Domenica 9 novembre 2014 ricorre il venticinquesimo anniversario della caduta del “Muro di Berlino”. Quel giorno centinaia di giovani assetati di Adidas e telefonini gli si arrampicarono sopra cominciando a picconarlo. E mentre si arrampicavano…

“Abbiamo visto tutto il culo”


Il muro divise in due la città di Berlino per 28 anni, dal 13 agosto del 1961 fino al 9 novembre 1989, giorno in cui il governo tedesco-orientale decretò l'apertura delle frontiere con la repubblica federale. Già l'Ungheria aveva aperto le proprie frontiere con l'Austria il 23 agosto 1989, dando così la possibilità di espatriare in occidente ai tedeschi dall'Est che in quel momento si trovavano in vacanza in altri paesi dell'Europa orientale.[6]

Il 9 novembre 1989, dopo diverse settimane di disordini pubblici, il Governo della Germania Est annunciò che le visite in Germania e Berlino Ovest sarebbero state permesse; dopo questo annuncio una moltitudine di cittadini dell'Est si arrampicò sul muro e lo superò, per raggiungere gli abitanti della Germania Ovest dall'altro lato in un'atmosfera festosa. Durante le settimane successive piccole parti del muro furono demolite e portate via dalla folla e dai cercatori di souvenir; in seguito fu usato dell'equipaggiamento industriale per abbattere quasi tutto quello che era rimasto. Ancora oggi c'è un grande commercio dei piccoli frammenti; il prezzo può variare a seconda della grandezza di questi.

La caduta del muro di Berlino aprì la strada per la riunificazione tedesca che fu formalmente conclusa il 3 ottobre 1990. (fonte: wikipedia)



Sono in corso, a Berlino, i preparativi per la festa: palloncini e discorsi ufficiali. E’ un anniversario caro ai “grandi” della terra, che ancora una volta esprimeranno la loro profonda soddisfazione per la sconfitta del Grande Nemico (l’aspirazione alla uguaglianza tra gli uomini).
Noi preferiamo ricordarlo con una canzone che racconta i fatti come noi li abbiamo vissuti. Si tratta della “domenica delle salme” di Fabrizio De André, inclusa nell'album Le nuvole (1990). Benché firmata indistintamente da De André e Mauro Pagani, come tutti gli altri frutti della loro collaborazione, è noto che il primo fu essenzialmente autore del testo, mentre Pagani si occupò della musica.
La nascita del brano viene così ricordata da Mauro Pagani (Mauro Pagani. Il sentiero delle parole, in AA.VV. Deandreide. Milano, BUR, 2006.):

« Quando il disco fu terminato Fabrizio se lo portò a casa e dopo qualche giorno mi telefonò. «Manca qualcosa, è tutto bello ma un po' troppo leggero, manca quello che pensiamo davvero di tutto questo, manca quello che purtroppo ci è accaduto». Così qualche giorno dopo partimmo per la Sardegna, e dopo aver fatto il pieno di bottiglioni di Cannonau ci nascondemmo all'Agnata, la sua tenuta in Gallura. Faber tirò fuori uno dei suoi famosi quaderni, e le cento righe di appunti quasi casuali, raccolti in anni di letture di libri e quotidiani, in tre giorni diventarono la descrizione lucida e appassionata del silenzioso, doloroso e patetico colpo di Stato avvenuto intorno a noi senza che ci accorgessimo di nulla, della vittoria silenziosa e definitiva della stupidità e della mancanza di morale sopra ogni altra cosa. Della sconfitta della ragione e della speranza.
Credo che nel testo de La domenica delle salme ci sia tutta la grandezza di Fabrizio narratore. Ci sono tutti gli elementi per capire, ma tutto è raccontato, non ci sono sintesi o giudizi, che, come lui diceva spesso, nelle canzonette sono peccati mortali. La visione del tutto scaturisce dalla somma di tante piccole storie personali, nessuno grida in quella ridicola tragedia. Nessuno punta il dito, tutto si spiega da sé.
E nell'elenco dei patetici fallimenti, come tutti i grandi Faber non dimentica il proprio e quello dei suoi colleghi canterini, giullari proni e consenzienti di una corte di despoti arroganti e senza qualità. »

