Le cri des peuples, 3 agosto 2020 (trad.ossin)
 
Israele: Fin dove arriveranno le manifestazioni contro Netanyahu ?
Jonathan Cook 
 
Le manifestazioni non hanno ancora colto il rapporto stretto esistente tra le malversazioni di Netanyahu e la corruzione sistemica della politica israeliana, il cui nucleo forte è costituito dall’occupazione dei territori palestinesi
 
Manifestazione contro Netanyahu a Tel Aviv
 
 
Israele è scossa da violente manifestazioni che, secondo gli osservatori locali, potrebbero sfociare in una vera e propria guerra civile, un esito che il Primo ministro Benjamin Netanyahu sembra incoraggiare.
 
Da settimane, Gerusalemme e Tel-Aviv sono teatro di grandi e rumorose manifestazioni davanti alla residenza ufficiale del signor Netanyahu e del suo ministro della Pubblica Sicurezza, Amir Ohana.
 
Sabato sera, circa 13 000 persone hanno attraversato Gerusalemme gridando «Chiunque ma non Bibi», il soprannome di Netanyahu. Hanno fatto loro eco decine di migliaia di altri manifestanti in tutto il paese.
 
Il tasso di partecipazione è in continuo aumento, nonostante la repressione della Polizia e dei sostenitori di Netanyahu. Anche all’estero si segnalano manifestazioni di espatriati israeliani.
 
Le manifestazioni, che si svolgono in violazione delle regole di distanziamento fisico, sono senza precedenti per gli standard israeliani. Esse hanno colmato l’enorme divario tra un piccolo gruppo di attivisti anti-occupazione – chiamati in Israele con disprezzo «di sinistra» – e un molto più ampio pubblico ebraico israeliano collocato politicamente al centro o a destra.
 
Per la prima volta, una parte di chi dovrebbe naturalmente schierarsi con Netanyahu protesta in piazza contro di lui.
 
Al contrario delle manifestazioni precedenti, come il grande movimento per la giustizia sociale che invase le strade nel 2011 per opporsi all’aumento del costo della vita, le manifestazioni di oggi non hanno accuratamente evitato le questioni politiche.
 
Il bersaglio della rabbia e della frustrazione ha a questo punto una chiara connotazione personale, centrata sulla figura di Netanyahu, che è oramai il primo ministro israeliano rimasto in carico per più tempo. I manifestanti lo hanno ri-battezzato «ministro del crimine» di Israele (gioco di parole tra Prime Minister / Crime Minister).
 
Ma le manifestazioni trovano alimento anche in una più ampia atmosfera di disincanto, mentre crescono i dubbi sulla competenza dello Stato a fare fronte alle tante crisi che attanagliano Israele. Il virus ha provocato una miseria sociale ed economica incalcolabile per molti, con un quinto della popolazione attiva disoccupata. I più duramente colpiti sono stati proprio i sostenitori di Netanyahu della classe media inferiore.
 
Investita da tempo dalla seconda ondata dell’epidemia, Israele registra un tasso di infezione per abitante maggiore perfino di quello degli Stati Uniti [al 3 agosto, Israele contava ufficialmente 74 102 casi (47 551 de quali attivi), e 546 decessi, con più di mille casi al giorno; queste cifre non comprendono i territori palestinesi, dove si registrano ufficialmente 12 541 casi e 84 decessi]. La prospettiva di un nuovo lockdown causata da una malagestione del virus da parte del governo ha messo in crisi la pretesa di Netanyahu di essere considerato il «Signor Sicurezza».
 
Anche le violenze poliziesche suscitano inquietudini. Le violenze hanno toccato l’apice con l’uccisione in maggio di un Palestinese autistico, Eyad Hallaq, a Gerusalemme.
 
 
Le repressioni poliziesche contro i manifestanti, con l’uso di squadre anti-sommossa, di agenti infiltrati, di poliziotti a cavallo e di cannoni ad acqua, non hanno solo evidenziato l’autoritarismo crescente di Netanyahu. C’è anche la sensazione che la polizia sia pronta a utilizzare contro i dissidenti israeliani le violenze estreme, un tempo riservate ai soli Palestinesi.
 
 
Dopo aver messo nel sacco il suo rivale di destra, l’ex generale militare Benny Gantz, e averlo convinto a varare un governo unitario ad aprile, Netanyahu ha di fatto schiacciato qualsiasi significativa opposizione politica.
 
L’accordo ha distrutto il partito «Blu e Bianco» di Gantz, molti dei cui deputati si sono rifiutati di entrare nel governo, ed ha totalmente screditato l’ex generale.
 
