Afrique Asie - marzo 2008


 

Israele – Fin dalla nascita lo Stato ebraico, soggetto al boicottaggio petrolifero da parte degli arabi, ha messo gli occhi sul petrolio della Mesopotamia. Non è ancora riuscito a impadronirsene, nonostante numerosi tentativi. Ma le sue necessità esponenziali potrebbero spingerlo a nuove manovre.

 


La sete di petrolio iracheno


 

di Gilles Munire

 

Israele è, col Giappone, uno dei paesi più dipendenti dall’estero per gli approvvigionamenti petroliferi. I miliardi di barili giacenti ai piedi del monte Carmel o sotto Gerico, al momento non sono altro se non un sogno degli evangelisti nordamericani. Il rifornimento del paese è, nella realtà, un vero rompicapo, dal momento che il consumo di petrolio per abitante, in perpetuo aumento, oltrepassa i 7 litri giornalieri (8° posto nel mondo). Grazie all’abilità di uomini come Zvi Alexander, il “signor petrolio” israeliano, Israele ha potuto diversificare le fonti di approvvigionamento. Oggi lo stato ebraico è rifornito dalla Russia, dalle ex Repubbliche sovietiche, dalla Norvegia, dal Messico, da alcuni paesi dell’Africa dell’ovest e, cosa meno nota, dall’Egitto. Ma le consegne previste nel trattato israelo-egiziano del 1979 – che hanno coperto fino a 1/3 dei bisogni israeliani – sono diventati oramai insufficienti.

 


Un sogno israeliano


Israele sogna il petrolio iracheno dal 1948, anno nel quale venne chiuso l’oleodotto Kirkouk-Haifa per protesta contro la creazione di uno stato ebraico in Palestina. Solo il Koweit, all’epoca un principato sotto tutela britannica, ha continuato fino al 1950 a vendergli greggio. L’Iran dello scià pahlavi ne ha preso il posto clandestinamente, fino alla rivoluzione komeinista. Gli israeliani – laburisti o likudisti – hanno tutti tentato di ammansire Bagdad, perfino trattando con Saddam Hussein. Senza successo.
Con la guerra del Golfo, gli Israeliani sono passati all’azione. I Kurdi, che Israele sostiene dal 1950 con la scusa di interessi geostrategici e di comuni origini, sono diventati quasi indipendenti grazie alla zona di esclusione aerea imposta dalla coalizione. Il Mossad ne ha approfittato per rinforzare le sue posizioni negli apparati di sicurezza kurda e partecipare, con Massoud Barzani, al contrabbando di petrolio provocato dall’embargo delle Nazioni Unite. Nello stesso tempo Ahmed Chalabi, capo del Consiglio nazionale iracheno, è stato invitato a Tel Aviv dove ha promesso di stabilire relazioni diplomatiche con Israele e di riaprire l’oleodotto Kirkouk-Haifa.
 A inizio aprile 2003, un commando delle forse speciali della colazione s’impadronì delle stazioni di pompaggio dell’oleodotto verso Haifa (operazione “Sekhina”, presenza di Dio in ebraico) tra Haditha e la frontiera giordana, e Benyamin Netanyahou affermò che il petrolio irakeno sarebbe giunto in Israele, che “era solo questione di tempo”. Nell’agosto 2003, Yosef Paritzky, ministro delle infrastrutture, venne convocato a Washington per studiare la riapertura dell’oleodotto. Speranza delusa perché Chalabi è stato spodestato. Con la crescita della resistenza nella regione di Al-Anbar, il tracciato attuale sembra definitivamente abbandonato.


 

Un grande Kurdistan

Perché l’oleodotto Kirkouk-Banyas, in Siria, potesse diventare una valida soluzione alternativa, bisognava ancora eliminare i focolai di resistenza tra Kirkouk e la frontiera siriana, creare un “Grande Kurdistan” e rovesciare Bachir al-Assad. Nel giugno 2005, i nordamericani hanno lanciato l’operazione “Matador” per domare i Turcomanni ostili al dominio kurdo sulle loro terre e sul petrolio iracheno. Con la scusa di scacciare Zarqaoui da uno dei suoi bastioni, venne assediata Tel Aafr. Come a Falloujah, i bombardamenti provocarono migliaia di vittime civili. Gli abitanti fuggiti sono stati rimpiazzati da kurdi.
La Costituzione del 2005, illegittima secondo molti iracheni, permette alla Regione autonoma kurda di annettere, dopo un referendum, il governatorato di Kirkouk, una parte di quelli di Ninive e di Diyala e il Sindjar. La resistenza ha fatto fallire il progetto – per il momento. Ma, nell’agosto 2007, l’attentato terrorista di Sindjar con i suoi 500 morti, attribuito al Parastin, il servizio segreto kurdo, ha gettato i Yezidi, che lì sono in maggioranza, nelle braccia di Barzani – cosa che costituiva proprio l’obiettivo dell’attentato.
E la battaglia ingaggiata attualmente a Mossoul, col pretesto della guerra contro Al-Qaida, si risolve in una “ripulitura” ulteriore dei “territori disputati” dai loro ancestrali abitanti arabi, turcomanni e assirocaldei.
Siccome la Siria ha resistito ai tentativi di destabilizzazione statunitensi e francesi, il progetto di bretella Homs-Haifa sull’oleodotto esistente è stato abbandonato, lasciando ai suoi sostenitori solo l’ipotesi di un trattato di pace tra Israele e la Siria, con scambio del Golan contro il passaggio di un oleodotto verso Haifa. Un remake, in qualche modo, dell’accordo negoziato con Anouar al-Sadat.