Lo stesso Fabrizio De André ha spiegato che cosa avesse voluto dire:

Era tutto quello che avevo dentro, e che sentivo di dover dire. È una canzone un po' rabberciata, perché la musica la abbiamo scritta dopo, la abbiamo cucita sopra il testo, e si sente. L'ho scritta in modo piuttosto colto, anche per distanziarla da Don Raffae'. Sciascia diceva che la canzone, per essere utile, deve essere scritta da un uomo di cultura che sappia, però, esprimersi in maniera popolare. Però il disco mi sembrava un po' fragilino, ed allora ho sentito il bisogno di impiegnarmi, e l'ho fatto, svolazzando anche in alto. Ci sono molti riferimenti letterari. Ho voluto anche sfoggiare un po' di cultura, perché in pochi, magari, hanno letto Oswald De Andrade. Ma non è sfoggio in realtà, perché mi è venuta piuttosto spontaneamente: sai, molto dipende dai panni di cui ci si veste quando si scrive. Ti metti nei panni di Don Vito Cacace e ti viene Don Raffae', ti metti nei panni di chi vuol fare poesia e ti viene La domenica delle salme. Quanto al riferimento alla Baggina, non è la prima volta che mi capita di presagire qualcosa nelle mie canzoni.
Il riferimento a Curcio è preciso. Io dicevo semplicemente che non si capiva come mai si vedevano circolare per le nostre strade e per le nostre piazze, piazza Fontana compresa, delle persone che avevano sulla schiena assassinii plurimi e, appunto, come mai il signor Renato Curcio, che non ha mai ammazzato nessuno, era in galera da più lustri e nessuno si occupava di tirarlo fuori. Direi solamente per il fatto che non si era pentito, non si era dissociato, non aveva usufruito di quella nuova legge che, certamente, non fa parte del mio mondo morale... Il riferimento poi all'amputazione della gamba, voleva essere anche un richiamo alla condizione sanitaria delle nostre
carceri.
[In Doriano Fasoli, Fabrizio De André. Passaggi di tempo, pp. 68-69]

D. Perché l'avete scritta?
R. Volevamo esprimere il nostro disappunto nei confronti della democrazia che stava diventando sempre meno democrazia. Democrazia reale non lo è mai stata, ma almeno si poteva sperare che resistesse come democrazia formale e invece si sta scoprendo che è un'oligarchia. Lo sapevamo tutti, però nessuno si peritava di dirlo. È una canzone disperata di persone che credevano di poter vivere almeno in una democrazia e si sono accorte che questa democrazia non esisteva più.
D. È dunque un atto d'accusa.
R. Sicuramente, e lo è anche nei nostri confronti. C'è una tirata contro i cantautori che avevano una voce potente per il vaffanculo, e invece non l'hanno fatto a tempo debito. Io credo che in qualche maniera la canzone possa influire sulla coscienza sociale, almeno a livello epidermico, Noto che ci sono tante persone che vengono nel camerino alla fine di ogni spettacolo e che mi dicono: siamo cresciuti con le tue canzoni e abbiamo fatto crescere i nostri figli con le tue canzoni. E non so fino a che punto sia una cosa giusta. Credo che in qualche misura le canzoni possano orientare le persone a pensare in un determinato modo e a comportarsi di conseguenza.
[Intervista di Luciano Lanza (1993). Ora in Signora Libertà, Signorina Anarchia, p. 17]


La domenica delle salme

La domenica delle “palme”, celebrazione del trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme in sella ad un asino, simbolo di speranza e preludio della Pasqua, diventa nella testo di De André la domenica delle “salme”, in un gioco di parole e di specchi che dà il senso del carattere tutt’altro che festoso del crollo dei regimi dell’est. Piuttosto un funerale, quello “del defunto ideale”, dell’uguaglianza e della fratellanza, utopia della Rivoluzione Francese e patrimonio del movimento operaio.