Netanyahu preparerebbe nuove elezioni per il prossimo inverno, le quarte in due anni, sia per approfittare della crisi dei suoi avversari, che per evitare di dover onorare l’accordo di rotazione in base al quale Gantz dovrebbe sostituirlo alla fine dell’anno prossimo.
 
Secondo i media israeliani, Netanyahu potrebbe trovare un pretesto per imporre nuove elezioni in un ulteriore ritardo nell’approvazione del bilancio nazionale, proprio mentre Israele si trova a dover affrontare la sua peggiore crisi finanziaria degli ultimi decenni.
 
E, ovviamente, a mettere in ombra tutto questo, c’è la questione delle accuse di corruzione contro Netanyahu. Non solo è il primo premier in carica ad essere imputato in un procedimento penale, ma utilizza anche il suo ruolo e la pandemia a suo vantaggio, specialmente con continui rinvii delle udienze.
 
In un periodo di crisi profonda e di incertezza, molti Israeliani si chiedono quali politiche sono poste in essere per il bene nazionale e quali siano esclusivamente finalizzate a far ottenere benefici personali a Netanyahu.
 
L’attenzione accordata per mesi dal governo all’annessione di ampie fasce di territorio palestinese in Cisgiordania è sembrato un gesto diretto a guadagnarsi il favore dei coloni, creando un pericoloso diversivo che ha posto in secondo piano la lotta contro la pandemia.
 
 
Allo stesso modo, un’indennità una tantum distribuita questa settimana, a onta delle gravi obiezioni sollevate dai responsabili delle Finanze, assomiglia fortemente ad una tangente elettorale universale. Di conseguenza, Netanyahu deve affrontare un rapido calo dei consensi. Un recente sondaggio di opinione mostra che la fiducia nei suoi confronti si è ridotta della metà, passando dal 57% in marzo e aprile, quando è cominciata la pandemia di Covid-19, all’odierno 29%.
 
Sempre più Israeliani vedono Netanyahu meno come una figura paterna che come un parassita che prosciuga le risorse del corpo politico. Una recente opera d’arte dal titolo «Ultima cena», recentemente installata nel centro di Tel Aviv, rappresenta il sentimento popolare. Mostra Netanyahu solo, che si abboffa ad una tavola piena di cibarie e infila la mano in una enorme torta decorata con la bandiera israeliana.
 
L'Ultima cena, installata nel centro di Tel Aviv
 
Con un’altra mossa mirante a denunciare la corrotta politica di Netanyahu, gli Israeliani più ricchi si sono pubblicamente organizzati per donare ai più bisognosi i sussidi conferiti questa settimana dallo Stato a tutti gli Israeliani.
 
I ripetuti insulti di Netanyahu contro i manifestanti, che accusa di essere «di sinistra» e «anarchici», nonché propagatori del coronavirus, sembrano essersi ritorte contro di lui. Essi hanno solo spinto altra gente in piazza.
 
Ma gli insulti e le affermazioni di Netanyahu secondo cui sarebbe lui la vera vittima, e che nel clima attuale egli rischia di essere assassinato, sono state interpretate da qualcuno a destra come un appello alle armi. La settimana scorsa, cinque manifestanti sono stati feriti, attaccati da sostenitori del primo Ministro armati di bastoni e bottiglie, mentre la polizia faceva finta di non vedere. Altre simili aggressioni sono state segnalate questo week-end. Gli organizzatori della manifestazione hanno dichiarato di avere cominciato a organizzare delle unità di difesa per proteggere i manifestanti.
 
Ohana, il ministro della Pubblica Sicurezza, ha chiesto il divieto di manifestare e ha invitato la polizia ad usare la mano pesante. Ha ritardato la nomina del nuovo capo della polizia, un modo di spingere i comandanti locali a reprimere i manifestanti per guadagnarsi i suoi favori. Un gran numero di manifestanti sono stati arrestati, e la polizia avrebbe interrogato alcuni di essi sulle loro opinioni politiche.
 
Gli osservatori si sono chiesti se le manifestazioni potevano trascendere il tribalismo politico dei partiti, e trasformarsi in un movimento popolare per un reale cambiamento. Ciò potrebbe allargare il movimento a gruppi ancora più sfavoriti, soprattutto il quinto dei cittadini israeliani che appartiene alla minoranza palestinese.
 
Ma occorrerebbe che più manifestanti comincino a rendersi conto che c’è un legame diretto tra gli abusi personali di Netanyahu e la più ampia corruzione sistemica della politica israeliana, il cui nucleo essenziale è l’occupazione.
 
Questa potrebbe rivelarsi ancora una sfida importante, soprattutto dal momento che nessuna pressione, né da parte degli Stati Uniti che dell’Europa, viene esercitata su Israele per un cambiamento.
 