 

Un israeliano di nome Fouad

A Tel Aviv, Binyanin Ben Eliezer, ministro delle infrastrutture più pragmatico dei suoi predecessori, studia la fattibilità di un oleodotto che attraversi il Sindjar, costeggi la Siria e l’Eufrate e penetri poi in Giordania; e contemporaneamente quello di un quadruplo oleodotto sottomarino che convoglierebbe verso Ashkelon, attraverso il porto turco di Ceyhan, il petrolio e il gas georgiano o azerbaigiano – addirittura kazako - , l’acqua, l’elettricità e i cavi in fibre ottiche.
Nato a Bassora, il generale Ben Eliezer, detto Fouad, si presenta come “un amico degli arabi”, ma la sua reputazione di macellaio non ha niente da invidiare a quella di Ariel Sharon. Egli non è solo coinvolto nel massacro di Tal Al-Zaatar dei falangisti libanesi del 1976 e di Jenine nel 2002, o nell’invasione del Libano del giugno 1982, ma è anche accusato di avere fatto eliminare 250 prigionieri durante la guerra del giugno 1967. Si attende ancora oggi l’apertura di una inchiesta del Tribunale penale internazionale contro di lui, così come è stato chiesto al Cairo nel 2007dal presidente della Commissione degli affari esteri.
Dettaglio importante del progetto di Ben Eliezer: secondo il quotidiano Haaretz (16 gennaio 2007) l’oleodotto sottomarino potrebbe essere collegato a quello proveniente dall’Iraq. Il kurdo Hoshyar Zebari, ministri iracheno degli affari esteri con il quale si è congratulato davanti alle telecamere al World Economic Forum del 2005 in Giordania, non chiede che di cooperare. Il successo di questa operazione dipende dalle esigenze della Turchia. In caso di accordo, il boicottaggio petrolifero arabo perderebbe ogni senso.

 

 

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Saddam rifiuta la proposta israeliana

 

La chiusura dell’oleodotto Kirkouk-Banyas da parte della Siria nel 1982 fornì l’occasione a Yitzhak Samir di proporre all’Iraq di esportare il suo petrolio via Haifa. Saddam Hussein rifiutò. Hana Bar-On, vicedirettore al Ministero degli affari esteri israeliano, ritornò alla carica col progetto della Bechtel di costruire un oleodotto Kirkouk-Aqaba, che un certo Donald Rumsfeld andrà a vendere a Badgagd nel dicembre 1983 - marzo 1984. Nel 1985 Shimon Peres, Yitzhak Samir e Yitzhak Rabin confermarono per iscritto a Robert MacFarlane, consigliere per la sicurezza del presidente Reagan, che Israele non avrebbe bombardato l’oleodotto, “salvo provocazione”. Peres domandava, in cambio, petrolio al 10% meno caro, il versamento di tangenti… al Partito laburista. Nuovo rifiuto del presidente iracheno. Nel 1987 Moshe Shahal, ministro israeliano per l’energia, pose allo studio nuovamente il trasporto del petrolio irakeno attraverso il Golan, progetto svanito a causa della guerra del Golfo del 1991.

 

 

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Israele, l’Iran ed il Tipline

 

Un oleodotto Eilat-Ashkelon (trans-Israel Pipeline, o TIPLINE), finanziato da Edmond de Rothschild, fu costruito con materiale rubato durante la campagna del Sinai del 1956 dai cantieri delle società belghe e italiane, e ammodernato dopo un viaggio segreto di Golda Meir in Iran nel 1965, per incontrare lo Scià e la National Iranian Oil Company (Nioc). Il 23 maggio 1967, la chiusura del Tipline, provocato dal blocco dello stretto di Tiran, tagliò l’approvigionamento di Israele in petrolio iracheno. Fu questo uno dei pretesti dell’aggressione israeliana del 1967 contro l’Egitto. Dopo la rivoluzione komeinista, l’Iran reclamò il rimborso dei suoi investimenti e degli ultimi tre mesi di rifornimenti. Oggi gli israeliani si dicono pronti a convogliare attraverso la Tipline il petrolio proveniente dall’Asia centrale e dall’Iraq, attraverso la Turchia, verso l’India.

 

 

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La Bibbia, mappa di tesori secondo gli evangelisti


Golda Meir diceva scherzando che Mosè s’era sbagliato a lasciare l’Egitto per rifugiarsi nel solo posto del Medio Oriente senza petrolio… Non è questa l’opinione degli evangelisti nordamericani che, dopo la pubblicazione nel 1981 della Grande Caccia al tesoro del Reverendo Spillman, credono che la Bibbia riveli la presenza di un mare di nafta sotto Israele. Questione di interpretazione. Deducono dalla benedizione data da Mosé morente a Asher, figlio di Giacobbe: “Benedetto sia Asher… che immerge i suoi piedi nell’olio”, che vi sia del petrolio ai piedi del monte Carmel. Risultato: la regione detiene il record mondiale di trivellazioni! Altre zone interessate: il mar Morto. L’evangelista Harold Stephens afferma che Dio gli è apparso due ore dopo aver pregato con Menahem Begin nel 1982, per rivelargli che una vena di petrolio corre sotto il mar Morto. Recentemente è apparso John Brown “al quale Dio ha ordinato di rendere il popolo israeliano indipendente economicamente”. S’è detto convinto di poter scoprire un immenso campo petrolifero prima del ritorno del Messia. Zion Oil and Gaz, la sua società israelo-texana, è quotata alla Borsa di Chicago.
Il rincaro del prezzo del greggio stimola l’esaltazione degli evangelisti nordamericani e le ricerche petrolifere in Israele. Nel settembre 2007, Benyamin Ben Eliezer, ministro delle infrastrutture, ha concesso licenze di esplorazione ad una decina di compagnie.

 
  
 
   
 
 
  
 

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