Haaretz, 28 novembre 2019 (trad. ossin)
 
Un Palestinese ucciso perché i soldati hanno scambiato il suo asciugamano per una bomba incendiaria
Gideon Levy e Alex Levac
 
Omar al-Badawi è uscito per spegnere un piccolo incendio provocato da una bottiglia Molotov finita accidentalmente contro il muro della sua casa. In quel preciso momento, i soldati israeliani gli hanno sparato a morte
 

È stato ucciso perché teneva un asciugamano. I soldati hanno pensato che fosse un dispositivo incendiario e gli hanno sparato a morte, sulla porta di casa.
 
Un video dell'incidente non lascia adito a dubbi: un giovane esce dalla porta di casa, con un asciugamano, e grida a un vicino di portare subito dell’acqua per spegnere le fiamme che lambiscono il muro della casa – dopo lo scoppio di un piccolo incendio a causa di una bottiglia Molotov lanciato da adolescenti contro i soldati, e che aveva mancato il bersaglio. Un soldato in fondo alla strada apre immediatamente il fuoco sul giovane, che crolla e cerca invano di alzarsi. Muore poco dopo.
 
Così è finita, senza senso, la breve vita di Omar al-Badawi, 22 anni (nella foto in alto a sinistra), del campo profughi di Al-Arroub, situato sulla strada principale tra Betlemme e Hebron.
 
Il fatto è accaduto l'11 novembre, anniversario della morte di Yasser Arafat, che ogni anno è giorno di disordini nei territori occupati in generale, e ad Al-Arroub in particolare. L'11 novembre 2014, Mohammed Jawabreh, 19 anni, venne colpito da un proiettile vero sparato nella sua casa da soldati israeliani appostati sul tetto di una casa vicina. L'IDF dichiarò all'epoca che le truppe pensavano che Jawabra avesse in mano un'arma e si sentivano in pericolo, ma un'inchiesta di B'Tselem, l'organizzazione israeliana per i diritti umani, escluse questa possibilità. Questa volta, i soldati pensavano che la loro vittima avesse in mano una bottiglia Molotov, che in realtà era un asciugamano.
 
 
Sempre l'11 novembre, l’anno successivo all'omicidio di Jawabreh, Ibrahim Dawad, un sedicenne del villaggio di Deir Ghasana, a nord di Ramallah, venne ucciso a colpi d'arma da fuoco dalla polizia di frontiera.
 
 
È un vicolo stretto, uno spazio appena a sufficiente ad essere percorso, nella parte superiore del campo di Al-Arroub e non lontano dal suo ingresso. I sacchetti di immondizia sono ammucchiati davanti alla casa; un enorme poster commemorativo del defunto copre l'ultimo piano, collocato lì dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Case addossate le une alle altre, le finestre si susseguono l’una accanto all’altra - questa è l'area più densamente popolata del campo. Dalla porta di questa casa Badawi si è solo affacciato, in quelli che sono stati gli ultimi momenti della sua vita.
 
La stradina che porta alla casa è ripida. Il soldato che sparò a Badawi - un solo proiettile, nella parte superiore del corpo – stava in basso, a circa 20 metri in linea d’aria dalla sua vittima. Badawi è caduto di schiena, sui gradini di casa, ed è poi rotolato sulla strada.
 
Era passato mezzogiorno. I soldati tentavano di allontanare un gruppo di ragazzi che lanciavano pietre - alcune decine di alunni delle superiori - dall'autostrada 60 verso il campo, inseguendoli e sparando candelotti lacrimogeni i cui fumi penetravano nelle abitazioni. Badawi era a casa, stava facendo dei lavori nel bagno dei suoi genitori. Quando la casa è stata invasa dai gas lacrimogeni, Badawi è uscito insieme a sua sorella Maram, 23 anni, suo fratello Basal di 16 anni e due cugini, Hamza, 14 anni e Yazen, 12. Ha chiamato un vicino, un parente di nome Tareq Badawi, 25 anni, perché aprisse la porta, e i cinque giovani si sono precipitati dentro, cercando riparo dal fumo denso.
 
Pochi minuti dopo, Omar si è accorto che il muro esterno non intonacato della sua casa era in fiamme, e anche una pianta rampicante all’esterno della casa di Tareq e delle tende all’interno. I giovani manifestanti stavano lanciando bottiglie Molotov contro i soldati. Badawi si è precipitato fuori, con un asciugamano in mano, per spegnere le fiamme, gridando ai vicini di portare dell’acqua. In quel momento gli hanno sparato.
 
Ora il muro della sua casa è annerito dalla fuliggine e le tende e la pianta rampicante di Tareq sono bruciate.
 
