Non è semplice delineare in modo esaustivo il quadro della resistenza armata, in quanto essa raggruppa organizzazioni che non vivono qualche volta se non per il tempo di una rivendicazione, cambiano spesso di nome, si fondono, per poi scindersi nuovamente. Le si può classificare per appartenenza ideologica, quando esse non la mascherano. Dunque si tratta di baathisti, nazionalisti arabi – baathisti dissidenti, nasseriani, arefisti - vicini ai Fratelli musulmani, panislamisti, o comunisti dei PC-quadri. Meglio non etichettarle troppo in fretta, perché cambiano di colore a seconda delle circostanze e degli arruolamenti. Per contro, quello che é certo é che buona parte dei combattenti non ha alcuna appartenenza politica precisa, é motivata unicamente dalla lotta in nome della libertà, e che il numero dei djihadisti stranieri - messo in risalto dagli americani – non è poi cosi determinante. Esso rappresenta, tutt’al più, il 5% dei moudjahidine.

« Piccoli gruppi »

Durante i mesi che seguirono la caduta di Bagdad, nel 2003, una quarantina di organizzazioni hanno rivendicato azioni armate, tra cui : il Comando della resistenza e della liberazione dell’Iraq, il Fronte Nazionale per la liberazione dell’Irak, la Brigata Faroyk., gli Organi politici dei media del partito Baath, Risveglio e Guerra Santa, Al-Ansar, la Bandiera nera, le Cellule del Djihad, l’Esercito della liberazione irakena, i Combattenti della setta vittoriosa, i Moudjahidine, la Brigata verde, l’Esercito di Maometto, le Bandiere bianche, Saraya al-Moudjahidin, il Movimento testa di serpente, il Ritorno, ecc. Le autorità competenti americane non erano in grado di monitorare le loro attività, se contandone gli attentati e le vittime. Donald Rumsfeld si è ovviamente rifiutato di parlare di resistenza. Egli ha ammesso solo l’esistenza di “piccoli gruppi” di attaccanti baathisti, di feddayin di Saddam o di formazioni lealiste definite da Paul Wolfowitz come“ gli ultimi resti di una causa agonizzante”.  L’armata americana, egli dichiarava, « si era conquistata la simpatia della popolazione, non ciò che rimaneva del regime baathista” . Tuttavia, alla fine del 2003, quando il numero degli attacchi erano diventati ufficialmente più di trenta al giorno, Rumsfeld ha dovuto ammettere che la guerra sarebbe stata “lunga, dura, difficile, complicata”.
La resistenza irachena non è stata creata da intellettuali romantici, ma dall’élite dei Moukhabarat (servizi segreti) e dall’esercito. Ciò gli ha consentito di mettere in scacco la CIA nel momento in cui questa ha spinto in primo piano la figura di Abou Moussab al-Zarqaoui.  Quando gli americani hanno realizzato che gli Iracheni consideravano le loro Forze speciali responsabili di attentati efferati e di decapitazioni documentate, Zarqaoui è stato eliminato.
In cinque anni di occupazione, gli Americani non sono stati in grado di mettere in atto una strategia né di smantellare le principali organizzazioni della resistenza. Hanno ucciso centinaia di migliaia di iracheni (un sondaggio effettuato dall’ORB, un istituto di sondaggi che ha come cliente la NATO, stima il numero di vittime della guerra in  più di 1,2 milioni), detengono ufficialmente più di 26.000 prigionieri politici nei campi di Bucca e Cropper – tra cui  950 bambini – senza aver ridotto in questo modo il sostegno ai moudjahidine. Muwafaq al-Rubaï, direttore del Consiglio di sicurezza irachena, spiegava che Saddam Hussein aveva « iniettato un virus incurabile » nello spirito degli iracheni che impediva loro di accettare l’occupazione e il governo attuale.

Ausiliari tribali

Ispirandosi a metodi sperimentati dai colonnelli Trinquier e Lacheroy durante la guerra d’Algeria, il generale Petraeus, comandante capo delle forze della coalizione, ha creato dei corpi di ausiliari tribali per la lotta contro Al -Qaïda . Il più conosciuto è quello di Al-Anbar, diretto fino al giorno del suo assassinio, il 14 Settembre 2007, dallo sceicco Abou Risha, già  arrestato da Saddam Hussein per banditismo lungo l’autostrada Bagdad-Amman! Nelle città sono sorti i « gruppi di cittadini locali coinvolti ». Questi avrebbero superato i 70.000 membri, al punto di preoccupare Nouri al- Maliki, il primo ministro membro del partito sciita Dawa, il quale è ben a conoscenza del fatto che la maggioranza di questi lo accusi di essere un agente iraniano. Peggio per lui e le brigate Badr : una petizione firmata da 300.000 sciiti, tra i quali 4 capi religiosi e 600 capi di tribù, reclama una commissione di inchiesta dell’ONU sui crimini commessi in Irak dagli iraniani e dai loro agenti. Ad ogni cambiamento di strategia da parte degli americani, la resistenza si adatta. Parti delle Brigate della Rivoluzione del 1920 e dell’Esercito islamico in Iraq  hanno infiltrato gli ausiliari, mentre altri si stanno adoperando per eliminare quelli troppo legati agli Stati Uniti. Si è arrivati al punto in cui l’esercito americano lascia che i gruppi della resistenza si impadroniscano dei quartieri senza interferire nelle lotte. Al poker truccato, Petreus è già perdente.

