Chronique de Palestine, 5 febbraio 2017 (trad.ossin)
 
Imad Ahmad Barghuthi: «Una delle misure più brutali dell’occupante è la detenzione amministrativa» 
 
 
Una intervista del professore Imad Ahmad Barghuthi – Professore e ricercatore al Dipartimento di Fisica dell’Università al-Qods di Gerusalemme. Imad Ahmad Barghuthi è stato arrestato due volte dall’occupante israeliano per il semplice fatto di avere pubblicato opinioni sul suo profilo Facebook. Ha accettato di rispondere alle nostre domande
 
 
Chronique de Palestine: Professor Imad Barghouthi, si presenti
 
Professor Imad Ahmad Barghuthi: Sono Imad Ahmad Barghuthi, professore di fisica spaziale all’Università al-Qods di Gerusalemme, in Palestina. Sono nato il 30 aprile 1962 nel villaggio di Beit Rima, a nord della città di Ramallah, in Palestina.
 
Dopo gli studi universitari in fisica ad Amman, in Giordania, ho preparato e ottenuto il dottorato tra il 1989 e il 1994 al Dipartimento di Fisica dell’Università di Logan, nello Utah, negli Stati Uniti.
 
C.P: Lei è stato recentemente a lungo detenuto nelle prigioni israeliane, sottoposto al regime di detenzione amministrativa. Può dirci quali sono state le cause dell’arresto e quali le condizioni dei sette mesi di detenzione?
 
Prof. Barghuthi: Il primo periodo (più o meno 32 giorni), sono stato in detenzione amministrativa sulla base di accuse tenute segrete (un crimine, secondo il diritto internazionale). Né io, né il mio avvocato, siamo stati informati di quali fossero le accuse.
 
Poi, dopo diverse udienze e quando si è espressa la solidarietà del mondo scientifico sul mio caso, il giudice militare ha disposto la mia liberazione il 26 maggio 2016. Quindi il procuratore ha preparato una lista di accuse (una serie di copia/incolla della mia pagina Facebook) e l’ha rimessa al tribunale militare, con l’accusa di «incitamento», a causa di quanto avevo pubblicato nei media sociali.
 
Sulla mia pagina Facebook, io pubblico le mie opinioni sulla occupazione e la sua brutalità contro ogni tratto della vita palestinese (le persone, gli alberi, l’acqua, la terra, gli studi, le università …). Loro considerano la mia opinione e la mia libertà di espressione (io rispetto le leggi internazionali e i diritti dell’uomo) come un «incitamento».
 
Passare anche un solo giorno in prigione è una grande tortura. Significa stare lontani dalla famiglia, dall’università, dagli studenti, dai compatrioti, e restare confinati in una cella (7 metri circa di lunghezza e meno di 3 metri di larghezza) con 10 prigionieri, di età, precedenti, cultura, livello di studi diversi dal vostro. Nello spazio della cella è compreso anche un gabinetto e un cucinino.
 
Senz’altro per le stesse ragioni, sono stato arrestato il 6 dicembre 2014 ad un posto di blocco militare (alla frontiera tra Israele e la Giordania) e collocato in detenzione amministrativa, mentre stavo per lasciare il paese e andare negli Emirati Arabi Uniti per partecipare ad una conferenza scientifica di astronomia. Mi hanno messo in prigione e vi ho trascorso 47 giorni.
 
Sono stato poi liberato grazie alla solidarietà, al sostegno e alla pressione della comunità scientifica. Questa comunità scientifica rispettata ha inviato molte lettere al primo ministro israeliano e a numerosi responsabili israeliani.
 
C.P: C’è da parte dell’occupante, attraverso la moltiplicazione delle «detenzioni amministrative», una volontà di disarticolare, destabilizzare la società palestinese, soprattutto nelle sue frange intellettuali e militanti?
 
Prof. Barghuthi: Una delle misure più brutali dell’occupante è l’arresto amministrativo. Le autorità di occupazione israeliane sono le uniche a ricorrervi.
 
Si calcola che più di 700 Palestinesi siano in detenzione amministrativa. Nessuno di loro sa quando sarà liberato, né perché sia stato arrestato. Alcuni di loro riescono ad ottenere un provvedimento di liberazione e, all’ultimo minuto, si vedono notificare un altro ordine di detenzione con inizio esattamente allo stesso giorno e alla stessa ora in cui dovevano essere liberati.
 
Questa situazione può durare anni. Questa detenzione amministrativa è troppo dura, troppo crudele, e totalmente contraria ai diritti fondamentali dell’uomo.
 
C.P: Come fa, da professore e ricercatore in una università palestinese, a coltivare la sua carriera, portare avanti i suoi lavori di ricerca, insegnare agli studenti e partecipare a collaborazioni internazionali?
 
Prof. Barghuthi: Soffro molto di questa situazione. Mi è impossibile recarmi con regolarità al mio ufficio, a causa dell’occupazione. Non posso partecipare a conferenze internazionali e, attualmente, non sono autorizzato a lasciare il paese.
 
