AfriqueAsie, 3 giugno 2017 (trad. ossin)
 
Che succede nel Rif marocchino ?
Djamel Alilat
 
Un reportage al centro della rivolta del Rif. Partire per incontrare gli animatori del Hirak (movimento), gli artisti, gli intellettuali, i montanari e i cittadini di questa vasta regione per raccontare le realtà socio-economiche e politiche di questa regione ribelle (Al-Watan)
 
Liberate Zefzafi !
 
Raccontare la lotta della popolazione del Rif per la libertà, la dignità e una maggiore giustizia sociale. Quando ho proposto questa idea ai responsabili del mio giornale, si sono subito entusiasmati. «Tu conosci bene il Marocco per avervi realizzato dei reportage e hai molti amici e conoscenti, dunque sei in grado di farlo questo reportage. Vacci », mi hanno detto.
 
Aeroporto internazionale di Casablanca, tardo pomeriggio di giovedì 26 maggio. Il poliziotto della PAF (Polizia di frontiera) marocchina mi rivolge una sola domanda: «El Watan, è un quotidiano o un settimanale?» Sulla scheda di ingresso, ho segnato  «turismo» come motivo del viaggio per evitare di essere interrogato a lungo in qualche ufficio della Polizia di frontiera.
 
Espletate le formalità, compro una scheda telefonica marocchina per comunicare più facilmente con gli amici che mi aspettano e che, giustamente, mi dicono di andare subito a Rabat, invece di dormire a Casablanca come avevo programmato. «Prendi il treno direttamente dall’aeroporto e vieni a Rabat. E’ un’ora e mezza di strada», mi dicono. La decisione è dunque presa di andare a Rabat.
 
 
Arrivo verso le 20 nella capitale marocchina; prima discussione in un caffè non lontano dalla stazione con qualche militante e qualche giornalista. Mi danno tutti i contatti che mi occorrono in tutte le località che ho deciso di visitare. Voglio incontrare Nasser Zefzafi, il leader di Hirak, ma voglio anche andare a Nador, Al Hoceima, Tangeri e poi in due o tre villaggi, come Ajdir, dove è seppellito l’immenso Abdelkrim El Khettabi, alias «Moulay Mhand», l’icona del Rif.
 
Mi promettono un appuntamento con Zefzafi, ma non sarà facile, perché il makhzen (l’apparato statale marocchino, ndt) e i suoi satelliti accusano apertamente il movimento di essere manipolato da Algeri. Farsi vedere con un Algerino, anche se giornalista indipendente, equivale a esporsi a una simile temibile accusa. I militanti mi chiedono di essere prudentissimo e si prende la decisione di evitare gli hotel, facendosi ospitare solo dagli attivisti, gli amici e i conoscenti.
 
Passo la prima note a casa di Mounir Kejji, attivista e militante infaticabile del movimento amazigh. La vita di Mounir è stata un susseguirsi di lotte e la sua casa è un vero e proprio museo dove i libri, i giornali e le riviste formano pile alte fino al soffitto. Possiede la collezione completa delle opere di cantori come Matoub Lounes e Aït Menguellet, tutti i libri di storia che parlano dei Berberi ovunque si trovino. Dopo un bac inglese e studi universitari di diritto, il figlio di Goulmima si è impegnato corpo e anima in una lotta molteplice. Giornalista dilettante, collabora a periodici, scrive libri e realizza documentari. Mounir è dovunque.
 
Ovviamente era a Al Hoceima il 28 ottobre 2016, quando lo sventurato pescivendolo  Mohcine Fikri si è fatto schiacciare in un camion della spazzatura per avere cercato di recuperare parte della mercanzia che la polizia gli aveva sequestrato e poi buttato nella spazzatura. E’ stato il momento di avvio della grande rivolta del Rif, che ancora prosegue.
 
Originario di Imzouren, a 18 chilometri da Al Hoceima, il padre di Mohcine è un militante del PJD, partito islamista al potere. Al padre che era un po’ troppo presente sui media, per i gusti delle autorità, il Primo Ministro dell’epoca, Abdelilah Benkirane, ha inviato un messaggio verbale per il tramite di emissari. «Seppellisci tuo figlio e taci!» Gli ha fatto comprendere che il Marocco che preparava il COP 22 (La Conferenza ONU sul clima di Marrakech), un evento mondiale, doveva evitare  qualsiasi ombra capace di appannare la bella immagine che tenta accuratamente di dare di sé.
 