Fronti di liberazione pre-posizionata

La tappa più importante raggiunta in questi ultimi mesi è stata la creazione di fronti di liberazione pre-posizionati con la speranza di una ritirata delle truppe d’occupazione. Essi sono quattro di diversa importanza e più o meno uniti. Lo Stato islamico d’Irak è stato fondato il 15 Ottobre 2006 sulla base di un discorso solenne intingendo le dita in una coppa contenente del profumo, pratica denominata Hilf al-Moutaîyabin, di origine pre-islamica convalidata dal profeta Maometto. Comprende sette organizzazioni, tra cui Al- Qaïda in Irak, che non ha niente a che vedere con Bin Laden. Il suo capo, Abou Omar al-Bagdadi, propone  di fare dell’Irak uno Stato retto dalla Sharia e di ristabilire il califfato. Il secondo è il Fronte del Jihad  e del Cambiamento con otto organizzazioni, tra cui le Brigate della Rivoluzione del 1920. Creato il 7 Settembre 2007, esso si vuole indipendente da ogni partito politico, incita all’unificazione della resistenza e al ricorso alla Sharia per regolare le diverse politiche, a volte sanguinose.
L’Alto comando del Jiahd e della Liberazione, è stato costituito il 2 Ottobre 2007, sotto la presidenza di Izzat Ibrahim al-Douri, capo del Baath clandestino. Raggruppa venticinque organizzazioni. I suoi membri fanno parte di diversi gruppi etnici e religiosi del paese, baathisti e non. Propone la formazione di una assemblea consultiva che nominerà un governo transitorio. Delle lezioni legislative permetteranno in seguito agli iracheni di scegliere liberamente i propri rappresentanti.
Ultimo nato : il Consiglio politico della resistenza irachena creato, nell’Ottobre 2007, dal Fronte per il jihad e la riforma – che comprendeva Ansar Al Sunna, l’Esercito islamico in Irak, e l’Esercito dei moudjahidine -, dal Fronte, per la resistenza islamica in Irak, e dal movimento Hamas-Irak.. Aspira ad un Irak governato da tecnocrati non settari.
I fronti sono d’accordo sull’essenziale : la partenza degli americani, degli iraniani e dei loro alleati.. Mettendo da parte lo Stato Islamico dell’Iraq, quello che li divide dopo l’esecuzione di Saddam Hussein attiene di più ad ambizioni personali che alla visione del futuro dell’Iraq. Gli eccessi settari di Al-Qaïda in Irak, all’origine dell’oscillazione dei capi tribù nell’orbita americana, ne hanno fatto il bersaglio delle organizzazioni nazionaliste e islamiche che praticano il wahabismo.
L’attesa costituzione di un « Consiglio nazionale della resistenza » non è ancora all’ordine del giorno. Chi lo riconoscerebbe ? Alcuni paesi arabi aiutano la resistenza, ma senza spingersi troppo oltre. Hareth al-Dari, capo del comitato degli ulema musulmani, si è rifugiato in Giordania. Damasco resta un luogo di passaggio privilegiato. Izzat Ibrahim sarebbe stato visto nello Yemen, in Arabia e al Cairo.
Qualunque sia lo scenario scelto da George Bush, Nouri al-Maliki e i suoi alleati hanno di che preoccuparsi. Come ha affermato di recente un dirigente dell’Esercito islmaico in Irak : «L’Irak è doppiamente occupato. Quando avremo terminato con Al-Qaïda e gli americani, ci occuperemo degli iraniani e dei loro lacché ».

