Afrique Asie, 15 agosto 2014 (trad. ossin)


Califfato islamico: come funziona?

Alain Rodier


Il mondo è stupefatto dai successi riportati dallo Stato Islamico dell’ Iraq e del Levante (ISIS) o Daesh, poi diventato Stato Islamico (IS), che ha fondato il califfato sui territori che controlla in Siria e in Iraq. Perfino il presidente Obama ha dichiarato che l'avanzata delle forze islamiche era stata "più rapida del previsto". Lecito chiedersi che cosa fanno le sue tanto famose agenzie di informazione. Per riuscire a capire come funziona l'IS e il suo capo, il "califfo Ibrahim" (Abu Bakr al-Bagdhadi), i due primi numeri di Dabiq, una rivista pubblicata in versione stampata e sul net da Al Hayat Media Center, l'organo di propaganda del movimento, sono assai utili


Il campo del "bene" si oppone a quello del "male"

Prima di tutto il simbolo che compare in prima pagina di Dabiq. E' una località situata nel nord della Siria, nella regione di Aleppo, dove dovrà svolgersi la battaglia finale tra il "bene" e il "male": una specie di Armageddon. Questa teoria è stata messa in epigrafe dal padre fondatore del movimento, il giordano Abu Mussab al-Zaqaoui, ucciso nel 2006 dagli Statunitensi dopo tre anni di lotta accanita ed estremamente crudele. All'epoca dichiarò: "L'incendio è stato appiccato in Iraq e si estenderà ancora - col permesso di Allah - fino a quando consumerà gli eserciti crociati a Dabiq". Il suo estremismo era tale che perfino il dottor Al-Zawahiri, all'epoca numero due di Al Qaeda, aveva ufficialmente riprovato i suoi comportamenti. Dopo la sua morte, lo Stato Islamico dell’ Iraq e del Levante ha assunto un profilo più discreto, tanto più che all'epoca era combattuto da alcune tribù sunnite raggruppate sotto la supervisione degli Statunitensi nel movimento Sahwa ("risveglio" in arabo), così chiamato "Figli dell'Iraq".

Per l'IS, la nozione di nemico è tanto più vasta in quanto il campo del "bene" è composto unicamente da mussulmani che rispettano strettamente l'islam delle origini, con esclusione di tutti gli apostati (i traditori), prima di tutto gli sciiti. Il campo del "male" comprende i kafir (i miscredenti) e gli ipocriti, categoria alla quale appartengono tutti i capi di Stato mussulmani. Infatti, come Osama Bin Laden, Al-Baghadadi li considera tutti corrotti. I kafir sono prima di tutti gli ebrei - L'IS essendo antisemita per natura -, i crociati (i cristiani nel loro insieme) e gli appartenenti a tutte le altre religioni. Nessuna esclusa.

Alla testa delle nazioni nemiche si trovano gli Stati Uniti e la Russia, precisando che secondo l'IS sono gli Ebrei a tenere le redini di questi Stati. Non v'è alcun dubbio che, come Hitler, al-Baghdadi è un assiduo lettore dei protocolli dei saggi di Sion... A differenza di Al Qaeda, che non si è mai veramente interessata a Israele, l'IS minaccia così direttamente lo Stato ebraico. A proposito di Gaza, dichiara che "è solo questione di tempo e di pazienza, prima che l'IS raggiunga la Palestina per combattere i barbari Ebrei che si nascondono dietro gli alberi Gharqad". A proposito di questi alberi, che sono stati piantati in gran numero in terra di Israele, un hadith proclamerebbe: "L'ora suprema non sorgerà prima che i mussulmani non avranno combattuto gli Ebrei. I mussulmani uccideranno gli Ebrei fino a che gli scampati si rifugeranno dietro le pietre e gli alberi, i quali chiameranno i mussulmani dicendo: O mussulmani, o servitori di Allah, ecco un Ebreo dietro di me, vieni ad ucciderlo, ad eccezione degli alberi di Al-Gharqad, che è uno degli alberi degli Ebrei". L'IS riprende questa cupa dichiarazione, ciò che non lascia alcun dubbio circa le sue intenzioni.

