Granma 3 novembre 2008


Il primo aiuto militare ai governi africani

di Gabriel Molina


Il primo novembre 1963, in una riunione a Bamako, la capitale del Mali, il presidente Ahmed Ben Bella e il re Hassan II firmarono un armistizio mettendo fine all’invasione del Marocco in Algeria.
Durante una visita all’Avana, nel 1962, Ben Bella aveva incontrato Fidel Castro e i più importanti dirigenti della Rivoluzione.
Casualmente, proprio un primo novembre era cominciata la rivolta contro il colonialismo francese e questa data si era trasformata in festa nazionale algerina all’alba della sua indipendenza.
Il documento, che fu firmato il giorno due, ha segnato l’inizio del primo aiuto militare di Cuba verso un governo costituito. La penetrazione della frontiera occidentale di quel paese nordafricano durò appena 17 giorni.
Già allora l’Algeria era un importante scenario dei dibattiti politici ed economici dell’epoca. Era visitata costantemente da capi di Stato o di Governo, da ministri degli Esteri del Terzo Mondo. Molti movimenti di liberazione afroasiatici ma anche del Venezuela e delle Isola Canarie avevano lì i loro uffici e i rispettivi dirigenti vi si recavano con frequenza.
Ben Bella era estremamente affabile con i cubani. Si rivolgeva all’ambasciatore, il comandante Jorge Serguera, chiamandolo “Papito”, che era il suo nomignolo, probabilmente perché Fidel gli aveva chiesto di trattarlo come un amico. Io avevo conosciuto questo dirigente algerino durante un suo viaggio all’Avana dell’anno prima, quando mi aveva concesso un’intervista speciale dopo aver saputo che lo avevo aspettato per quasi otto ore nella casa di protocollo dove era ospitato.
A New York il presidente Kennedy aveva fatto pressioni per convincerlo a non andare a Cuba, facendogli capire che lì stava per succedere qualcosa. Era poco prima della Crisi dei Missili. Ma lui non gli aveva dato retta. Questo gesto causò un grande effetto sui cubani, specialmente sul Comandante in capo.
Fu così che la nostra Ambasciata ad Algeri si trasformò in qualcosa di molto speciale per Cuba, come si dimostrò quando l’attuale presidente dell’Algeria, Abdelaziz Bouteflika, all’epoca ministro degli Esteri, andò a casa di Serguera ad informarlo che truppe marocchine stavano per attraversare la frontiera e che l’esercito guerrigliero non aveva i mezzi necessari per affrontare l’invasione.
Il nostro ambasciatore lo informò che Fidel lo aveva autorizzato a dirgli che Cuba poteva offrire all’Algeria tutto quanto necessario in caso di aggressione. Per guadagnare tempo, Serguera informò immediatamente mediante una telefonata in codice il comandante Manuel Piñeirop. Appena una settimana circa più tardi, arrivava, improvvisa, l’avanguardia.: un gruppo di alti ufficiali dell’esercito cubano, con alla testa i comandanti Efigenio Ameijeras e Flavio Bravo, con una lettera del ministro Raúl Castro.
Quella fu la prima di una serie di prodezze. In pieno ciclone Flora, che ha devastato la regione orientale del paese dal 4 all’8 ottobre del 1963, provocando più di 1.000 morti e danni per cento milioni di dollari, su una nave mercantile salpavano non gli “animali” richiesti al telefono, ma esseri umani stipati insieme ai blindati e all’artiglieria, motivati semplicemente dal desiderio di servire un popolo così eroico come loro stessi erano stati.
E’ difficile immaginare come abbiano fatto ad organizzarsi in maniera così efficace per quella traversata marittima nel momento in cui un poderoso uragano e le severe inondazioni che avevano coperto interi villaggi, pero poco non fatto annegare Fidel quando si era precipitato a dirigere i lavori di salvataggio.
Con grande sorpresa di tutti, prima di 15 giorni da quando era stata fatta la richiesta, non appena iniziata la penetrazione dell’esercito marocchino in territorio algerino, quegli “animali” stavano già sbarcando ad Orano.
Due mesi prima, il 19 agosto, Ben Bella era stato eletto presidente nelle prime elezioni dell’Algeria liberata, nel 1962, dopo gli accordi di Evian. Pochi giorni dopo denunciava che all’estero si stava preparando un complotto contro la Rivoluzione algerina e annunciava di stare accelerando la marcia verso il socialismo. Il 21 settembre nazionalizzava gli alberghi Aletti e Prince Albert (due dei tre più importanti della capitale) e tre giornali, di Algeri, di Orano e di Costantina rispettivamente. Il Presidente rivelava anche che nel suo paese si stava offrendo istruzione militare a membri dei movimenti di liberazione africani.
Gli avvenimenti precipitano, si affollano. Il 2 ottobre vengono nazionalizzate le terre abbandonate dai coloni francesi, circa un milione di ettari. Durante la manifestazione in cui rende pubblica questa misura, si avvicina a Serguera e gli dice: La Riforma Agraria è in marcia, che era uno slogan popolare a Cuba in quegli anni. In quello stesso giorno fu arrestato Mohamed Boudiaf, che con Mohamed Khider, Rabah Bitat, Ait Ahmed (che si era ribellato nella Kabilia) e con lo stesso Ben Bella, cinque dei nuovi membri dell’Ufficio Politico del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), erano i cinque storici passeggeri dell’aereo marocchino intercettato scandalosamente dai francesi durante la guerra, per obbligarli a restare in prigione. Contemporaneamente si venne a sapere che il colonnello Mohand Ou El Hadj, “il Vecchio”, un popolare capo della Regione militare formata nell’antica wilaya di Kabila, si univa a Ait Ahmed.
