Madaniya, 16 gennaio 2018 (trad.ossin)
 
La faccia nascosta di Abu Dhabi 2/2
René Naba
 
L’Iran, un babau per risanare i deficit statunitensi
 
 
1 – Pericolo iraniano o pericolo demografico? Gli asiatici 60% della popolazione delle petromonarchie
 
I principati del Golfo presentano la singolarità unica al mondo di avere più lavoratori stranieri che autoctoni, e un numero di operai edili di gran lunga superiore a quello dei cittadini, al punto che il Kuwait ha tentato, nel decennio 1990, di liberarsi dei clandestini (senza documenti, senza nazionalità), proponendo alle Comore di accoglierne quattromila in cambio di importanti investimenti kuwaitiani nell’economia di quel paese.
 
Abu Dhabi, per scoraggiare una stabile presenza dei lavoratori asiatici, ha proposto, dal canto suo, di limitare il loro permesso di lavoro e di permanenza ad unico soggiorno di sei anni.
 
L’offerta kuwaitiana è stata respinta dalle autorità comoriane che la consideravano pericolosa per la coesione nazionale, e la proposta di Abu Dhabi è caduta anch’essa nel vuoto, perché controproducente, nociva per gli investimenti economici e demotivante sul piano dell’efficacia economica.
 
Il problema è però diventato tanto acuto, che un alto responsabile della polizia del Golfo, volendo scuotere il torpore dei leader petromonarchici, è giunto a sfidare questo tabù, predicendo a termine l’elezione di un Indiano alla presidenza della Federazione dei principati del Golfo:
 
«Barack Obama è solo il preludio di un vasto cambiamento della climatologia politica planetaria che vedrà tra poco un Indiano candidarsi per la presidenza della Federazione », ha detto provocatoriamente il generale Dhafi Khalfane, capo della polizia di Dubai, davanti un uditorio sbigottito, durante un «Forum sull’identità nazionale» tenuto ad Abu Dhabi nell’aprile 2008, primo forum di questo tipo su tale tema dopo l’indipendenza dei principati nel 1970, trentotto anni fa.
 
Il numero di lavoratori asiatici nel Golfo è stimato in quindici milioni di persone, circa la metà della popolazione della zona, secondo un rapporto del Consiglio della cooperazione del Golfo.
 
La situazione degli Emirati è, sotto questo profilo, paradossale: gli immigrati rappresentano l’85% della popolazione totale. Su 3,8 milioni di abitanti, gli autoctoni sono solo il 3° gruppo di popolazione (640.000), molto dopo gli Indiani (1,2 milioni di abitanti) che sono in posizione di parità coi Pachistani. Nel calcolo totale delle nazionalità, gli asiatici rappresentano circa il 60% della popolazione totale del Golfo ed una percentuale molto più elevata della popolazione attiva.
 
La maggiore ossessione dei leader del Golfo è che questi lavoratori stranieri possano un giorno rivendicare la nazionalità del loro paese di accoglienza. Un vero rompicapo per i principi del petrolio che non possono privarsi della mano d’opera straniera se vogliono garantirsi una crescita economica, ma che non vogliono però accordarle la nazionalità a rischio di snaturare il carattere arabo delle petromonarchie.
 
Una soluzione sarebbe quella di sostituire mano d’opera araba a quella asiatica e consentirne la naturalizzazione ma, in una simile ipotesi, il rischio di una contestazione politica da parte della mano d’opera araba peserebbe enormemente sulla stabilità dei regimi petro monarchici.
 
Oltre a questo rischio, la mano d’opera araba è ostaggio dei conflitti inter arabi. Il Kuwait ha espulso quasi cinquecentomila Palestinesi nel 1980, come pure Abu Dhabi, per punire Yasser Arafat, capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, quando adottò una posizione di mediazione e non di scontro verso l’Iraq.
 
Il Kuwait, durante l’invasione irachena dell’agosto 1990, e l’Arabia Saudita fecero lo stesso con quasi un milione di Yemeniti, per una analoga posizione assunta dal presidente Ali Abdallah Saleh.
 