«Si è tenuta una grande marcia di 18 chilometri dalle morgue di Al Hoceima fino al domicilio di Mohcine Fikri. Alla partenza si chiedeva che i responsabili della tragedia fossero giudicati, poi poco a poco rivendicazioni sociali sono venute a innestarsi su questa richiesta e sono emersi dei dirigenti», racconta Mounir Kejji. Tutti i rancori e le frustrazioni, a lungo compresse in questa regione berberofona, che assomiglia per molti versi alla ribelle Cabilia, si sono risvegliati.
 
Da Al Hoceima, la rivolta si è propagata in tutto il Rif. «Invece di dare risposte alle legittime rivendicazioni della popolazione, attraverso il dialogo e la concertazione, il governo accusa i militanti di Hirak di essere separatisti, secessionisti, di essere manipolati da mani straniere», prosegue Mounir. Il fuoco di rivolta degli abitanti del Rif continua a covare, anche dopo sette mesi di una lotta pacifica e civica. Il makhzen, che sperava in un esaurimento a lungo termine, adesso tenta di recuperare il tempo perduto inviando una sfilza di ministri in visita al Rif. La loro visita sarà un flop sonoro.
 
Nel pomeriggio di venerdì, l’indomani del mio arrivo, le cose precipitano brutalmente ad Al Hoceima. L’incidente della grande preghiera, con Zefzafi che osa rispondere all’imam, che aveva dedicato quasi tutta la preghiera a vilipendere l’Hirak, dà fuoco alle polveri. La stampa del makhzen ci va a nozze. Un giornale arriva a paragonare  Zefzafi ad Al Baghdadi, l’emiro di Daesh, quando ha proclamato il califfato in una moschea di Mossul. I coltelli sono estratti e l’ordine è lanciato: costi quel che costi, occorre farla finita con questo sovversivo di Zefzafi e col suo movimento che sfidano le autorità.
 
Treno notturno verso Nador. Sbarco alle prime luci dell’alba in una città addormentata il primo giorno di Ramadan. Riesco a incontrare il mio contatto solo alle 11. Per gli attivisti di Hirak, bisognerà attendere la sera, dopo il f’tour (il pranzo serale del ramadan, ndt). Ho in programma di rientrare il prima possibile a Al Hoceima, ma la repressione abbattutasi sui militanti del Hirak fa sì che la maggior parte si nasconda o venga strettamente sorvegliata dai servizi.
 
La pazienza è d’obbligo. Resto quindi anche la domenica, un giorno in più del previsto, a Nador. La sera di sabato incontro gli attivisti di Nador in un caffè. La maggior parte proviene dal movimento amazighe e l’unica cosa che è cambiata con la repressione che si è abbattuta sul loro movimento è che oramai hanno una rivendicazione in più nell’agenda già piena che presentano al governo: la liberazione dei detenuti.
 
«Per noi è una rivendicazione in più per tutti questi arresti. Siamo più che mai determinati a proseguire la lotta», sottolinea Saïd Fannich, animatore di Hirak nella città di Nador. Per essi, la priorità oramai è di difendere I detenuti costituendo un collettivo di avvocati, elaborare una nuova strategia di lotta adeguata alla repressione e agli arresti e poi continuare a mobilitare la piazza informando l’opinione pubblica nazionale e internazionale.
 
La domenica viene convocata una manifestazione di piazza alle 22, dopo la preghiera del Tarawih . Per me è l’occasione di vedere l’Hirak all’opera. Decido di osservare da lontano. All’ora stabilita i cittadini convergono verso la piazza. Quando diventano molti, si organizzano in fretta. Escono i megafoni, gli striscioni e le bandiere. Uomini e donne si danno la mano per formare una barriera attorno ai dirigenti che si muovono in un grande spazio. L’ambiente si riscalda in fretta.
 
A turno i dirigenti lanciano slogan che la folla riprende. «Houria, karama, adala ijtimaâiya !» (Libertà, dignità e giustizia sociale), «Siamo tutti Zefzafi !» scandisce la folla. Criticato in termini duri, il makhzen ne sentirà parlare. L’atmosfera è talmente calda che dimentico i propositi di sicurezza che mi ero fissato e commetto un errore da debuttante. Mi dico che potrei cogliere forse l’occasione di prendere delle foto dei manifestanti, e me ne serviva assolutamente qualcuna per illustrare il mio reportage.
 
All’inizio chiedo al mio contatto di prendermi qualche foto, ma lui mi dice: «Vai, non aver paura». Prendo due o tre foto col mio telefono, poi estraggo apertamente l’apparecchio foto e faccio qualche ripresa. Non riesco sempre a comprendere gli slogan in derja marocchino e in tamazight del Rif, allora faccio due o tre corti video per decorticare più tardi, tranquillamente, questi famosi slogan.
 