Il giorno dopo il Presidente annunciava una concentrazione di truppe marocchine alla frontiera e denunciava il fatto che si trattava del complotto di cui aveva riferito prima.
La penetrazione dell’esercito marocchino in territorio algerino cominciò il 14 ottobre.
Da Algeri potemmo informare cinque giorni dopo che gli invasori avevano preso Tindjoub con artiglieria, blindati e aviazione, a un costo di 35 morti e 10 prigionieri. Si combatteva a 80 chilometri ad ovest di Ain Sefra, cercando di raggiungere Hassi Beida.
Non c’ero al ricevimento delle truppe cubane che sbarcarono dalla nave sui carri armati, perché ero andato nel deserto a coprire le notizie della guerra. Prima ero andato in aereo a Colomb Bechar, a 1.200 chilometri a sud di Algeri, dove era stato istallato il posto di comando algerino. Lì mi ero messo in contatto con il vicepresidente Houari Boumedienne, che comandava la resistenza. Quello slanciato colonnello che era anche ministro della Difesa, denunciò in esclusiva per Prensa Latina che dietro l’aggressione c’erano i servizi segreti degli Stati Uniti. Camminando tranquillamente intorno al modesto edificio di un solo piano che era sede del suo posto di comando, Boumedienne, che durante la guerra aveva comandato la wilaya della frontiera, Oudja, mi rivelò che gli aerei del Re Hassan II erano guidati da piloti nordamericani. In seguito il Dipartimento di Stato avrebbe ammesso che erano pioti e aerei degli Stati Uniti, con la scusa che erano stati utilizzati solo per il trasporto di truppe.
Boumedienne mi sorprese aggiungendo: “L’aggressione non risponde ad azioni individuali, proprio come succede anche nel caso di Cuba… si tratta di un problema ideologico, gli dà fastidio la pressione di un governo socialista”.
Vari giorni dopo Boumedienne accoglieva la richiesta che un gruppo di giornalisti gli aveva rivolto per poterci trasferire al fronte. A Colomb Bechar c’erano, fra gli altri, Claude Wauthier, della AFP; Jean Francois Kahn, di Le Monde, e Sidney Lazur, della nordamericana ABC. Così potemmo arrivare a Tindouf dopo aver raccontato la controffensiva algerina che aveva ripreso Hassi Beida il 24 ottobre. Con il comandante Otman sono potuto entrare in un importante fortino in pieno deserto, che prima apparteneva alla Legione Straniera francese e che mi ricordava il film Beau Geste. I coraggiosi soldati-guerriglieri lo avevano recuperato dopo essersi battuti contro l’artiglieria e l’aviazione marocchina in un combattimento impari.
Le autorità algerine avevano permesso ad alcuni giornalisti che ne avevano fatto richiesta, di arrivare fino al primo scalone della contesa. Ciò ha reso possibile dare testimonianza diretta di come si stavano svolgendo i fatti. La cosa che più mi aveva colpito è stata la rabbiosa protesta del soldato che si lamentava perché l’aviazione nemica si allontanava da dove stavamo noi in trincea per concentrarsi sui pochi pezzi di artiglieria algerina.
Nel fortino, mentre mi informava che erano sbarcati ad Orano da Cuba gli armamenti e gli uomini promessi, il comandante Otman, con un’emozione contagiosa, ricordava quando lui stesso, durante la guerra contro la Francia, aveva ricevuto le armi strappate nel 1959 all’esercito di Batista che erano state poi mandate da Fidel agli algerini. Jorge Ricardo Masetti, il primo direttore di Prensa Latina era stato uno degli accompagnatori di quella donazione.
Di ritorno dal fronte, all’improvviso siamo caduti in mezzo al fuoco marocchino a cui rispondevano dalle fila algerine. L’autista aveva impresso tutta la velocità di cui era capace il veicolo, anche dopo che eravamo usciti fuori dalla linea di tiro. D’un tratto si era fermato e noi, dalle concitate conversazioni in arabo, ci rendemmo conto che stava succedendo qualcosa. L’autista si era perso.
Fu deciso di fermarsi e di dormire sulla sabbia. Il giorno dopo ritrovammo la rotta. Finito l’incidente, Boumedienne ci scherzava sopra.
L’ambiente patriottico creato in Algeria dall’aggressione provocò un ripensamento nel colonnello Mohand Ou El Hadj. Pochi giorni dopo deponeva il suo atteggiamento ribelle. Nessuno ebbe dubbi su di lui per cui potette marciare con i suoi uomini verso il fronte.
La sola presenza delle truppe cubane servì come forza di dissuasione. Era come se avessero ascoltato quello che mi aveva detto Ameijeras appena arrivato ad Algeri: “Ci fermeremo solo quando saremo arrivati a Rabat”. Quasi immediatamente il Re chiese di negoziare e la guerra terminò il 30 ottobre con la riunione di Bamako, capitale del Mali, dove andai a coprire l’evento. Fu così che i cubani hanno cominciato a far sentire il sangue africano che vibra nelle nostre vene.


*Il giornalista cubano Gabriel Molina è il direttore del “Granma Internacional”.
   
 

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