2- Il Golfo, una gigantesca base galleggiante USA, una pompa di finanziamento dei deficit statunitensi
 
Di fronte all’Iran, le petromonarchie arabe, uno dei principali rifornitori del sistema energetico mondiale, svolgono una funzione di una gigantesca base militare galleggiante dell’esercito USA, che vi si rifornisce a profusione, a domicilio, a prezzi del tutto concorrenziali. Tutti, a vari livelli, pagano il loro tributo, accordando senza esitazione facilitazioni al loro protettore.
 
La zona è infatti coperta da una rete di basi aeronavali anglosassoni e francesi, la più fitta del mondo, la cui sola esistenza è in grado di dissuadere qualsiasi potenziale assalitore. Questa rete ospita a Doha (Qatar), la sede del Comando operativo del Cent Com (il comando centrale USA), la cui sfera di competenza si estende lungo l’asse di crisi dell’islam che va dall’Afghanistan al Marocco; A Manama (Bahrein), il quartiere generale di ancoraggio della 5° Flotta statunitense, la cui zona operativa copre il Golfo arabo-persico e l’Oceano indiano.
 
Bisogna aggiungere, ultimo ma non meno importante elemento, Israele, il partner strategico degli Stati Uniti in zona, e la base di collegamento di Diego Garcia (Oceano indiano), la base aerea britannica di Massirah (Sultanato di Oman) e, da gennaio 2008, la piattaforma navale francese ad Abu Dhabi.
 
Sono stati anche realizzati degli sbarramenti elettronici alle frontiere dell’Arabia Saudita e degli Emirati, per scoraggiare ogni invasione o infiltrazione.
 
Lo sbarramento elettronico saudita è stato realizzato col concorso francese, quella di Abu Dhabi, dalla ditta israeliana AGT (Asia Global Technologies), il cui contratto di tre miliardi di dollari riguarda sia la protezione delle frontiere che la protezione dei quindici siti petroliferi dell’Emirato, oltre alla fornitura di droni, di aerei da ricognizione senza pilota di fabbricazione israeliana.
 
Scarsamente popolati, circondati da vicini potenti come l’Iran e l’Iraq, di recente creazione e prive di esperienza storica, le petromonarchie hanno da tempo affidato la loro protezione ad amici agguerriti o, in mancanza, a compagnie militari private, i mercenari dei tempi moderni.
 
La protezione dello spazio aereo saudita è da gran tempo affidato ad aviatori pachistani, il territorio nazionale del Sultanato di Oman ai beduini della Legione Araba giordana, i mercenari occidentali si occupano del resto, con una ripartizione di ruoli tra gli Inglesi, presenti soprattutto nella loro ex zona di influenza degli emirati petroliferi del Golfo, e gli Statunitensi che hanno il monopolio nell’Arabia Saudita e nel resto del Medio Oriente.
 
3- Abu Dhabi, protetta da mercenari occidentali
 
La protezione di Cheikh Zayed bin Sultan Al-Nahyane, il padre dell’attuale Emiro di Abu Dhabi ed ex presidente della Federazione degli Emirati del Golfo, come anche l’organizzazione delle truppe dell’Oman nella repressione della guerriglia marxista del Dhofar, negli anni 1965-1970, sono state affidate alla responsabilità di «Watchguard», una delle due compagnie di mercenari britannici, con sede a Guernesey.
 
Fondata nel 1967 da David Sterling, un ex dei commando aerei britannici (Special Air Services), è considerata uno strumento di influenza della diplomazia britannica. Oltre a Blackwater, che si è spiacevolmente distinta in Iraq, gli Stati Uniti hanno due grandi società private militari: Vinnell Corp, con sede a Fairfax, in Virginia, e BDM international.
 
Entrambe filiali della multinazionale Carlyle, appaiono come braccia armate privilegiate della politica statunitense in Arabia e nel Golfo. Vinnel corp, la cui missione saudita fu oggetto di un attentato a Khobbar nel 1995, ha il controllo sulla formazione della Guardia nazionale saudita, mentre BDM si occupa della formazione del personale dell’aviazione, della marina e delle forze terrestri saudite.
 