Oltre questo virulento antisemitismo, l'IS presenta i suoi avversari come portatori di quattro caratteri: l'arroganza, l'invidia, la collera, il desiderio. Bisogna riconoscere che l'Occidente in generale, e gli Stati Uniti in particolare, fanno di tutto per corrispondere a questa definizione. Nonostante gli abomini ai quali si abbandonano gli attivisti dell'IS, occorre comprendere che, per loro, la loro guerra è prima di tutto "morale", l'Occidente essendo considerato come decadente e disonesto e i governanti mussulmani come dei "vassalli".


Il reclutamento di nuovi attivisti

Uno dei punti deboli dell'IS è lo scarno numero di attivisti, stimato in 25.000 (estate 2014) - 15.000 in Iraq e 10.000 in Siria - Però il territorio da controllare è immenso e i fronti numerosi. Uno dei suoi obiettivi è di reclutare in massa nuovi adepti, soprattutto tra i giovani disadattati. Così molti militanti di altri movimenti islamici in Iraq e in Siria si uniscono oggi all'IS. Occorre dire che, a eccezione del discorso ideologico-religioso duro, la paga è molto più attrattiva. Sul piano psicologico, l'accento viene posto sul "ritorno alla dignità" dei mussulmani sempre "umiliati" e "oppressi". E inoltre le vittorie successive riportate da un anno a questa parte costituiscono una motivazione supplementare.

La rivista Dabiq si rivolge essenzialmente ai giovani degli altri paesi, in particolare quelli del Maghreb che già forniscono uno dei contingenti stranieri più numerosi, forte di diverse migliaia di combattenti. Seguono i Sauditi, che non possono fare la jihad nel loro paese, tanto è forte al momento la repressione. Per questi ultimi la scelta è tra due territori di caccia: il vicino Yemen (Al Qaeda nella penisola arabica, AQPA) e il fronte siro-iracheno (IS). Il problema è che AQPA è ancora fedele ad Al Qaida centrale, mentre l'IS ha rotto i suoi rapporti con Al-Zawahiri dall'estate 2013.

Fatto assai impressionante è che un numero sempre maggiore di ragazzi si uniscono ai combattenti, che non esitano a fare venire i loro familiari. Questi ultimi vengono esposti agli orrori dei combattimenti e soprattutto delle esecuzioni. Gli jihadisti vorrebbero decerebrare questi ragazzini che non potrebbero altrimenti essere costretti a combattere.
L’obiettivo è di formare una nuova generazione di combattenti spietati che guideranno la jihad quando i fratelli maggiori saranno spariti. Ciò che dimostra, una volta di più, che la nozione del tempo che passa è diversa in Oriente dall’Occidente. La guerra viene prevista su più generazioni, quelli che oggi la guidano sanno bene che non ne vedranno la fine. Solo l’obiettivo finale conta: costruire i califfato mondiale.


La tattica

Fin dagli esordi, il movimento pratica una tattica di progressiva pressione che si è dimostrata pagante. In un primo tempo infiltra le regioni prese di mira, per realizzare operazioni terroriste. Esse perseguono l’obiettivo della destabilizzazione delle autorità locali. Questa fase viene chiamata nikaya. Nell’occasione vengono stabiliti dei contatti con altri gruppi ribelli locali – principalmente tribù sunnite – onde assicurarsi la loro futura collaborazione. Per ottenere ciò vengono loro fatte delle promesse, come l’assegnazione di beni e che sarà loro resa giustizia, una volta ottenuta la vittoria. L’aspirazione di questi gruppi è la realizzazione di un nuovo ordine nel quale sarà   riconosciuto il loro posto, ciò che li motiva considerevolmente. Questa fase deve produrre un tale caos da costringere le autorità a ripiegare. E’ quanto è accaduto in Iraq e che sta adesso accadendo in Siria.

