Le Grand Soir, 27 gennaio 2015 (trad.ossin)


Syriza, uno strappo nell’Europa neoliberista

Stathi Kouvelakis


Come previsto, è stato lo tsunami Syriza a vincere le elezioni di domenica. Ad Atene, nei quartieri popolari, è stata una vera e propria disfatta per la destra. In provincia, interi pezzi dell’elettorato della destra, dopo quelli del Pasok, hanno cambiato bandiera. Politicamente, la borghesia greca e il suo personale politico sono oggi depressi e afoni. Tutte le loro speranze di battere Syriza sono oggi rivolte ai dirigenti europei. Tra i quali la linea sembra chiara: è la politica della “gabbia di ferro”, nella quale bisogna immediatamente chiudere il governo Syriza. La punta di lancia è di costringerla a chiedere una proroga dell’attuale “programma di aiuti”, in scadenza il 28 febbraio. Una proroga significherebbe la prosecuzione del finanziamento, e quindi del rimborso dei debiti, ma comporterebbe anche la continuità della politica attuale e del mantenimento del paese sotto la sorveglianza della Troika – eventualmente con modalità leggermente rimaneggiate.

Le annunciate decisioni della BCE si iscrivono in questo quadro. L’inclusione della Grecia nel programma di riacquisto dei debiti pubblici sottintende l’accettazione di un “programma di aiuti” (i titoli del debito greco, che non valgono molto, non soddisfano le condizioni di un riacquisto standard). Ed è lo stesso, sostanzialmente, per ciò che riguarda l’autorizzazione accordata dalla BCE per l’accesso alla liquidità delle banche greche attraverso il meccanismo dell’ELA (1) Essa deve essere rinnovata ogni 15 giorni e presuppone la prosecuzione di un “programma di aiuti”. Si è capito che, alla fine, si tratta di non dire più “memorandum”, ma programma di aiuto.

Le intenzioni di Syriza di fronte a queste difficoltà, perfettamente prevedibili nelle grandi linee, non sono chiare. La campagna elettorale è stata volutamente “rassicurante”, per convincere l’elettorato moderato e indeciso, e ha promosso l’immagine di una “Europa che cambia”, e anche a tutta velocità, e che è disponibile verso le richieste di Syriza. Negli ultimi giorni, le dichiarazioni di alcuni dirigenti di Syriza, soprattutto degli economisti (Dragasakis, Tsakalotos), ma anche del “braccio destro di Tsipras e direttore del suo staff personale, Nikos Pappas, lasciano intendere che Syriza sarebbe d’accordo a chiedere una prolungamento “tecnico” di questo “programma di aiuti”, per “dare tempo ai negoziati”. Le condizioni richieste per una simile richiesta di prolungamento asseritamente “tecnico” sono passate sotto silenzio.

Ci si trova quindi di fronte ad un nodo di contraddizioni che, in forme diverse, costellano la traiettoria di Syriza e la situazione greca nel suo insieme. Già tra le due elezioni di maggio e giugno 2012, più o meno le stesse persone in Syriza (Dragasakis, in primo luogo) si erano discostati dalla linea del partito e avevano escluso l’idea di una annullamento “unilaterale” del memorandum. Dragasakis si era allora avventurato in oziose distinzioni tra la denuncia “politica” del memorandum e la “denuncia giuridica”, che equivale a quelle “azioni unilaterali” che egli abborre. Tali discorsi costarono caro a Syriza all’epoca, avendo dato l’impressione di una mancanza di chiarezza che avrebbe potuto riguardare anche le questioni più decisive. Ma alla fine non è stata questa la linea che ha prevalso. Cosa accadrà adesso? E’ questa forse la questione più importante.

Attualmente, pur senza nascondersi le contraddizioni, bisogna rallegrarsi pienamente dell’ampia vittoria di Syriza, anche se è un peccato che non abbia raggiunto la maggioranza parlamentare per due soli seggi. Questo terremoto restituisce fiducia ai settori più coscienti e permette una ripresa della mobilitazione popolare. E’ certamente questa la chiave di tutto. E alla fine questo tsunami avrà un grande impatto internazionale, sui governi e su tutta questa sinistra sociale e politica che scommette, a giusto titolo, su Syriza e che ha voglia di gettarsi nella battaglia.

Quel che sta accadendo in Grecia, non lo si dirà mai abbastanza, è qualcosa di enorme, davvero storico, è il primo decisivo strappo col neoliberismo in Europa, ed è l’opportunità straordinaria per la “sinistra di sinistra” di rompere con la maledizione delle sconfitte, che sono quelle delle battaglie perdute senza essere state combattute. Una sola opzione dunque: osare combattere e osare vincere!


“Il nostro comune futuro in Europa non è quello dell’austerità, è quello della democrazie, della solidarietà e della cooperazione”… A. Tsipras  


(1)     Emergency Liquidity Assistance (Ela). Trattasi di uno strumento, previsto dall’articolo 14.4 dello statuto del Sistema europeo di banche centrali (Sebc), che consente alle banche centrali nazionali di stampare moneta – come dice il nome, in caso di emergenza – senza che tale operazione rientri nel quadro della politica monetaria unitaria europea. Per la Banca d’Italia (e tutte le altre banche centrali) il potere di usare l’Ela non deriva dalla sua partecipazione al Sebc, ma la decisione può essere presa indipendentemente e di propria iniziativa. Da un punto di vista legale, fino a poco tempo fa circolava in rete un documento (Buiter, Michels e Rahbari, “ELA: An Emperor without clothes”, gennaio 2011), ora scomparso, che sosteneva con una certa convinzione che le normative e le decisioni rispetto all’Ela dovrebbero essere prese dai governi nazionali di concerto con le banche centrali nazionali. Quello che è chiaro, tuttavia, è che l’articolo 14.4 dello statuto del Sebc attribuisce al Consiglio direttivo della Bce la competenza di limitare le operazioni di Ela qualora valuti che esse interferiscano con gli obiettivi e i compiti dell’Eurosistema. Le decisioni al riguardo dell’Ela debbono essere adottate dal Consiglio direttivo della Bce a maggioranza dei due terzi.

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