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Un Israeliano pubblica una foto di Netanyahu. Arriva un poliziotto e lo costringe e sopprimerla
 
Sagi Haber ha pubblicato una foto di Alex Levac, fotografo di Haaretz, che mostra Netanyahu col braccio teso come facesse il saluto nazista. Denunciato, gli è arrivato un poliziotto a casa e gli ha detto che si era reso colpevole di incitamento all’odio e alla violenza
 
 
Quando un abitante di Givatayim, località del centro di Israele, ha pubblicato una foto del Primo Ministro Benjamin Netanyahu sulla sua pagina Facebook, un poliziotto si è presentato a casa sua imponendogli di sopprimerla, affermando che si trattava di un incitamento all’odio e alla violenza, pur non avendo alcun potere di farlo.
 
La fotografia del Primo Ministro Benjamin Netanyahu scattata dal fotografo Alex Levac che Haber ha postato in Facebook. Venne presa a Tel-Aviv nel 1988
 
La foto in questione faceva parte di una mostra del fotografo Alex Levac, e mostra Netanyahu col braccio destro teso in una posa che assomiglia ad un saluto nazista. Per tutta risposta, la polizia ha dichiarato che, pur nel «rispetto della libertà di espressione», doveva svolgere indagini a seguito di talune denunce per incitamento all’odio e alla violenza.
 
Sagi Haber, 50 anni, ha pubblicato la foto sulla sua pagina Facebook, con la didascalia «Un marchio per gli idioti». Una persona che ha commentato il post di Haber gli ha preannunciato una denuncia alla polizia. Una mezzoretta dopo la pubblicazione del commento, e un’oretta dopo la pubblicazione dello stesso post, un ufficiale di polizia del distretto si è recato a casa di Haber, invitandolo a sopprimere immediatamente la foto, affermando che costituiva un incitamento all’odio.
 
«Le dirò chiaramente che cosa sono venuto a fare», ha detto l’ufficiale. «Abbiamo ricevuto un denuncia per un post che lei ha pubblicato contro il Primo Ministro. Sono venuto a spiegarle che lei ha commesso un delitto. E’ un incitamento. Potremmo arrestarla per questo». L’ufficiale ha spiegato ad Haber che la polizia lo aveva compiutamente identificato ed ha aggiunto: «Potrebbe ricevere una convocazione per un interrogatorio».
 
Haber ha replicato: «Questa è una intimidazione da parte delle autorità. Come potete affermare che si tratta di un incitamento?»
 
«Perché lei ha pubblicato una foto del Primo Ministro in una posa che lo fa rassomigliare ad un nazista», ha risposto l’ufficiale. Haber gli ha fatto presente che si tratta di una fotografia autentica di Netanyahu, ma l’ufficiale non ha voluto sentire ragioni: «Io sono venuto per avvertirla. Lei non ha niente da dire. Tutto viene registrato. Lei può rispondere, ma ha anche diritto a non farlo. Sono venuto a spiegarle che cosa succede… Le si chiede di sopprimere il post, il fatto che la foto sia autentica non h alcuna importanza».
 
Haber ha soppresso il post. «Quanto accaduto è degno del romanzo 1984», ha detto. «Io non posso permettermi di farmi arrestare, perché devo accudire mia madre che è molto malata. Non sono contro Netanyahu, sono contro la corruzione e per la giustizia. Da quando in qua la polizia manda agenti a molestare le persone per dei semplici messaggi o foto? Tutto ciò è ridicolo».
 
La polizia israeliana ha risposto di «rispettare la libertà di espressione e di riconoscere la sua posizione speciale tra i diritti fondamentali. Ma di dovere tuttavia svolgere indagini a seguito di denunce per incitamento all’odio e alla violenza che la legge non tutela come libertà di espressione. La situazione sarà oggetto di valutazioni e seguiranno le iniziative del caso».
 
Levac scattò la foto pubblicata da Haber nel corso di un congresso del Likud più di 30 anni fa. Ha dichiarato di avere in passato ritirato la foto in conseguenza di alcune reazioni negative ma che adesso, in occasione della sua ultima esposizione, l’ha ri-pubblicata.
 
Negli ultimi mesi, Netanyahu ha depositato diverse denunce per incitamento e minacce violente contro di lui e la sua famiglia, l’ultima delle quali risale a mercoledì. In un comunicato stampa del mese scorso, Netanyahu ha affermato che taluni degli appelli a uccidere lui e i suoi familiari «sono certamente riconducibili all’estrema sinistra». Un’inchiesta sul post di una donna che si presentava come Dana Ron, e che ha minacciato Netanyahu di morte sulla sua pagina Facebook, ha rivelato trattarsi di una identità probabilmente falsa.
 
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