Sulla legittimità della resistenza

L’invasione dell’Iraq è stata illegale dal punto di vista del diritto internazionale. Gli Stati Uniti insieme ai loro alleati – in qualità di potenze occupanti – non avevano né il diritto di organizzare delle elezioni, né di promulgare una nuova Costituzione, né di favorire settarismo e divisioni. Le convenzioni dell’Aia, del 1907 e di Ginevra del 1949, sono molto chiare a tal riguardo. La legittimità della resistenza irachena si fonda sulla Carta delle Nazioni Unite e su numerosi testi fondamentali. Secondo la dichiarazione di Ginevra sul terrorismo del 1987, il popolo iracheno  ha il diritto di lottare contro l’occupazione straniera, e la sua lotta non può essere confusa con atti di terrorismo internazionale. La resistenza irachena vuole essere riconosciuta come la continuità dello stato iracheno. Se vincerà, chi ha collaborato con l’occupante può essere arrestato e giudicato. Accuse per crimini di guerra e contro l’umanità saranno poste nei confronti dei dirigenti della coalizione. Lo Stato iracheno potrà allora richiedere dei risarcimenti per le distruzioni e le vittime di guerra. I contratti firmati durante l’occupazione – in particolare nel settore petroliero – saranno considerati illegali, con il conseguente rimborso delle somme percepite dalle società straniere.

Il Comunicato N°1

Il Comando della resistenza e della liberazione dell’Iraq (Cril) ha pubblicato il suo primo comunicato militare il 29 Aprile 2003. I suoi redattori, tra i quali, si dice, il presidente Saddam Hussein, rendevano atto – per i dodici giorni precedenti – di combattimenti e operazioni suicide. Bilancio : a Bassora, 2 soldati britannici uccisi, 1 carro armato distrutto,7 feriti. A Bagdad: un Gi’s ucciso, 87 feriti, 4 carri e tre veicoli militari distrutti. Un omaggio è stato reso al martire Khalil Omar, morto in una operazione suicida. Il popolo iracheno, conclude il Cril, non avrebbe mai accettato  governi di collaboratori. Avrebbe combattuto fino alla vittoria per un « Irak libero, arabo, musulmano, unificato e democratico”

Quello che la resistenza deve a Saddam Hussein.

La resistenza irachena - Al-Moqawama al-Iraqiya – è nata ufficialmente il 19 Marzo 2003 alle 21.37, con una scarica di missili Tomawak lanciati direttamente contro Saddam Hussein, tuttavia secondo Scott Ritter, ex capo degli ispettori dell’Onu, e alcuni attenti osservatori, si tratterebbe del “risultato di diversi anni di preparazione”.
Nell’Aprile 1997, Ritter ha visto alcuni allievi del Centro di formazione dei servizi iracheni imparare a fabbricare ordigni esplosivi improvvisati (i famosi IED) e autobombe. Prima dell’invasione, le forze di sicurezza, afferma, si erano « sparse tra la popolazione ». Rafi Tolfah, collaboratore attuale di Izzat Ibrahim al-Douri, dirigeva il direttorio della Sicurezza generale che aveva “letteralmente infiltrato la società irachena”. Oggi egli sa su chi può contare la resistenza . Su ordine di Saddam Hussein, Taher Jalil Habbush, capo dei servizi segreti iracheni – oggi la sua testa vale 1 milione di dollari – ha “nuovamente inviato i suoi uomini tra la popolazione” affinché le truppe di occupazione non li scoprissero. Il generale Sayf Al-Rawi aveva fatto lo stesso mobilitando “segretamente delle unità della Guardia repubblicana”.
Altra testimonianza, quella di Ali Ballout, giornalista libanese, il quale afferma che nel 2002 il presidente iracheno avrebbe inviato una circolare ai dirigenti baathisti dicendo che gli americani avrebbero potuto attaccare « in ogni momento », che l’Irak sarebbe stato « vinto militarmente », ma che « delle tattiche di resistenza » avrebbero ristabilito il rapporto di forza. Delle unità erano state formate alle tecniche di guerriglia, il loro inquadramento era stato modernizzato. Diverse centinaia di migliaia di AK-47 sarebbero stati distribuiti alla popolazione, e armi di ogni calibro, esplosivi  e dollari nascosti un po’ dappertutto.

Fiori e caramelle.

Saddam Hussein aveva concepito la resistenza come un fronte patriottico che riunisse nazionalisti ed islamisti. Prendendo come esempio il profeta Maometto a Medina, aveva diviso i futuri combattenti in tre corpi : i Mudjahidin (Resistenti), che comprendeva patrioti irakeni e più di 5000 volontari venuti dall’Afghanistan, dalla Cecenia e da diversi paesi musulmani ; gli Ansar (Partigiani), baathisti scelti negli anni precedenti l’invasione che avevano mantenuto segreta la loro adesione, i Muhajirun (Emigranti) che raggruppava dei capi baathisti conosciuti per la loro abilità nei campi militare e tecnico.
Lo Stato maggiore americano, che si apprestava ad attaccare Oum Qasr il 21 marzo, credeva che i Marines avrebbero neutralizzato le difese irachene attorno a Bassora in ventiquattr’ore, e che i partiti sciiti pro-iraniani avrebbero sollevato la popolazione contro il regime. Kanan Mkiya, autore di una rivista anti baathis, aveva assicurato a George Bush, il 10 gennaio 2003, che i GI sarebbero stati accolti con « caramelle e fiori ! ». Non si era tenuto conto dei Feddayin, l’Esercito di Geruslemme e l’Esercito del popolo – la milizia baathista – che avevano l’ordine di non dare tregua agli invasori. Risultato : le truppe americane impiegarono tre settimane per arrrivare a Bagdad, avanzando solo al prezzo di dure lotte.

