l'Humanité, 26 dicembre 2016 (trad. ossin)
 
Sahara occidentale. Il processo che non piace agli amici del re del Marocco
Rosa Moussaoui
 
Condannati nel 2013 da un Tribunale militare a pene pesanti, ventiquattro militanti saharawi della società civile saranno nuovamente processati, questo lunedì 26 dicembre, a Rabat. La tortura e i maltrattamenti da essi subiti hanno comportato per il Marocco una condanna da parte dell’ONU
 
Il campo di Gdeim Izik, dopo l'intervento dell'esercito marocchino
 
Stamattina comincerà a Rabat il processo di appello per ventiquattro Saharawi, militanti della società civile e difensori dei diritti umani, arrestati e torturati, nel 2010, dopo l’assalto effettuato dalle forze di sicurezza marocchine contro il «campo della fierezza e della dignità» di Gdeim Izik. Montato ad una dozzina di chilometri da Laâyoune, nel Sahara occupato, questo campo era diventato, tra l’ottobre e il novembre 2010, un simbolo della protesta contro il peggioramento delle condizioni di vita e della rivendicazione del popolo saharawi all’autodeterminazione. Era composto da migliaia di tende e persone. Per contenere questo movimento popolare, le autorità marocchine lo sgombrarono con la forza.
 
Il 16 febbraio 2013, dopo un processo iniquo e caratterizzato da molte irregolarità (scarica in questa pagina il rapporto di Ossin sul processo, ndt) il Tribunale militare di Rabat ha attribuito agli imputati di Gdeim Izik la responsabilità della morte di undici elementi delle forze di sicurezza impegnate nello sgombro violento del campo. Senza prove materiali, né testimonianze che ne provassero la colpevolezza, sulla base di confessioni estorte con la tortura, questi ventiquattro civili sono stati ritenuti colpevoli di «costituzione di una associazione per delinquere, violenze contro le forze dell’ordine che hanno provocato dolosamente la morte». Verdetto: pene da venti anni di reclusione all’ergastolo per nove di loro. Due imputati sono stati liberati dopo due anni di carcere e un terzo è stato rimesso in libertà per motivi di salute. Un venticinquesimo Saharawi è stato condannato all’ergastolo in contumacia. Attualmente sono quindi ventuno quelli ancora in prigione.
 
Dopo più di sei anni, questi «prigionieri politici», come si definiscono, continuano a proclamare la propria innocenza, denunciando, attraverso scioperi della fame e denunce collettive, le umiliazioni, le torture e i trattamenti inumani, le pressioni psicologiche, i verbali falsificati. Accuse prese molto sul serio dal Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura che ha pronunciato, il 12 dicembre, una decisione severa contro il Marocco, ritenuto colpevole di violazioni della convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti.
 
L’esame del caso di uno dei prigionieri, Ennaâma Asfari, dopo una denuncia proposta dalla Association des chrétiens pour l’abolition de la torture (Acat), fa ritenere, secondo il Comitato contro la tortura, che «le sevizie fisiche e le ferite subite dal denunciante nel corso delle operazioni di arresto, dell’interrogatorio e della detenzione configurino, per come descritte, una tortura». E’ stato a causa di questa condanna dell’ONU? Sta di fatto che, poco prima della sua pubblicazione, Ennaâma Asfari, a lungo posto in isolamento nello spaventoso penitenziario di Salé, prima che i detenuti di Gdeim Izik fossero trasferiti alla prigione di El Arjat, è stato tirato fuori dalla sua cella. Direzione Casablanca, dove dei poliziotti lo hanno interrogato, per la prima volta, sulle sue accuse di torture. Nonostante gli fosse stata promessa una inchiesta imparziale, in assenza dei suoi avvocati, ha scelto di non parlare. Occorre anche dire che, qualche giorno prima, le autorità marocchine avevano dichiarato la moglie francese, Claude Mangin-Asfari, venuta a rendergli visita, persona non grata sul suolo marocchino. Senza alcuna reazione da parte di Parigi…
 
Qualsiasi riferimento all’occupazione espone il suo autore a procedimenti giudiziari
 
L’affaire di Gdeim Izik continua ad imbarazzare le autorità marocchine, preoccupate per l’immagine di alunno modello che cercano di coltivare sulla scena internazionale. Lo dimostra la sentenza emessa il 27 luglio scorso, su ricorso dei ventiquattro detenuti saharawi, dalla Corte di cassazione. Che ha rinviato il giudizio dinanzi ad un giudice ordinario, la Corte d’Appello di Rabat, in ragione di una riforma del codice della giustizia militare adottata un anno prima. I civili non possono essere più sottoposti alla giurisdizione dei tribunali militari, stabilisce questa riforma, diretta conseguenza delle critiche e delle proteste suscitate dal trattamento riservato agli imputati di Gdeim Izik. Vittoria del diritto? No, rispondono gli interessati, che rivendicano in una lettera aperta resa pubblica oggi il loro diritto di essere processati a Laâyoune, nel territorio occupato, conformemente al diritto internazionale umanitario. «Il Sahara Occidentale viene considerato dalle Nazioni Unite come un territorio non autonomo, come definito dall’art. 73 della Carta delle Nazioni Unite. Esso è (…) occupato dal Regno del Marocco (…). Questa occupazione è illegale, non essendo il Marocco riconosciuto dalle Nazioni Unite come potenza amministratrice. (…) In quanto persone protette – come si esprime all’art. 4 la Quarta Convenzione di Ginevra –, noi chiediamo al Marocco, potenza occupante di fatto, di rispettare gli impegni che ha sottoscritto ratificando le convenzioni di Ginevra, e quindi di trasferirci e processarci nel territorio occupato», scrivono i detenuti.
 
Argomento ripreso da un collettivo internazionale di una quarantina di avvocati, che lamentano che «qualsiasi riferimento all’occupazione marocchina (del Sahara Occidentale) esponga il suo autore a procedimenti giudiziari ed a misure di ritorsione». «In un contesto repressivo ostile ad ogni messa in discussione dell’occupazione, gli avvocati marocchini degli imputati non possono chiedere l’applicazione del diritto internazionale umanitario, come vorrebbero i loro clienti», spiegano questi avvocati stranieri, alcuni dei quali autorizzati a difendere gli accusati in giudizio. Al di là della sorte di Ennaâma Asfari e dei suoi compagni, questo nuovo processo è già diventato quello all’arbitrio che regna nel Sahara Occidentale dopo l’annessione, nel 1975 da parte di Hassan II, dell’ex colonia spagnola.
 
Denuncia in Francia. L’8 novembre scorso, la più alta giurisdizione francese, la Corte di Cassazione, su richiesta della Procura, ha giudicato irricevibili le denunce di torture e maltrattamenti presentate in Francia a nome di Ennaâma Asfari e di sua moglie, Claude Mangin-Asfari. Esse si fondavano sulla giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e miravano a far riconoscere la moglie del detenuto saharawi come una vittima diretta di quanto subito da suo marito, rendendo così la giustizia francese competente a giudicare questa vicenda. La Corte di Appello di Parigi aveva ritenuto che Claude Mangin-Asfari era «suscettibile di essere considerata come una vittima diretta dei fatti denunciati» e che la denuncia dei due coniugi dovesse considerarsi come un tutto indivisibile. L’avvocato della coppia, Me Bréham, è ricorso alla CEDU, «perché la Francia sia costretta a rispettare gli standard europei».
 
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