E’ stato probabilmente a questo punto che i Servizi mi hanno localizzato. Nel giro di un’ora, il sit-in si trasforma in corteo che si avvia per le strade della città. Decido di rientrare. Guardo da lontano la manifestazione crescere, quando tre uomini in borghese mi avvicinano e mi chiedono i documenti, prima di imbarcarmi in un furgone. Direzione: il commissariato. In un ufficio minuscolo, sono quattro o cinque poliziotti attorno a me.
 
A controllare il contenuto del mio zaino, della mia borsa, i documenti, il telefono e tutto quello che capita loro in mano. Declino la mia identità e la mia professione e dico loro che sto realizzando un reportage sull’Hirak del Rif. I poliziotti sono indignati: un giornalista algerino che realizza un reportage sul Rif!! «Che cosa ha a che fare col Rif? Si occupi dei suoi problemi, che sono tanti!! Vada a spazzare davanti alla sua porta!!», grida uno.
 
Le domande si succedono fino al mattino. In un primo tempo credono di avere beccato una spia algerina venuta a portare soldi e istruzioni per destabilizzare il Marocco. «Non credo che tu sia un giornalista. Se lo sei, perché non hai chiesto un’autorizzazione per lavorare?» mi dice quello che ha l’aria di essere il capo. Io spiego che ero già venuto a fare dei reportage in Marocco.
 
Che ai tempi del movimento del 20 febbraio, avevo preso contatti col ministero della Comunicazione marocchina a Rabat Agdal. All’ufficio dei giornalisti stranieri dove mi ero recato, mi avevano spiegato che le autorizzazioni erano state rilasciate solo alle televisioni e ai giornalisti che si erano stabiliti in Marocco come corrispondenti di qualche televisione o giornale. Avevo lavorato e realizzato reportage a Rabat e a Casablanca senza alcuna autorizzazione e senza aver subito alcuna noia. Ho anche spiegato che se avessi saputo che occorreva una autorizzazione, l’avrei chiesta e avrei lavorato in tutta tranquillità.
 
I miei appunti vengono spulciati e analizzati. Solo però quando riescono a decifrare la mia scrittura che non ha niente da invidiare a quella di un medico che scrive una ricetta. Scannerizzano tutto e verificano, mentre mi sottopongono ad un fuoco continuo di domande sulle mie parentele, la mia carriera giornalistica, le mie relazioni coi marocchini che ho incontrato, i miei spostamenti, ecc.
 
I poliziotti sono comunque gentili e cortesi. Passati i primi momenti di tensione, si mantengono nei confini delle loro prerogative. All’alba vengo trasferito in un altro commissariato vuote, dove un poliziotto visibilmente tirato giù dal letto si mette a redigere un lungo rapporto. Alla fine mi si chiede di leggerlo e firmarlo. Non mi oppongo perché riproduce fedelmente le mie dichiarazioni. Mi spiegano che i miei due telefoni, il mio dittafono, il mio apparecchio foto e una chiavetta USB sono stati sequestrati per ordine del giudice.
 
Mi danno anche l’autorizzazione di telefonare a uno dei miei contatti per avvertirlo che sono stato arrestato. Chiedo di avvertire l’ambasciata di Algeria, poi chiamo Mounir Kejji per informarlo del mio arresto. Ritorno al primo commissariato. Resto tutta la giornata fino a mezzanotte davanti a due ritratti di Mohammed VI, uno dei quali sembra sfidarmi e un altro darmi il benvenuto nel suo Regno.
 
Verso le 6 del mattino portano nell’ufficio dove mi trovo un giovane Algerino. Pallido e smagrito, si tiene a stento in piedi. Gli cedo la panca perché possa un po’ allungarsi. Interrogandolo, apprendo che è un giovane harrag (migrante clandestino verso l’Europa, ndt) di 22 anni, originario di El Harrach che ha tentato la sorte a Melilla, l’enclave spagnola.
 
Ha attraversato clandestinamente le frontiere dalla parte di Oujda pagando 30.000 dinari algerini a un passeur. I suoi amici sono riusciti ad attraversare la frontiera di Melilla, ma non lui. Nel frattempo, tutti soldi che si era portato appresso erano finiti e non ne aveva più nemmeno per mangiare. «Di sera, vado alla stazione e quando la gente mangia, mi siedo vicino e me ne danno un po’…», dice. Non potendosi pagare un biglietto aereo, non può nemmeno tornare a casa. «Aspetto che le autorità marocchine mi espellano…», dice.
 