I videoclip hanno registrato la sequenza degli eventi. Uno è stato preso dal fotografo palestinese Muad Amarna, che indossava un giubbotto antiproiettile con l'etichetta "Press"; quattro giorni dopo ha perso un occhio, colpito dalle truppe IDF nel villaggio di Surif, vicino a Hebron. Le riprese di un altro giornalista locale, Abdul Rahman Hassan, mostrano Badawi che esce dalla casa con l'asciugamano e scende giù per le scale. Si vedono due fotoreporter in piedi di fronte, un altro è dietro di lui, tutti stanno documentando le proteste e cercano di mettersi al riparo dai gas lacrimogeni.
 
Nel momento in cui Badawi chiede dell'acqua per spegnere il fuoco, gli viene sparato. Si sentono grida angosciate e maledizioni. Badawi viene trasportato verso un'auto privata, che lo porta alla clinica locale dell'UNRWA, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.
 
In una seconda sequenza presa da Amarna, quando aveva ancora due occhi, si vedono tre soldati sparare tre colpi in aria e camminare avanti e indietro - e poi si sente un altro colpo, ma non sparato da loro. Badawi viene quindi visto crollare. Questa video è girato dalla parte anteriore, dal vicolo. Badawi non è stato colpito dai soldati in piedi nelle vicinanze, ma da un altro soldato in agguato, che ha mirato e sparato dal fondo della strada.
 
Indossa infradito, jeans e una maglietta viola, si vede Badawi stringersi lo stomaco sanguinante e inciampare. Si levano grida isteriche, mentre i suoi amici lo trasportano sull’auto del vicino.
 
Haitham Badawi è il padre in lutto per la morte di suo figlio. Ha 55 anni, è un dipendente del "comitato popolare" locale di Al-Arroub e ha tre figlie e due figli sopravvissuti. Il soggiorno è piccolo. Omar, dice suo padre, ha prestato servizio nella polizia palestinese e poi è passato ad un servizio di intelligence. Ultimamente lavorava con suo zio facendo lavori di ristrutturazione nel campo e aveva iniziato a costruire il suo appartamento al secondo piano della casa dei suoi genitori, dove sperava di stabilirsi con la famiglia. Per quanto si sa, non era ancora fidanzato. La madre in lutto, Hajar, si unisce alla conversazione. I genitori non erano a casa quando il loro figlio è stato ucciso, ci viene detto: il padre era al lavoro, la madre in clinica, per dei controlli sanitari.
 
Omar si è svegliato quella mattina eccezionalmente presto, verso le 6:15. Faceva freddo in casa e sua madre gli ha detto di tornare a letto. Lo zio di Omar, Nur Badawi, vive nella casa adiacente. È bidello in un college locale ed era tornato a casa prima del solito. La scuola termina presto nel giorno della memoria di Arafat. Nur era a un metro e mezzo di distanza da Omar quando gli hanno sparato. Dapprima è fuggito, preso dal panico, poi si è precipitato per soccorrere il nipote morente. Mentre trasportavano Omar in macchina, i soldati hanno lanciato granate assordanti, poi se ne sono andati. La famiglia aveva paura che i soldati rapissero Omar, ferito. Lui è riuscito a dire qualcosa a Tareq, mentre lo soccorreva: "Mi fa male la schiena." Queste sono state le sue ultime parole.
 
Poco dopo, dalla clinica dell'UNRWA un’ambulanza palestinese ha trasportato Badawi all'ospedale Al Ahli di Hebron. L'autostrada 60 era stata chiusa a causa dei disordini, e l'ambulanza ha impiegato 20 minuti per arrivarci, attraverso strade secondarie. Omar respirava ancora quando è arrivato ad Al Ahli, ma alle 13:30, 40 minuti dopo, lo hanno dichiarato morto.
 
Funerali di Omar al-Badawi
 
Durante la nostra visita, squilla il telefono a casa della famiglia. Il quartier generale del Coordinamento distrettuale e dell'ufficio di collegamento chiede che vengano a dare testimonianza agli investigatori della polizia militare israeliana che stanno facendo un’inchiesta. I genitori di Omar non sono sicuri di come possano raggiungere l'edificio DCL, a Hebron.
 
Il portavoce dell'IDF ha poi dichiarato ad Haaretz: “L'incidente in questione è sotto inchiesta, i cui risultati saranno inoltrati all'avvocato generale militare. Naturalmente, al momento non è possibile fornire dettagli relativi a un'indagine in corso".
 
Una bandiera israeliana sventola provocatoriamente sopra la torre di avvistamento fortificata dell'IDF che sovrasta l'ingresso di Al-Arroub, sulla strada principale. Quella bandiera è visibile da ogni finestra e da ogni porta del campo.
 
Il bagno che Badawi stava rinnovando l'ultimo giorno della sua vita è completamente spoglio. Era riuscito a rimuovere le piastrelle dal vecchio muro e dal pavimento, ma non ha avuto il tempo di sostituirle. Il sacco coi frammenti delle vecchie piastrelle giace silenziosamente all'ingresso della casa.
 
 
 
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