Middle East Eye, 15 maggio 2018 (trad. ossin)
 
« Ci hanno preso tutto, perfino il diritto di essere protagonisti delle nostre lotte »
Laurent Perpigna Iban
 
Nei campi palestinesi in Libano, la rabbia si presenta con varie sfaccettature questo 14 maggio, giorno dell’inaugurazione dell’ambasciata USA a Gerusalemme. Un insieme di frustrazione e di impotenza predomina tra questi rifugiati ridotti a seguire l’angoscia dei loro compatrioti di Gaza alla televisione
 
Il muro di recinzione del campo dei rifugiati palestinesi di Ain al-Hilweh in Libano (MEE/Laurent Perpigna Iban)
 
AIN AL-HILWEH, BURJ EL-BARAJNEH, Libano – Solo 250 chilometri separano il più grande campo di rifugiati palestinesi in Libano, Ain al-Hilweh, da Gaza. Tuttavia, isolati nel loro campo dall’altro lato di una delle frontiere più sorvegliate del pianeta, tutti si sentono come se fossero a migliaia di chilometri dagli avvenimenti in corso.
 
In questo dedalo di strade misteriose in cui ognuno sogna il gran giorno – quello del ritorno in Palestina – questo 14 maggio 2018 è una giornata nera. Le immagini del bagno di sangue a Gaza, ma anche della brutale repressione dell’esercito israeliano a Betlemme e a Qalandia, vengono ripetute continuamente dall’emittente libanese Al Mayadeen.
 
Anche qui la rabbia è palpabile. Ma è il senso di impotenza che domina.
 
Una vita in attesa
 
La situazione dei Palestinesi in Libano è particolarmente critica. Ancor più forse nel campo di Ain al-Hilweh. E’ difficile stabilire quante persone vivano in questo perimetro di 1,5 km². Se le stime ufficiali parlano attualmente di più di 70.000 abitanti - contro i 10.000 alla sua nascita nel 1948 –, gli abitanti assicurano: l’arrivo dei Siriani, combinata con la crescita demografica, hanno elevato il numero dei residenti a più di 100.000 persone.
 
Ain al-Hilweh è quindi diventata una vera e propria città, che si articola intorno a un labirinto di stradine chiassose e caotiche, in cui ogni gruppo politico occupa e difende il suo territorio.
 
E’ da spettatore impotente che Youssef Rabbeh, un abitante di 28 anni, ha assistito in un caffè ai primi spari sulla frontiera di Gaza.
 
Come molti giovani Palestinesi delusi dagli anni di governo di Fatah, il cuore di Youssef è col Fronte popolare di liberazione della Palestina (FPLP), l’unico partito che, secondo lui, « si distingue dagli altri ».
 
Il campo profughi di Ain Al-Hilweh nel 2015 (AFP)
 
La situazione nel campo è tesa da diversi decenni, e per buone ragioni: la presenza di organizzazioni islamiste ha reso questo perimetro una zona assai instabile.
 
« Già negli anni ’90 vi sono stati scontri tra Fatah e il gruppo salafita Usbat al-Ansar, considerato dal governo libanese come un gruppo terrorista; la posta in gioco era allora il controllo del campo », racconta il giovane.
 
Poi, negli anni 2000, si sono affermati gruppi diversi, come Jund al-Sham e Fatah al-Islam, cui si sono presto uniti islamisti sunniti venuti dal nord del Libano. Un numero significativo di essi, tra i più pericolosi, è poi andato a Idleb (in Siria, ndt) per battersi al fianco del Fronte al-Nusra, offrendo una tregua ai residenti del campo.
 
Ma Fatah al-Islam resta comunque un protagonista importante della vita del campo, tano più che i suoi esponenti sembrano avere un po’ normalizzato la loro situazione: « Attirano sempre più seguaci, non per la loro ideologia, ma perché hanno molti soldi », spiega un ragazzo che desidera conservare l’anonimato.
 
Youssef prosegue: « Fatah al-Islam rispetta il FPLP, nonostante che noi siamo comunisti e dunque all’opposizione del loro modo di vedere le cose. Noi possiamo andare nel loro quartiere. Ma per i membri di Fatah è assolutamente impossibile ».
 
A Ain el-Hilweh, la popolazione è quasi tutta armata. Il dramma di Sabra et Chatila è ancora vivo in tutti. « Abbiamo sempre paura di essere attaccati dai Libanesi più reazionari. Se rendessimo le armi, diventeremmo vulnerabilissimi », afferma il giovane a MEE.
 
In base all’accordo libano-palestinese del Cairo del 3 novembre 1969, le forze di sicurezza libanesi non possono entrare nel campo, che è oramai totalmente circondato da un muro alto diversi metri. L’esercito libanese per contro controlla l’accesso al campo, l’uscita degli abitanti e le importazioni, cosa che complica la vita degli occupanti.
 
In un paese politicamente assai diviso, quella dei campi palestinesi non sembra essere una questione troppo importante.
 