La seconda fase, chiamata Idarah al-Tawahhush (l’amministrazione e l’efferatezza) comporta l’assunzione del controllo di una regione, terrorizzando il nemico attraverso azioni cruenti sapientemente divulgate. L’IS è diventato maestro nell’arte della propaganda, soprattutto sul net. L’obiettivo è di gettare l’avversario nel terrore e spezzare ogni velleità di resistenza da parte delle popolazioni civili. L’IS si è così assicurata il possesso di armi pesanti sottratte agli eserciti siriano e iracheno. La difficoltà è di trovare gente capace di usarle. Gli ex militari iracheni che si sono schierati con l’IS possono essere utili come esperti istruttori. Detto questo, dovrebbero esservi problemi di logistica e molti di questi armamenti potrebbero presto finire fuori uso. Però una grande inquietudine viene dal possesso di missili suolo-aria a corta gittata (Manpads), che costituiscono un vero pericolo per l’aviazione avversaria. Queste armi sembrano essere in piena efficienza, a differenza di quelle che sono giunti nel Sahel, provenienti dagli arsenali libici dopo la guerra del 2011. Questa minaccia obbliga gli aeromobili che sorvolano le zone sotto il controllo dell’IS a volare a grande altitudine, così riducendo l’efficacia dei lanci aria-suolo. Non si possono escludere delle perdite nelle settimane a venire.




Le scioccanti immagini dell'esecuzione del giornalista James Foley


Di fronte ai primi attacchi statunitensi, gli jihadisti stanno cambiando tattica. Non è più questione oramai di fare mostra di convogli di scintillanti veicoli 4x4; oramai la priorità sono i combattimenti e di confondersi con la popolazione civile. C’è da temere che dei commandos si siano infiltrati dietro le linee avversarie per realizzare sanguinosi attacchi sulle retrovie. Questi ultimi potrebbero beneficiare della complicità di agenti e simpatizzanti installati da anni in loco. La clandestinità è un know how, tra i meglio sviluppati dall’IS.


La gestione delle popolazioni

La terza fase è la gestione delle popolazioni residenti nel territorio che il Califfato controlla. Per le minoranze religiose, si ricorre a soluzioni sbrigative: la conversione a pagamento, giacché gli interessati sono costretti a consegnare una (gran) parte dei loro beni, la fuga o la morte. In questi due ultimi casi, sono tutti i loro beni ad essere confiscati. Le atrocità e le uccisioni di massa hanno come obiettivo di terrorizzare, non solo le popolazioni, ma anche i nemici. Bisogna che questi ultimi siano convinti che gli jihadisti “amino la morte” così come loro “amano la vita”. Ciò attribuisce all’IS una superiorità psicologica enorme che gli ha spesso consentito di prendere il sopravvento senza nemmeno combattere, in quanto i suoi avversari preferiscono ripiegare sapendo che gli jihadisti non hanno pietà.

Bisogna anche far vivere le popolazioni sunnite che si sono sottomesse, rifornendo i mercati, fornendo l’energia, assicurando l’ordine pubblico e amministrativo, ecc. Vengono intraprese dunque delle iniziative sociali, con richieste di contributi (che sono spesso in realtà delle confische di beni e anche i sunniti devono mettere mano alla saccoccia): la distribuzione di cibo (soprattutto pane), le cure mediche gratuite, l’aiuto alle vedove e agli orfani. E’ approntata anche una giustizia sommaria per le infrazioni di diritto comune. Le tecniche di psyops non sembrano avere segreti per i capi dell’IS.

Per fare tutto questo, oltre che per finanziare la guerra, occorrono risorse economiche, che non sembrano mancare all’IS.