I giovani che, allegramente e senza incontrare resistenza (“non si udirono fucilale, il gas esilarante presidiava le strade”), abbattevano il muro, inseguendo il sogno di una vita fatta di Nike e di altri prodotti del consumismo occidentale, hanno distrutto non tanto i tragici e storicamente grandi orrori del “socialismo realizzato”, ma la stessa idea di socialismo, l’idea che il mondo possa essere trasformato e governato nell’interesse di tutti e non dei pochi che detengono il potere economico.

E così è stato che “in quel giorno di festa” (con quello che ne è seguito in termine di distruzione dello Stato sociale e drastica riduzione dei diritti dei lavoratori) sia tornato ad essere possibile ciò che le grandi lotte dell’Ottocento e del Novecento avevano fatto sembrare oramai impossibile: che la “piramide di Cheope” (inutile monumento al
faraone, la cui presuntuosa edificazione è costata migliaia di vite umane) fosse nuovamente ricostruita “masso per masso, schiavo per schiavo, comunista per comunista”.

Ma quei giovani becchini che portavano in giro il “cadavere di utopia” non avevano alcuna consapevolezza di tutto questo. Il carattere delle rivoluzioni del 1989 (e che sarà poi delle rivoluzioni “colorate” all’est degli anni successivi) è infatti l’assoluta mancanza di grandezza e tragicità. Quali erano le passioni dei manifestanti, quali i loro ideali?  Quale la loro idea del mondo? Difficile dirlo, sono rivoluzioni che hanno visto vincere gente senza consapevolezza, spoliticizzata e senza memoria, il frutto decomposto dell’influenza asfissiante dei media mainstream: le “regine del tua culpa”, quelle che “affollano i parrucchieri”, quelli che “quant’è bella giovinezza, non vogliamo più invecchiare”.

Quelli che hanno barattato la sicurezza sociale dei sistemi dell’est con un futuro precario e sono venuti in occidente a lavare i vetri ai semafori (“I polacchi non morirono subito, e inginocchiati agli ultimi semafori, rifacevano il trucco alle troie di regime, lanciate verso il mare”), mentre gli industriali dell’ovest avviavano i processi di delocalizzazione delle aziende a est, per approfittare dei salari di fame che lì si praticavano (“i trafficanti di saponette, mettevano pancia verso est”).

Il tutto in nome di una retorica della democrazia sempre più vuota e ipocrita (“il ministro dei temporali, in un tripudio di tromboni, auspicava democrazia, con la tovaglia
sulle mani e le mani sui coglioni”).

E nel silenzio assordante degli intellettuali, che pure avrebbero potuto dire qualche cosa (“voi avevate voci potenti, lingue allenate a battere il tamburo, voi avevate voci potenti, adatte per il vaffanculo”), ma hanno preferito tacere, occupandosi solo della cause “facili” (“voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio, con i pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio, voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti, per l'Amazzonia e per la pecunia, nei palastilisti, e dai padri Maristi”).

Un quadro desolante, preludio di un mondo desolato ("una pace terrificante"). Il “O socialismo o barbarie”, che ha trovato finalmente la sua più orribile dimostrazione di verità.

Domani intanto, tutto il mondo celebrerà ancora i ridicoli avvenimenti del 9 novembre 1989, dicendo che sono stati eroici e che, forse, con essi la storia è addirittura finita. Noi sappiamo però che, quando la “scimmia del IV Reich ballava la polka sopra il muro”, quando i “rivoluzionari” gli si arrampicavano sopra per abbatterlo, non c’era eroismo in quelle azioni, solo scontato conformismo e, alla fine, l’unica cosa che si può dire è che “le abbiamo visto tutto il culo”.


La domenica delle salme (testo)

Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggiava Milano
non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina*
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento
riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento.
I polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare
i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
era dispensato nel novantuno
la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo
la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista.
La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade.
La domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del tua culpa
affollarono i parrucchieri.
Nell'assolata galera patria
il secondo secondino
disse a "Baffi di Sego"** che era il primo
si può fare domani sul far del mattino
e furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
d annunciare l'amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro
il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
- voglio vivere in una città
dove all'ora dell'aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo -
a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade***
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile.
La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
- quant'è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare -.
Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz'oretta poi ci mandarono a cagare
-voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
con i pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l'Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo -
La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c'erano segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d'Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta.

 


 
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