Mi sento profondamente minacciato. Per la durata di 3 anni, non sono autorizzato a postare sulla mia pagina Facebook o a fare qualcosa di simile a quanto elencato nella lista di accusa (che loro considerano un «incitamento», mentre io difendo solo il mio diritto ad esprimermi e a difendere il mio popolo e il mio paese). Se non rispetterò tali divieti, sarò automaticamente imprigionato per 6 mesi.
 
Queste misure tiranniche sono state prese per costringermi al silenzio, per impedirmi di dire la verità sulla sofferenza del mio popolo.
 
Nonostante tutte queste difficoltà e queste condizioni di vita inqualificabili, io mi sono assunto le mie responsabilità e ho proseguito il mio lavoro di ricerca ad alto livello. 
 
C.P: Il campus dell’Università al Qods è diviso in due parti a causa del muro di separazione che lo attraversa. Ci racconti che cosa questo comporta.
 
Prof. Barghuthi: Io non posso andare dall’altro lato. L’Università ha grandi difficoltà a gestire i due campus e tutto è come se si trattasse di due diverse università con amministrazione e facoltà diverse. Non c’è alcun collegamento tra gli studenti, le facoltà… Nessun seminario, corso, attività in comune …
 
C.P: Come la direzione della sua Università, i suoi studenti, i colleghi ricercatori e collaboratori all’estero hanno reagito al suo arresto? E anche i suoi eventuali contatti scientifici in Israele?
 
Prof. Barghuthi: MI è penoso parlarne. Ho avuto il pieno appoggio della comunità scientifica internazionale, ma non abbastanza da parte delle comunità locali o regionali. La gran parte dei prigionieri non godono di sostegno internazionale né locale.
 
Per quanto mi riguarda, io sono stato fortunato, grazie ai miei rapporti scientifici e al mio lavoro scientifico.
 
Non ho per contro alcun rapporto diretto o indiretto con fisici israeliani. Io sono contro la normalizzazione dei rapporti con Israele, perché noi siamo sotto occupazione. La maggior parte dei professori universitari israeliani collabora con l’occupazione e non fa niente contro la brutalità delle autorità di occupazione.
 
C.P: Parliamo del suo campo di specializzazione. Lei viene generalmente presentato come un astrofisico. Ci può parlare in breve del suo campo di ricerche per eccellenza e spiegarci i tipi di plasmi astrofisici sui quali effettua i suoi lavori di ricerca?
 
Prof. Barghuthi: Mi definisco piuttosto un fisico spaziale [Space physicist].
 
(…)
 
C.P: Lei pubblica regolarmente in riviste scientifiche internazionali. Come fa a mantenere una simile produzione scientifica nel difficile contesto dell’Università al Qods?
 
Prof. Barghuthi: Mi creda, non ho nemmeno il tempo di dormire. Sono sempre carico di lavoro, con l’insegnamento (12 crediti a semestre), molti studenti in Master scientifico che sono sotto la mia responsabilità, e la lista dei documenti in corso di preparazione e quelli da esaminare per diverse riviste.
 
Ho teneri contrasti con mia moglie e i miei cinque figli, che hanno tutti bisogno di trascorrere più tempo con me.
 
(…)
 
C.P: Torniamo adesso al suo ultimo arresto. Ritiene sia sufficiente l’attenzione riservata alla questione dei prigionieri politici palestinesi, tanto nella Palestina occupata che all’estero? Quale iniziative occorrerebbe prendere a livello locale e internazionale?
 
Prof. Barghuthi: No, i prigionieri hanno la penosa sensazione di essere dimenticati. Soffrono molto e non c’è abbastanza solidarietà a nessuno dei due livelli.
 
Dobbiamo esercitare maggiore pressione sul governo israeliano perché cessi la pratica della detenzione amministrativa, quella dell’arresto dei bambini (minori di 18 anni), e si ponga termine ai comportamenti brutali nei confronti dei Palestinesi.
 
In altri termini, dobbiamo aiutare i Palestinesi a disporre del loro paese secondo le leggi internazionali, le risoluzioni delle Nazioni Unite e quelle del Consiglio di Sicurezza.
 
In tale contesto gli scioperi della fame sono l’ultima scelta che resta ai prigionieri! Gli scioperi della fame possono fare la differenza e attirare l’attenzione e la solidarietà a livello internazionale.
 
C.P: Un’ultima domanda: per accrescere la solidarietà a livello internazionale, la campagna BDS (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) è una iniziativa da sviluppare e un esempio da seguire?
 
Prof. Barghuthi: Io penso che, finché resteremo sotto occupazione, continueremo a cercare diversi mezzi per ottenere la liberazione. La campagna BDS è uno di essi. Il boicottaggio internazionale è molto importante e, per esempio, il ruolo delle associazioni e dei sindacati universitari occidentali è utilissimo.
 
La resistenza non violenta è un altro modo di battersi contro gli occupanti.
 
 
 
 
 
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