Le risorse finanziarie

Si è parlato molto dei finanziamenti provenienti dal Golfo Persico. La vicenda è più complicata di quanto non sembri. Se questi regimi hanno certo finanziato i movimenti islamici e le rivoluzioni nel mondo arabo, non tutti hanno finanziato lo stesso campo. L’Arabia Saudita ha aiutato, dopo la guerra d’Afghanistan combattuta contro gli invasori sovietici, dei movimenti islamici radicali salafiti, che predicano cioè un ritorno all’islam originario. La famiglia reale ha cominciato a nutrire qualche dubbio, quando Osama Bin Laden le si è rivoltata contro, accusandola di utilizzare l’islam per mettere la museruola al suo popolo. Inoltre i circuiti di finanziamento erano complessi perché non dovevano coinvolgere direttamente Riyadh. Passavano soprattutto per le mani dei ricchi “donatori”. Al Qaeda ha approfittato dei rapporti che si erano stabiliti tra Osama Bin Laden e alcuni di loro, per continuare a percepire sussidi, sebbene in quantità assai meno importante.

La ripresa v’è stata con la guerra civile scoppiata in Siria. Riyadh ha pensato di approfittarne per opporsi, con un conflitto di aggiramento, al suo nemico intimo: il regime dei Mullah che governa a Teheran. Però molti gruppi sono sfuggiti al suo controllo, il particolare l’ISIS. Damasco lo ha ben compreso in tempo e ha favorito la crescita dell’ISIS, liberando un certo numero di prigionieri che sono andati ad accrescere i suoi ranghi e non intervenendo nelle regioni dallo stesso controllate. All’inizio queste non erano considerate come vitali per Bachar al-Assad. L’obiettivo strategico era di indebolire l’opposizione armata ed ha avuto un indubbio successo, giacché nemmeno la coalizione del Fronte Islamico (FI), messa in campo con l’aiuto dell’Arabia Saudita, è riuscita ad arrestare la crescita in potenza dell’ISIS. Bisogna anche dire che quest’ultimo continuava ad essere finanziato da taluni ricchi donatori sauditi.

A causa di ciò Riyadh ha assunto provvedimenti giudiziari contro tutti i cittadini sauditi che, direttamente (i combattenti internazionalisti) o indirettamente (i finanziatori), partecipano alle azioni di questo movimento. Quest’ultimo ha però trovato nuovi alleati: i Fratelli Mussulmani in generale, e il Qatar e la Turchia in particolare. Stati che hanno rapidamente cambiato atteggiamento quando si sono resi conto che non controllavano il “bebè”, soprattutto quando l’ISIS ha cominciato a operare in Iraq a partire da dicembre 2013. Ha perfino avuto la tracotanza di prendere in ostaggio dei cittadini Turchi durante la conquista di Mosul (1). A questo punto, Bachar al-Assad ha capito di essersi spinto troppo oltre col machiavellismo in quanto, galvanizzato dai successi ottenuti in Iraq, l’ISIS – ribattezzato Stato Islamico (IS) – ha attaccato diverse importanti postazioni nella provincia di Rakka, che sono cadute armi e bagagli. L’IS si trova oggi senza donatori istituzionali, ad eccezione di alcuni ricchi individui, tra cui dei Kuwaitiani (2). In effetti alcuni sceicchi che già avevano idee molto conservatrici, sono sedotti dai successi riportati dall’IS contro gli Sciiti, i Curdi e gli Alauiti siriani.

Altre risorse finanziarie fanno di lui il movimento jihadista più ricco del pianeta. I rapimenti di ostaggi, le imposte richieste alle popolazioni amministrate (in particolare la Dhimma – o jizya – richiesta ai non mussulmani), le tasse sui commerci che assomigliano ad un vero e proprio racket e soprattutto le entrate provenienti dalle istallazioni petrolifere di cui l’IS si è impadronito in Siria e in Iraq (3). Attualmente il petrolio si negozia al mercato nero turco a 25 dollari al barile, contro i più di cento dollari richiesti per un barile venduto legalmente. Sarebbe interessante capire chi sono gli intermediari, una parte dei quali va individuata nelle mafie curdo-turche. D’altronde le regioni frontaliere turche sono teatro di un intenso commercio spesso illegale (4). Perfino Damasco pare che si rifornisca di nascosto di gas dall’IS!

