Unz Review, 12 settembre 2019 (trad. ossin)

 

La fine di Israele

Gilad Atzmon

 

La lezione da trarre dall’attuale impasse politica israeliana è che Israele sta per implodere, disintegrandosi nei diversi elementi che non è mai riuscita a ricondurre a unità. Lo scisma non viene più dalla dicotomia tradizionale tra ebrei ashkenaziti ed ebrei arabi (sefarditi); si tratta di una divisione che è contemporaneamente ideologica, religiosa, spirituale, politica, etnica e culturale. E non viene nemmeno dal conflitto tra sinistra e destra, giacché gli ebrei israeliani sono politicamente di destra anche quando dicono di essere «di sinistra». Per quanto alcune delle voci critiche più aspre della politica israeliana e del fondamentalismo ebreo siano israeliane (come Gideon Levi, Shlomo Sand, Israel Shamir e altri), non esiste più alcuna sinistra politica israeliana. La politica israeliana si divide oramai tra molti elettori di estrema destra e molti falchi ordinari. Il partito (arabo) Arab Joint List è praticamente l’unico partito di sinistra alla Knesset israeliana. La cosa non dovrebbe sorprendere, la sinistra ebraica, come ripeto da molti anni, è un ossimoro; il giudaismo è una forma di identità tribale mentre la sinistra è universalista. I «tribali» e gli «universalisti» sono come l’olio e l’acqua, non si mescolano bene.

 

 

La particolarità delle divisioni politiche israeliane è che gli Israeliani sono più uniti che mai nella loro fede nazionalista e nell’idea di suprematismo ebraico. Perché, se gli Israeliani sono tanto uniti, non si riesce a formare un governo nel sedicente «Stato ebraico»?

 

Avigdor Lieberman, un ex entusiasta alleato di Netanyahu ed egli stesso un nazionalista ebraico radicale, ieri ha gettato la politica israeliana nello stallo. Ha detto che le elezioni erano già state decise: «Il blocco ultraortodosso e messianico raggiunge 62-61 seggi». Il livoroso leader nazionalista di Yisrael Beiteinu (letteralmente: “Israele, casa nostra”, ndt) ha detto: «Se non vi sarà un’affluenza alle urne di almeno il 70% a Gush Dan e Sharon, avremo un governo Halakha (religioso)».

 

Fondamentalmente Lieberman vuol dire che, se gli Israeliani laici di Tel Aviv non si recheranno alle urne, si ritroveranno a vivere in uno Stato Halakha con un governo Netanyahu di estrema destra. Lieberman sembra detenere la chiave della stabilità politica di Israele. Per quanto lui e Netanyahu siano dei gemelli ideologici per quanto riguarda la sicurezza israeliana e le questioni nazionaliste, i due sono acerrimi rivali che si scontrano aggressivamente. Netanyahu sa da qualche anno che, se non si riuscirà a formare un governo di estrema destra forte, potrà finire per qualche tempo dietro le sbarre, una prospettiva diventata corrente per le principali figure politiche israeliane. I partner naturali di Netanyahu sono i partiti di estrema destra e i partiti ortodossi. Sul piano ideologico, anche Lieberman dovrebbe sentirsi a suo agio all’interno di una coalizione politica di tal genere, ma egli ha preso una decisione politica cruciale, essenziale alla sua sopravvivenza politica. Da qualche tempo ha capito che il suo elettorato di origine, gli immigrati ebrei dell’ex Unione Sovietica, molti dei quali a mala pena ebrei e sottoposti a un costante terrore rabbinico, considerano i partiti ebraici come i loro nemici estremi. Molti di questi ebrei russi e ucraini occupano posizioni politiche di estrema destra, ma pensano anche che i rabbini costituiscono una minaccia imminente per la loro sopravvivenza.

 

Teoricamente, Lieberman potrebbe negoziare un’enorme coalizione con al vertice Netanyahu, che raggruppi Blue and White (Kachol Lavan) e i suoi tre marescialli di destra, il partito di Lieberman e probabilmente il partito laburista. Una simile coalizione potrebbe contare su circa 80 seggi alla Knesset, più che sufficienti a sostenere un governo forte, ma questa coalizione non sarebbe disposta a garantire l’impunità a Netanyahu.

 

Netanyahu scommette piuttosto su un governo religioso di estrema destra con una debole maggioranza, un governo che non potrebbe forse durare a lungo, ma che darebbe al primo ministro più tempo per cercare di evitare la prigione.

 

Questo conflitto al cuore della politica israeliana è una finestra sullo Stato ebraico e le sue paure. Israele si sta rapidamente trasformando in uno Stato ebraico ortodosso. Gli ebrei ortodossi di Israele sono il gruppo che cresce più rapidamente. Sono anche la parte più povera del paese, il 45 % di loro vive al di sotto della soglia di povertà in comunità isolate. Di solito, ci sarebbe da attendersi che i poveri siano di sinistra, ma gli ebrei israeliani della Torah sono dei nazionalisti rabbiosi e sostengono apertamente Benjamin Netanyahu e il suo partito.

 

Il professor Dan Ben-David dell’Università di Tel Aviv ha recentemente avvertito che Israele potrebbe cessare di esistere nell’arco di qualche generazione. Ha sottolineato il tasso di natalità spaventosamente elevato degli ebrei ortodossi e ha previsto che, stando alle attuali tendenze, essi rappresenteranno il 49% della popolazione di Israele di qui al 2065. I partiti ultraortodossi sono destinati a dominare la Knesset di qui ad una generazione o meno. Ben David prevede che la loro dipendenza dal sistema di previdenza sociale israeliano comporterà un rapido declino dell’economia. Ciò è abbastanza dannoso sul piano economico ed è aggravato dal rifiuto da parte della maggior parte delle scuole rabbiniche di inserire nei programmi materie standard in occidente come le matematiche, le scienze e l’inglese. Di conseguenza, Israele educa una percentuale crescente della sua popolazione in una maniera che non le permette di contribuire i bisogni di una società altamente tecnologica piombata in un conflitto per la sua sopravvivenza.

 

L’immagine che risulta da tutto questo è particolare. Mano a mano che Israele diventa sempre più ebraica e fondamentalista nella sua etica nazionalista e religiosa, si divide sempre di più su tutto il resto. Gli immigrati russi trovano impossibile vivere accanto agli ultranazionalisti e viceversa. L’enclave laica di Tel-Aviv cerca di rendere questa metropoli quasi un’estensione di New York. La sinistra israeliana si è trasformata in una unità della hasbara (in ebraico, qualcosa come “narrazione”, ndt) LGBT. Non mostra di provare praticamente più alcun interesse per il conflitto israelo-palestinese. I coloni ebrei aderiscono al concetto di una «soluzione a due Stati ebraici». Vogliono che la Cisgiordania diventi una terra ebrea. Gli ebrei ortodossi non si interessano affatto alle questioni politiche, sanno bene che il futuro dello Stato di Israele appartiene a loro. Tutto quel che occorre loro è di sostenere una minoranza ebrea secolare produttiva, da utilizzare come una vacca da latte. Oltre a tutto questo, dobbiamo anche fare i conti con le guerre di sopravvivenza di Bibi, che minacciano ogni momento di degenerare in conflitto mondiale.

 

Tenuto conto di tutto questo, i Palestinesi sono relativamente in buona forma. Devono solo sopravvivere e aspettare. Perché sembra che sia Israele il nemico più feroce di Israele.

 

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