Oumma, 15 maggio 2018 (trad. ossin)
 
Massacro coloniale per "un giorno di gloria"
Bruno Guigue
 
52 morti e 2400 feriti, 1200 dei quali da proiettili. E’ l’ultimo bilancio della sanguinosa giornata del 14 maggio 2018 nella Striscia di Gaza. Ma per Netanyahu, è un “giorno di gloria”. Durante la cerimonia di inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, ha ringraziato Donald Trump con voce commossa. “Che giorno glorioso ! Mantenete il ricordo di questo momento, è un giorno storico. E’ un gran giorno per Gerusalemme e per lo Stato di Israele. Un giorno che resterà nelle nostre memorie per generazioni e generazioni”. Davvero questa giornata resterà nelle memorie, ma per quello che realmente è stata: il giorno di un nuovo massacro coloniale.
 
 
Riversando un diluvio di fuoco su dei manifestanti palestinesi disarmati, l’apparato repressivo israeliano si è superato nell’orrore. Dove sono i suoi abituali magnificatori, sempre pronti a ripetere il ritornello ufficiale su questo virtuoso esercito impregnato di imperativi morali e preoccupato di risparmiare i civili ? Non parlano granché, camminano rasente il muro. Quando i coraggiosi pionieri dell’ideale sionista si abbandonano ad un pogrom in diretta, questi impostori abbonati degli studi televisivi mostrano un’aria dimessa e lo sguardo annoiato.
 
Ma poco importa. Altri si mettono all’opera, ben decisi a truccare la scena del crimine. Ipocritamente i media francesi si mettono a disposizione, spiegandoci a mezza bocca che “le tensioni sono vive” e che ci sono “scontri alla frontiera”. Che senso dell’eufemismo! C’è da chiedersi di quale frontiera si tratti, dato che Israele non ne ha nessuna. La Striscia di Gaza è un pezzo liberato – e assediato – della Palestina storica. Quando i suoi abitanti vogliono recarsi in un’altra regione della Palestina, tornano semplicemente a casa loro. Parlare di frontiera è fare come se l’occupazione fosse legale, vuol dire aggiungere la menzogna alla giustificazione del misfatto coloniale.
 
Questa giornata del 14 maggio è la più sanguinosa dalla guerra dell’estate 2014 contro Gaza. Ma di nuovo, quando si tratta di parlare dell’oppressione subita dai Palestinesi, le parole perdono valore, vengono svuotate della loro sostanza, colpite da una censura invisibile. Conosciamo il ritornello: “Israele ha il diritto di difendersi”, le colonie sono “insediamenti”, i resistenti dei “terroristi”, il muro di separazione “un muro di sicurezza”, Israele una “democrazia”, i manifestanti di Gaza dei “provocatori” e degli “estremisti”. In questa neolingua invasiva, le espressioni apparentemente più innocue sono ingannevoli.
 
A nome della diplomazia europea, Federica Mogherini per esempio, rivolge un appello a “tutte le parti perché agiscano con la più grande moderazione, per evitare la perdita di altre vite umane”. Sapevamo già che l’UE non serve a niente, ma bisogna ammettere che questa inutilità finisce con l’essere visibile da molto lontano. Sullo stesso registro, “la Francia, da parte sua, invita tutti gli attori a dare prova di senso di responsabilità onde prevenire nuove tensioni in Medio Oriente”, dichiara il ministro degli Affari esteri, Jean-Yves Le Drian.
 
Subdole fino all’eccesso, queste formule farebbero intendere che due popoli si affrontano sul capo di battaglia, mentre qui si tratta della rivolta di un popolo colonizzato contro il colonizzatore. Fanno come se il conflitto fosse generato da una doppia intransigenza e che bastasse, in fondo, richiamare alla ragione le forze antagoniste per riportare la pace. Sappiamo che cosa significa questo ingenuo ottimismo di facciata: mira ad ottenere la resa di quelli che protestano contro l’occupazione. Questa retorica rassicurante trasforma una lotta di liberazione in una disputa incomprensibile. Il trucco, nel migliore dei casi, consiste nel mettere sullo stesso piano l’occupante e l’occupato, come se le responsabilità fossero uguali.
 
Nell’attesa, l’uso sfrenato della violenza da parte dell’occupante fa rivivere l’atmosfera sanguinaria dei peggiori massacri coloniali. Impressa nelle coscienze da una ideologia razzista, la demonizzazione del Palestinese autorizza qualsiasi trasgressione. Ci sono cittadini israeliani che salgono sui tetti per assistere in diretta ai tiri di proiettili veri contro bersagli umani. Che magnifico spettacolo! Dopo tutto gli eroi di “Tsahal” eccellono in questa che è la loro vera specialità. Ammazzare civili, uomini, donne e bambini, è quanto meno più facile che vincere contro Hezbollah nel Libano del sud o andare a stanare i combattenti palestinesi, con la baionetta innestata, nelle stradine oscure di Gaza.
 
“I nostri soldati difendono le nostre frontiere”, dichiara Netanyahu. Proclamerà anche la strabiliante vittoria del suo valente esercito? Già nell’estate del 2014, il bombardamento massiccio e assassino di un immenso campo di rifugiati venne ritenuto, nella neolingua sionista, una vittoria militare. Come se il bilancio di quel bagno di sangue perpetrato a distanza di sicurezza potesse apparentarsi a quello di una guerra vinta lealmente, su di un campo di battaglia, di fronte a soldati di un esercito degno di questo nome, lo Stato colono si vantava delle sue turpitudini. Ancora oggi, come un serial killer di serie B, si guarda nello specchio, affascinato dalla propria immagine crudele.
 
 
 
 
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