Come nel Vietnam.

La presa di Nassiriya doveva essere « una questione di sei ore ». I Marine ci impiegarono cinque giorni. Il colonnello Kmeper ha paragonato la violenza dei combattimenti a quella di Hué, in Vietnam. Il 26 Marzo, i Britannici  avanzavano sempre lentamente a Bassora dove il maggiore Lambert, delle Royal Scots Dragoon Guards, confessò che “le difficoltà incontrate erano dovute a dei disertori iracheni senza uniforme che non rispettavano le regole del gioco”. Il 29 marzo ebbe luogo il primo attentato suicida a Kifl, a Nord di Nadjaf. Il kamikaze, Ali Jaafar al-Noamani, era un tenente colonnello dei Feddayin. «Non è che l’inizio - affermò il vice-presidente Ramadan - useremo ogni mezzo per uccidere tutti i nostri nemici nella nostra terra ».
L’esercito americano temeva che la guerra di Bagdad sarebbe durata in eterno. L’indomani la città cadde, senza resa di massa né capitolazione. Cosa era successo ? Quattro anni dopo, il generale Hazem al-Rawi ha accusato gli Stati Uniti di aver utilizzato bombe a neutroni per l’assalto all’aeroporto. Più di 2000 combattenti iracheni furono uccisi, ha dichiarato, senza che senza che gli edifici fossero minimamente danneggiati. Il capitano Eric May, ex membro del servizio informazioni dell’esercito americano, conferma. Gli americani erano prostrati, spiega. A suo avviso, « qualcuno ha deciso di passare al nucleare ». A meno che  non si tratti della bomba AGM.114N, meno radioattiva, di cui Donald Rumsfeld aveva vantato i meriti otto giorni dopo. Una bomba, continua, che può « distruggere il primo piano di un palazzo senza danneggiare i piani superiori e colpire le forze nemiche nascoste dietro gli angoli, le grotte, i bunker”. Dopo la caduta di Bagdad, i combattimenti non si sono mai fermati. Gli ufficiali e i soldati iracheni hanno indossato indumenti civili e sono scomparsi con le loro armi. I Feddayin di Saddam e i militanti dell’Esercito del popolo sono entrati in clandestinità. L’Esercito di Gerusalemme, del quale si burlano i media occidentali, rappresenta uno dei principali  vivai della resistenza. Il 9 Aprile 2003, davanti al santuario di Abou Hanifa, Saddam gridava ai suoi sostenitori:  «Difendete il vostro paese ! Non difendete Saddam Hussein, difendete il vostro paese, l’Irak è stato occupato ».

Il « surge » : una finta vittoria

La guerra d'Iraq non si svolge solo sul campo, ma anche sui media di oltre Atlantico. Per dare agli Americani l’impressione che la situazione migliori grazie al « surge », espressione usata da George Bush per non chiamare « escalation » l’invio di rinforzi – questo ricorderebbe il Vietnam ! – si truccano le cifre delle vittime civili. Quelle pubblicate per novembre 2007 dal Generale David Petraeus, comandante in capo delle forze della coalizione, sono un ottimo esempio di « notevole riduzione del numero di civili uccisi ». Esse vanno dal semplice al doppio! Secondo Reuters, in novembre non ci sarebbero stati che 538 morti, mentre l’Agenzia France Presse che ha le stesse fonti – i ministeri iracheni della Sanità, dell’Interno, e della difesa – ne conta 606.
L’Associated Press che si basa su altri rapporti – ospedali, polizia, militari, - e sulle testimonianza dei giornalisti, ne conta 718. Precisa che la cifra non comprende i resistenti uccisi in combattimento. Né, si può aggiungere, gli errori militari…
L’Iraq Body Count (IBC) che addiziona solo i bilanci pubblicati dalle agenzie di stampa e dai media – verificati attraverso il confronto – dà, nello stesso periodo, 1100 morti e aggiunge che la stima potrebbe essere rivista al rialzo. Certe ONG fanno notare che lo scarto  quotidiano dell’IBC è sempre stato inferiore a quella calcolata dai ricercatori indipendenti.
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