Leggi in proposito: Un Emirato sotto protezione dei mercenari occidentali
 
 
4- «Politics of Fears»: L’Iran, un pretesto per assorbire il surplus di petrodollari arabi
 
Quindi con un sotterfugio che i politologi USA chiamano «Politics of Fears», la politica dell’intimidazione, che consiste nel presentare l’Iran come un babau, l’Arabia Saudita e i suoi alleati petromonarchici sono stati costretti a dotarsi, non di una difesa a tutto campo, ma di un dispositivo difensivo anti iraniano, a proteggere cioè il regno «nei confronti dell’Iran», potenza di soglia nucleare, e non nei confronti di Israele, potenza nucleare in pieno esercizio, e inoltre potenza che occupa Gerusalemme, il 3° luogo santo dell’islam.
 
5- Israele, il sesamo magico
 
La ragione della benevolenza occidentale nei confronti di Abu Dhabi sta nella sotterranea connivenza tra l’Emirato e lo Stato ebraico.
 
Precursore della normalizzazione felpata con Israele, Abu Dhabi ha quindi affidato la protezione dei suoi campi petroliferi ad una ditta israeliana, diretta dall’ex deputato di sinistra Yossi Sarid. La ditta israeliana AGT ha realizzato uno sbarramento elettronico nella regione di frontiera tra gli Emirati Arabi Uniti e il Sultanato di Oman per prevenire infiltrazioni ostili. Lo sbarramento è di fatto un  «muro intelligente» che nasconde videocamere in grado di registrare i tratti del viso di chi tocca il muro. Dati immediatamente trasmessi agli schedari dei Servizi di informazione e alla polizia, in modo da consentire un immediato intervento delle forze di sicurezza ». «L’architetto del progetto è la ditta AGT, diretta da Mati Kochavi, un israeliano che vive negli Stati Uniti».
 
Leggi  «Il business segreto di Israele nel Golfo Persico».
 
Non solo, ma Abu Dhabi ha partecipato a delle esercitazioni aeree insieme all’aeronautica militare israeliana, in manovre congiunte negli Stati Uniti e in Grecia, cosa che perfino l’Egitto, pure firmatario di un trattato di pace con Israele, si è astenuto dal fare.
 
Epilogo
 
1a verità: Il Mondo arabo è debitore verso l’Iran di una parte della sua cultura e l’Islam di una parte della sua diffusione, che si tratti del filosofo Al Fârâbî, del compilatore dei discorsi del profeta Al Boukhary, del linguista Sibawayh, del teorico del sunnismo Al Ghazali, degli storici Tabari e Shahrastani, del matematico Al Khawarizmi (Logaritmi), e naturalmente dello scrittore del celebre romanzo Kalila wa Doumna, Ibn al Mouqaffah, oltre ad Avicenna (Ibn Sinna). Ugualmente, l’espansione dell’islam in Asia centrale fino ai confini della Cina non sarebbe stata possibile senza passare per la piattaforma iraniana.
 
2a verità: Il mondo arabo è debitore verso l’Iran di un rovesciamento strategico che è riuscito a neutralizzare in parte le conseguenze disastrose della sconfitta araba del giugno 1967, sostituendo un regime alleato di Israele, la dinastia Pahlevi, il migliore alleato mussulmano dello Stato ebraico, con un regime islamico che ha fatto propria la proposizione iniziale araba sancita nel summit arabo di Khartoum (Agosto 1967) dei «Tre NO» (no al riconoscimento, no alla normalizzazione, no al negoziato) con Israele.
 
Ha così offerto all’insieme arabo una profondità strategica, liberandolo dalla tenaglia israelo-iraniana che lo stringeva in una “alliance de revers”, compensando peraltro l’allontanamento dell’Egitto dal campo di battaglia, dopo il trattato di pace firmato con Israele. La Rivoluzione islamica in Iran è stata proclamata il 9 febbraio 1979, un mese prima del Trattato di Washington tra Israele e l’Egitto, il 25 marzo 1979. In cambio gli Arabi, con un atteggiamento di rara ingratitudine, hanno lanciato contro l’Iran, già sotto embargo, una guerra di dieci anni per mano dell’Iraq, eliminando anche il capo carismatico della comunità sciita libanese, l’Imam Moussa Sadr (Libia 1978), combattendo contemporaneamente contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, vale a dire contro il principale fornitore di armi dei paesi che combattono Israele.
 
