia di Caserta. È un dato confortante soprattutto perché è l’unica vera alternativa alle «guerre», che infatti non si sono mai fatte quando l’economia tira. Può ben vantarsene il governatore Vincenzo De Luca, se solo parlasse di meno e si affidasse unicamente ad alcuni indubbi risultati positivi della sua gestione. E può vantarsene il ministro Dario Franceschini, al cui discreto lavoro va parte del merito della rinascita dei siti artistici della Campania.
 
E questo riconoscimento verso uno stile di governo sobrio e fattivo è l’ultimo, e non secondario, motivo di soddisfazione in questo scorcio di 2017. Che registra la crisi (speriamo irreversibile) di un’offerta politica fondata sul fascino personale di certi personaggi che, invece di proposte e risultati, mettono in campo la loro storia (o il loro storytelling), come fosse una garanzia di buon governo. I risultati scadenti (e a volte decisamente fallimentari) delle loro gestioni sembrano avere vaccinato il popolo italiano che, oramai, non se li fila più (si veda la parabola di Matteo Renzi).
 
Il modello che oggi decisamente tira è quello un po’ scialbo, ma che ispira fiducia, di Paolo Gentiloni. E il suo fascino sta soprattutto nel suo modo di governare, non dico bene o male, questo dipende dai punti di vista, ma certamente in modo pacato e senza ansie. Ricorda, in questo, certi notabili democristiani e certi comunisti di altri tempi. E il vero paradosso è proprio che, dopo anni di «guerre» tra Ego incontenibili, che hanno occultato disastri politici e amministrativi nell’incessante frastuono delle opposte tifoserie, gli Italiani sentono oggi un gran bisogno di pace, e di autentico governo. E dunque il profilo dei prossimi candidati (al livello nazionale e locale, di sinistra o di destra), per essere vincente dovrà avere esattamente questi caratteri.
 
Sarà l’inizio di una nuova serie? «La vendetta della Prima Repubblica 1 ».
 
 
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