tlaxcala, 17 giugno 2017 (Trad. ossin)
 
Marocco: il re è nudo dietro al suo scudo
Ignacio Cembrero
 
Fouad Ali el Himma, il viceré come qualcuno lo chiama, il braccio destro di Mohammed VI del Marocco, ha reso nella serata del 31 maggio «una visita di cortesia», a suo dire, ad Abdelillah Benkirane, il vincitore delle ultime elezioni legislative e leader del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (PJD), una formazione islamista moderata e monarchica
 
 
Il rifiuto di Benkirane
 
El Himma non lo ha fatto per gentilezza, ma per chiedergli un aiuto a ridurre le tensioni nel Rif, che rischiano di infiammare tutto il Marocco. Da Nador ad Agadir, i Marocchini manifestano. A Rabat erano diverse decine di migliaia a sgolarsi, questa domenica 11 giugno, gridando «Libertà, dignità, giustizia sociale», «In una parola: questo Stato è corrotto!» o ancora «Liberate i prigionieri!». Più di 135 contestatori del Rif sono stati arrestati. Tra di loro, 86 dirigenti sono in attesa di giudizio per disordine pubblico o, peggio ancora, attentato alla sicurezza dello Stato.
 
L’enorme corteo di manifestanti a Rabat era un po’ come un remake della «primavera araba» alla marocchina, un miscuglio di islamisti del movimento non riconosciuto Giustizia e Spiritualità (Al Adl wal Ihsane), militanti dei piccoli partiti di sinistra, giovani provenienti dalle fila di quello che, nel 2011, fu il movimento del 20 febbraio. Questa volta però c’erano anche molti giovani del PJD e anche socialisti, a sfidare gli ordini di segno contrario venuti dai loro partiti di Governo.
 
Benkirane non ha voluto dare una mano al Palazzo. Era stato troppo umiliato, troppo maltrattato quando era capo dell’Esecutivo (2011-2016) e poi quando venne incaricato di formare un governo (ottobre 2016-marzo 2017), senza riuscirci a causa dei troppi bastoni tra le ruote messi dagli uomini di fiducia del re.
 
Youssoufi, il primo paravento
 
Probabilmente Benkirane non vuole più essere il paravento dietro cui il Palazzo si è già una volta coperto alla fine del 2011, nominandolo alla testa del governo per riuscire a farla finita con una «primavera araba», già sgonfiata dal tirarsi indietro del movimento Giustizia e Spiritualità. Benkirane e la nuova Costituzione marocchina, entrata in vigore nel luglio 2011, sono stati i principali strumenti con cui si è disaranata la contestazione che soffiava in Marocco.
 
Quindici anni prima di Benkirane, nel 2002, Mohammed VI aveva già deciso di fare a meno di un altro paravento, ereditato dal padre Hassan II, che avrebbe potuto essergli utile per smorzare le ribellioni che ogni tanto agitano il Marocco: Abderrahmane Youssoufi, il leader dell’Unione Socialista delle Forze Popolari. Il sovrano non rispettò la sua vittoria alle elezioni legislative e collocò a capo del governo un tecnocrate, Driss Jettou.
 
Un anno dopo Youssoufi faceva, nel corso di un discorso a Bruxelles, un bilancio amaro dei suoi quattro anni (1998-2002) passati a dirigere un governo dotato di ben pochi poteri: « (…) Queste esperienza si è conclusa senza che avessimo potuto realizzare quanto ci eravamo proposti, un orientamento democratico attraverso conquiste storiche che rappresentassero una discontinuità con le pratiche del passato». A 93 anni, Youssoufi, malato ma assolutamente lucido, è stato anche lui sondato dal Palazzo circa una sua eventuale disponibilità ad impegnarsi per sanare la piaga del Rif. Non ha voluto impegnarsi.
 
Un re solo…
 
Oramai il re è solo, nudo dietro al suo enorme scudo securitario, esposto a pericoli crescenti. Gli altri partiti politici marocchini, quelli creati di sana pianta dal ministero dell’Interno (Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti, Unione Costituzionale ecc.) o incoraggiati sotto banco dal Palazzo (Partito Autenticità e Modernità), non servono a niente quando c’è la tempesta. Non rappresentano i Marocchini.
 