3a verità: Il mondo arabo si è lanciato in una smisurata politica di armamento militare, per una metà di secolo, pagando fino all’ultimo centesimo somme colossali per arsenali desueti, per vendite subordinate a condizioni politiche e militari draconiane, mentre, nello stesso tempo, gli Stati Uniti dotavano, graziosamente, Israele delle armi più sofisticate.
 
Il diverso trattamento riservato agli Arabi e agli Israeliani
 
Israele ha ricevuto cinquantuno (51) miliardi di dollari in aiuti militari dal 1949, la maggior parte dopo il 1974, più di qualsiasi altro paese nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, secondo uno studio dello specialista di affari militari Gabriel Kolko, pubblicata nella rivista «Counter punch» il 30 marzo 2007.
 
Per due volte nell’ultimo quarto di secolo, i paesi arabi hanno partecipato a guerre lontane per compiacere il loro alleato statunitense, talvolta a detrimento degli interessi a lungo termine del mondo arabo, alienandosi perfino un alleato naturale, l’Iran, un vicino millenario, nella più lunga guerra convenzionale dell’epoca contemporanea, senza peraltro beneficiare della considerazione del loro mandante statunitense.
 
All’apogeo della Potenza occidentale, quando era più stretta la loro alleanza con l’Iran, né gli Stati Uniti né tantomeno la Francia sono mai riusciti a far restituire al loro proprietario arabo legittimo I tre isolotti del Golfo, proprietà di Abu Dhabi: Abou Moussa e le due isole Tomb, occupate dallo Scià dell’Iran, nel decennio 1970.
 
Tanto premesso, gli Emirati sono davvero un «punto di equilibrio tra i continenti europei, africano e asiatico?. Un punto di equilibrio o uno sgabello della NATO? Uno strumento di asservimento del mondo arabo all’egemonia israelo-atlantista?
 
La dichiarazione del presidente francese è un esercizio classico di adulazione diplomatica? Dimostra assoluta ignoranza della natura profonda di un principato che passa, soprattutto in Yemen, come un supporto dei gruppi terroristici islamici, soprattutto Al Qaeda per la Penisola araba (APA), che ha ordinato il massacro di Charlie Hebdo a gennaio 2013. O ambiguità irritante da parte di un presidente che predica la moralizzazione della vita pubblica?
 
Anche chiedere a Hezbollah di rinunciare al suo arsenale militare per impegnarsi nella vita libanese come partito politico, senza fiatare sul formidabile arsenale nucleare israeliano, dimostra una ingenuità inquietante o almeno lampante mala fede, in ogni caso di una parzialità filo israeliana manifesta.
 
Il più giovane presidente della Repubblica Francese non è sorretto da un audace pensiero innovativo,  ma chiuso in un conformismo passatistico. Le disavventure del pupillo della Francia, Saad Hariri, in Arabia Saudita dovrebbe stimolarlo ad evitare senza ritardo i pesanti errori dei suoi calamitosi predecessori, il post gollista Nicolas Sarkozy e il post socialista Français Hollande, e non collocarsi nella loro scia disastrosa.
 
Che i reucci del Golfo, in questa prospettiva, pensino alla sorte funesta dello Scià dell’Iran, l’ex super gendarme del Golfo, a quella dell’ex presidente zairese Joseph Mobutu, cui è stata vietato il soggiorno in Francia, pur dopo avere generosamente riempito la classe politica francese delle sue valigette e i suoi tamburi (imbottiti di soldi), o ancora a quello del fuggitivo tunisino, Zine El Abidine Ben Ali, cui fu vietato di sorvolare lo spazio aereo francese dopo avere servito da «tour operator» alla casta politico mediatica francese.
 
 
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