Nel cortile del commissariato di polizia dove mi trovo, ci sono due Algerini a condividere la sorte delle decine di rifugiati subsahariani accampati là, che dormono su dei sudici materassi sistemati in una zona coperta del parcheggio. La sua storia mi sconvolge e le pesanti allusioni dei poliziotti su un paese ricco che abbandona i suoi cittadini fanno male. Aspetto che il poliziotto si giri per far scivolare nelle mani del giovane algerino una banconota da 100 dirham. Di che pagarsi due o tre pasti caldi. Nel giro di due ore viene mandato non so dove.
 
Trascorro tutto il giorno in quest’ufficio minuscolo, sorvegliato da uno o due poliziotti. Di tempo in tempo qualcuno viene a farmi una domanda o a chiedermi di precisare qualcosa. Nel pomeriggio mi fanno uscire e mi conducono in una agenzia della Royal Air Maroc per anticipare la data del mio ritorno inizialmente prevista per il 1° giugno. Pago una penale di 450 dirham e ottengo un nuovo biglietto. «Viaggerai stanotte in treno accompagnato da un poliziotto», mi dice quello che ha l’aria di essere il responsabile del commissariato.
 
All’ora del ftour, mi portano due panini, una scatoletta di tonno, una bottiglia di succo di frutta e una di acqua, ma i poliziotti che mi sorvegliano mi dicono che posso, come loro, ordinare da mangiare fuori pagando. Ordino una hrira di cui inghiotto qualche cucchiaiata. Ho lo stomaco chiuso. In serata chiedo che mi restituiscano la valigia rimasta nell’appartamento che occupavo. Mi promettono di portarmela.
 
Intorno a mezzanotte, mi giungono sempre più forti le grida di una folla arrabbiata. Ho bisogno di qualche minuto per capire che non provengono dall’ufficio del capo dove i poliziotti seguono in diretta le manifestazioni, ma direttamente dalla via. Il commissariato è in massima allerta. Gli sportelli sbattono e le porte vengono chiuse. La folla assedia l’edificio scandendo gli abituali slogan del movimento. Pacificamente, senza lanciare né una pietra né altro. Nel giro di una mezzora il clamore sfuma, allontanandosi nella notte.
 
Mi chiedono allora di prendere le mie cose e di uscire rapidamente. In mezzo ai rifugiati subsahariani, il giovane harraga algerino e il suo amico mi rivolgono grandi gesti di amicizia. Prendo posto a bordo di un’auto della Surêté Nationale insieme a tre poliziotti. Percorriamo fino al mattino quasi 650 chilometri da Nador fino all’aeroporto di Casablanca. I poliziotti si occupano di tutte le formalità doganali. Mi scortano fino al mio posto nell’aereo che decolla verso Algeri alle 11.
 
Arrivando ad Algeri, penso che per prima cosa devo acquistare un telefono per avvertire la mia famiglia e il mio giornale che sono rientrato prima del previsto e che sono stato arrestato dalla polizia marocchina, che mi ha impedito di fare il mio lavoro. Nel piccolo ufficio del commissariato di Nador non avevo alcuna notizia di quanto accadeva nel mondo. Appena terminate le formalità di frontiera, mi colpisce prima di tutto l’accoglienza dei poliziotti, che si mostrano felici di vedermi ritornare e mi augurano il benvenuto. Poi mi accorgo che mi stanno aspettando I colleghi del giornale, con alla testa Omar Belhouchet, lieto di vedermi rientrare, gli amici, i familiari, molti colleghi. Io che pensavo di essere solo.
 
Mi commuovo fino alle lacrime. Dimentico di colpo la fatica e le due notti senza sonno. Poi mi mettono al corrente del formidabile slancio di solidarietà e di mobilitazione dei lettori, dei cittadini, degli Algerini in generale, e questo mi scalda il cuore. Si dice che il lavoro di giornalista, nonostante i rischi e le difficoltà, resta una nobile missione che informa e unisce gli uomini, al di là delle loro appartenenze politiche e dei loro pregiudizi.
 
Anche oltre gli spiriti e le frontiere chiuse. A tutti quelli ce mi dicono: «Non rimettere mai più piede in Marocco», rispondo che non sono disposto a sacrificare questo magnifico paese fratello per i begli occhi del makhzen. Io ho molta considerazione per questo popolo e per tutti i popoli che lottano per la libertà e la dignità, e tornerò alla prima occasione. Chiedendo stavolta una autorizzazione nella debita forma. Vedremo…
 
 
 
 
 
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