Quest’ultima formazione, la seconda del Regno per numero di deputati, è guidata da uno del Rif, un monarchico di Al Hoceima, Ilyas el Omari. Ma non è in grado di far calare la tensione nella regione. E’ anzi più parte del problema che della soluzione, ricordano spesso i suoi detrattori. Fa infatti parte di quella classe politica screditata, perfino odiata. Solo il vuoto politico dovuto all’assenza di politici rappresentativi può far sì che un uomo del popolo, non molto istruito ma buon parlatore, come Nasser Zefzafi possa galvanizzare le folle del Rif e sia rapidamente diventato un leader locale.
 
Le legislative e le municipali possono ben essere in Marocco più trasparenti che tra i vicini dell’est, sono comunque disconnesse da un popolo che, per il 57%, si è astenuto alle elezioni dell’ottobre 2016. D’altronde sono solo 15,7 milioni i Marocchini iscritti nelle liste elettorali, laddove la popolazione in età di voto tocca i 24 milioni. Ci sono dunque quasi 17 milioni di Marocchini adulti che, astenendosi o rinunciando a iscriversi, voltano le spalle alle urne. E’ un chiaro segno di sfiducia nella classe politica.
 
A Al Hoceima e a Rabat, quelli che protestano hanno ben compreso che, in assenza di partiti rappresentativi, solo il re avrebbe potuto dare risposte alle rivendicazioni sociali degli abitanti del Rif, condivise da molti Marocchini. «I responsabili tenderanno l’orecchio alle richieste della popolazione?», si chiedeva Hassan Bennajeh, una delle teste pensanti degli islamisti, in una intervista al settimanale «Tel Quel». «Quando parlo dei responsabili, mi riferisco anche al re», aggiungeva.
 
Un’altra «Primavera araba»
 
La risposta tanto attesa è consistita fino ad ora in una combinazione tra promesse formulate da ministri che non ispirano alcuna fiducia, fischiati quando sbarcano ad Al Hoceima, e l’intervento delle forze anti-sommossa e un po’ di manganelli. Già dal 29 maggio, il ministero dell’Interno ha fatto un salto di qualità, arrestando i leader con la speranza di decapitare la ribellione. Non ha funzionato. Non solo la contestazione continua, ma si è allargata a tutto il Marocco e la liberazione dei «prigionieri politici» del Rif è diventato il suo leitmotiv.
 
Parallela agli arresti, c’è anche una campagna di screditamento contro Nasser Zefzafi, il leader della rivolta, e i suoi compagni. La stampa mainstream li accusa, senza prove, di essere finanziati dall’Algeria o, peggio ancora, dal Fronte Polisario. Alcune foto di Zefzafi in costume da bagno su una imbarcazione da diporto, estratte da una chiavetta USB sequestratagli a casa dalla Polizia Giudiziaria, sono abbondantemente circolate sui social network, accompagnate dall’accusa di essersi dato alla «dolce vita».
 
Sei anni dopo, sembra una ripetizione della «primavera araba» marocchina. Hassan Bennajeh lo ha detto chiaramente: «Invoco il discorso del 9 marzo» pronunciato dal re nel 2011, quando promise di soddisfare in gran parte le richieste provenienti dal movimento del 20 febbraio. «E’ piuttosto semplice, basta trovare delle soluzioni democratiche (…) », ha aggiunto Bennajeh.
 
Queste «soluzioni democratiche» non si sono viste negli ultimi anni, anche se a Madrid, a Bruxelles, a Washington e soprattutto a Parigi non si sono contati gli elogi per le riforme varate in Marocco. Scempiaggini ripetute a più non posso da ministri, diplomatici, accademici e ricercatori europei accreditati da prestigiosi «think-tank» ! Impossibile, spesso, esprimere un punto di vista differente nell’ambito di molte istituzioni ufficiali o semiufficiali in Europa, a cominciare dalla Spagna. Le opinioni diverse sono bandite. Bisogna a tutti i costi preservare le buone relazioni con un Marocco indispensabile nella lotta contro l’immigrazione e il terrorismo!
 