Indubbiamente l’IS ha riportato grandi successi militari estremamente rapidi in Iraq e in Siria. Comincia ora a minacciare il Libano e la Giordania. Sembra tuttavia commettere un errore fondamentale: combattere su più fronti ed affrontare diversi avversari alla volta. Nonostante le successive disfatte dei suoi nemici, essi vanno visibilmente riprendendosi, soprattutto grazie all’aiuto straniero.

L’Iran gioca un ruolo discreto ma centrale in Siria e in Iraq. Le operazioni militare coperte delle milizie Al-Qods dei pasdaran e di Hezbollah libanese potrebbero essere appoggiate da operazioni più classiche. Infatti la conquista da parte dell’IS della città di Jalawla, prossima alla frontiera iraniana, rischia di provocare degli attacchi aerei, addirittura una azione di terra da parte dell’Artesh (5). Il regime di Teheran ha avvertito, fin dall’inizio di luglio, che non consentirà agli jihadisti sunniti di avvicinarsi alle sue frontiere.

Mosca, dal canto suo, fornisce senza interruzione armi e munizioni a Baghdad e a Damasco. Washington fa lo stesso, ritrovandosi curiosamente alleata dei sui avversari del momento: la Russia e l’Iran. Un gran mistero avvolge gli incontri – forse interrotti – che devono svolgersi sul campo tra elementi operativi dei tre paesi.

La nomina di Haidar Al-Abadi come primo ministro da parte del presidente iracheno Fuad Massoum, con l’accordo del grande ayatollah Ali al-Sistani, la più alta autorità sciita del paese, ma spinta anche da Washington e da Teheran, è un segno politico forte. L’era Al-Maliki, l’ex primo ministro iracheno che ha contribuito a creare problemi a causa della sua politica sciita settaria, sta per chiudersi (6). A breve termine non c’è da attendersi miracoli, ma non è detto che, se i capi delle tribù sunnite si vedessero reintegrati nel processo politico-amministrativo avviato, non si rivoltino a loro volta contro il califfato che è stato loro imposto unilateralmente. A lungo termine, anche la politica di terrore dell’IS potrebbe avere un effetto di ripulsa da parte delle popolazioni sunnite.



Note:

(1)    Risultato: Ankara è in difficoltà, non potendo agire contro questa minaccia che è vicina alle sue frontiere, in quando da ciò dipende la vita dei 46 ostaggi ancora detenuti

(2)    Gli Stati Uniti hanno designato Abd al-Rahman Khalaf “Ubayd Juday” al-‘Anizi come “facilitatore”, assicurando, dal 2008, il trasferimento di soldi dal Kuwait all’ISIS. Egli avrebbe avuto anche il compito di pagare il viaggio degli Jihadisti stranieri verso il fronte iraqo-siriano.

(3)    Si ipotizza la cifra di 50 milioni di contributi al mese. I più importanti pozzi della provincia siriana di Deir Ez-Zor sono nelle mani dell’IS, così come quelli di Njama, Qaraya (Mosul), Hireen e Ajil (Tikrit) in Iraq

(4)    Dalla Turchia verso la Siria e l’Iraq: beni di consumo e volontari stranieri; nell’altro senso: petrolio e rifugiati. La città di Reyhanli, nella provincia di Hatay, è diventata un vero covo di contrabbandieri. Ha subito nel 2013 due attentati con autobombe, che hanno provocato 52 vittime. Un veicolo imbottito di esplosivo è stato scoperto nel giugno 2014

(5)    Esercito iraniano

(6)    Per quanto tenti di aggrapparsi ancora al potere, mantenendo ancora costituzionalmente la carica di capo dell’esercito e dei servizi speciali       

      


 

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