Burj el-Barajneh, l’emergenza al quotidiano
 
Al cuore di un sobborgo a sud di Beirut controllato da Hezbollah, a poche centinaia di metri dall’aeroporto Rafic Hariri, il campo di Burj el-Barajneh ha visto anch’esso la sua popolazione aumentare in modo esponenziale negli ultimi anni.
 
« Benvenuti a Burj el-Barajneh », butta là Zainab, con un sorriso un po’ disincantato. Immediatamente gli occhi della ragazza si levano verso le centinaia di cavi elettrici aggrovigliati sulle nostre teste, che giungono in certe strade a nascondere perfino la vista del cielo.
 
Cavi elettrici sospesi sulle strade del campo di Burj el-Barajneh (MEE/Laurent Perpigna Iban)
 
Anche qui i Palestinesi assistono impietriti a queste ondate di lacrime e sangue che inondano le televisioni.
 
« E’ un massacro. Guardate le immagini. Guardate le foto che ci arrivano. Nessuno può dire il contrario », esclama un certo Abou Tareq. E’ responsabile di uno dei due comitati di sorveglianza del campo. Anche qui l’esercito libanese non entra e i Palestinesi devono organizzare da loro stessi la loro sicurezza.
 
Sono solo le 18 quando il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, parla alla televisione. In un contesto politico e geopolitico esplosivo, i Palestinesi lo ascoltano con attenzione. Uno di loro esclama: « Qui noi siamo spettatori. Non possiamo fare niente. Ci hanno levato tutto, perfino il diritto di essere attori delle nostre rivolte ».
 
In questo campo di 1 km2, si accalcano quasi 45.000 persone, di cui circa il « 30 % proviene dalla Siria, che siano rifugiati palestinesi o solo Siriani in fuga dalla guerra », commenta Abou Tareq.
 
Il suo compagno, Abou Abdallah, responsabile del FPLP nel campo, critica il trattamento riservato ai Palestinesi dal governo libanese : « La situazione economica nel campo è sotto lo zero. Le leggi libanesi vietano l’accesso al mondo del lavoro a molti Palestinesi, perché è vietata la maggior parte dei mestieri. Nessuno può comprare una casa fuori dal campo. Tutto è controllato ».
 
La notte cala sul campo. I due uomini ci accompagnano in un dedalo di viuzze strettissime. Non c‘è più copertura telefonica. Camminiamo in un labirinto cupo e oscuro, dove si incrociano bambini e uomini armati.
 
Nell’angolo di un viale è appeso il ritratto di Adnan Ryhana (nella foto a destra), un ragazzino siriano di 12 anni. Originario di Homs, era scappato dalla guerra con la sua famiglia. E’ morto qualche giorno fa fulminato da una scarica elettrica, vicino ad una istallazione di fortuna in una stradina.
 
La sua famiglia è inconsolabile : « Siamo venuti in Libano per non morire in Siria. Ed è qui, nell’indifferenza più totale, che nostro figlio è morto » dice suo padre a MEE.
 
Abou Tareq riprende : « Abbiamo registrato, negli ultimi sette anni, cinquantuno persone morte fulminate da scariche elettriche. Abbiamo anche noi i nostri martiri. I martiri dell’elettricità ».
 
« Perdere la speranza, questo sarebbe arrendersi »
 
Un certo numero di Palestinesi del Libano vede in un altro modo il trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme: « L’ambasciata USA a ‘’Tel Aviv’’ già stava sulla nostra terra, sulla terra delle nostre famiglie», s’inalbera Abou Abdallah.
 
Quella terra che ancora tutti sognano. 70 anni, giorno dopo giorno dall’esodo forzato delle loro famiglie.
 
Ragazzi di Gaza assistono alle commemorazioni della Naqba nel 2016 portando una chiave che simbolizza le case palestinesi rubate da Israele (MEE/Mohammed)
 
Youssef Rabbeh è uno dei rari Palestinesi del Libano che negli anni scorsi ha potuto andare in Palestina. Membro di una organizzazione internazionale che lavora con l’Organizzazione di liberazione della Palestina (OLP), ha beneficiato di un permesso di qualche giorno, insieme a un gruppetto di giovani rifugiati palestinesi residenti in Siria e in Giordania, per recarsi nella Cisgiordania occupata.
 
Una sensazione che racconta con difficoltà: « Era un sogno. Ma ci sono andato come un turista mentre io sono un Palestinese… Era un’emozione fortissima. Ho pianto molto ».
 
Abou Tareq e Abou Abdallah cercano nonostante tutto di mostrarsi ottimisti: « Aspettiamo di poter ritornare in Palestina. E’ il nostro paese ».
 
I due uomini, proprio come la stragrande maggioranza dei Palestinesi, non vogliono diventare Libanesi. E anche se lo volessero, secondo le leggi del paese dei Cedri, sarebbe assolutamente impossibile.
 
Youssef conclude : « Sono deluso dai partiti politici palestinesi, e della impasse nella quale ci troviamo da 70 anni. Ma non perdo la speranza. Perdere la speranza sarebbe come arrendersi ».
 
 
 
 
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