Il «Makzhen» arranca
 
Come reagire oggi di fronte a queste sfide? Il «Makzhen» arranca. Certo, sarebbe possibile fare delle concessioni sociali. Ma, anche se lo si nega, dietro la contestazione del Rif si profilano anche rivendicazioni identitarie e linguistiche un po’ simili a quelle dei Baschi in Spagna negli anni 1970. La bandiera dell’effimera Repubblica del Rif (1921-1926), sventolata nel corso delle manifestazioni, ne è la prova. E su questo Rabat non è disposta a cedere di un millimetro. Equivarrebbe a innestare un meccanismo che potrebbe mettere in pericolo le stesse fondamenta del Marocco, un paese fortemente centralizzato ma in fondo altrettanto variegato del suo vicino del Nord.
 
Fouad Ali el Hima ©Yassine TOUMI
 
Il re è solo a dover decidere con il suo enorme apparato di sicurezza e un gruppuscolo di consiglieri reali, di cui uno solo conta davvero: Himma. E’ a quest’ultimo che il re ha affidato la gestione della crisi, non senza suscitare qualche malumore. Dall’alto dei suoi 81 anni, il generale Housni Benslimane, «patron» della Gendarmeria, mal sopporta di dover passare per Himma e non avere un accesso diretto al sovrano, come faceva col padre Hassan II.
 
Per quanto faccia parte della vecchia guardia del «Makhzen», Benslimane pensa che la repressione sia stata eccessiva di fronte a manifestanti per la maggior parte pacifici. Essa, secondo lui, ha contribuito ad un irrigidimento della contestazione. Che senso ha, per esempio, l’arresto della cantante berbera Silya Ziani, 23 anni, che rallegrava con la sua voce le manifestazioni? Perché picchiare Zefzani e i suoi compagni, come hanno raccontato i loro avvocati, durante l’arresto avvenuto all’alba del 29 maggio?
 
C’è anche un che di surreale nel vedere il sovrano proporre la propria mediazione, per tramite della diplomazia marocchina, nella crisi che oppone le monarchie del Golfo, o annunciare – come ha fatto lunedì – l’invio in Qatar di aerei da trasporto carichi di alimenti –per fronteggiare la penuria di cui soffre l’Emirato a causa del boicottaggio decretato dai suoi vicini arabi, e tacere invece su quanto accade nel suo stesso Regno. Nonostante l’entrata in vigore, nel 2011, della nuova Costituzione, egli conserva nelle sue mani il grosso del potere esecutivo.
 
Qualche consiglio di Macron?
 
Il futuro prossimo dipende in larga misura da due fattori. In primo luogo dall’abilità con cui si muoveranno il re e Himma, il suo uomo di fiducia cui ha delegato tanto. Il presidente francese Emmanuel Macron, che mercoledì 14 giugno inizierà una visita «privata» a Rabat organizzata in fretta e furia, sarà prodigo senz’altro di consigli. Avranno capito che furono proprio i consigli dati da Nicolas Sarkozy nel 2011, all’avvio della «primavera araba», ad averli aiutati a passare indenni attraverso le turbolenze della «primavera»?
 
Le capitali del sud Europa auspicano vivamente che, in occasione della festa dell’Aïd-El-Fitr, alla fine del ramadan, il re grazi i prigionieri del Rif. Questo non risolverà i problemi, ma contribuirà a distendere gli animi, nel momento in cui centinaia di migliaia di immigrati del Rif in Europa si apprestano a rientrare per le vacanze. In Marocco, tradizionalmente, il re non grazia gli imputati, ma solo i condannati. Allo stato, ci sono 86 imputati, ma nessun processo è ancora cominciato.
 
L’altro fattore importante, è la determinazione di quelli che davvero potrebbero mobilitare tutto il Marocco, vale a dire Giustizia e Spiritualità, ad andare avanti fino in fondo, come non avevano fatto nel 2011. Quando Tel Quel gli ha rivolto questa domanda, Hassan Bennajah, ha risposto: «Finché l’Hirak [movimento del Rif] sarà vivo, noi saremo al suo fianco. La manifestazione di ieri [domenica 11 giugno 2017] è solo un inizio. Se altre manifestazioni ci saranno, noi ci saremo». La sua risposta pronta, simile a quella di altri responsabili islamisti, è ambigua: Giustizia e Spiritualità non prenderà alcuna iniziativa, aderirà solo a quelle che saranno proposte.
 
 
 
 
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