Le monde tel qui l’est, 22 e 26  dicembre 2015 (trad. ossin)
 
 
Le ambiguità di Podemos
Bruno Adrie
 
Alexis Tsipras con Pablo Iglesias
 
Prima parte: l’Europa
In “Le Monde Diplomatique” di luglio 2015, Pablo Iglesias scriveva un articolo sulla situazione della sinistra in Europa e sui punti di forza e di debolezza del movimento Podemos in Spagna. Ricordando brevemente l’andamento dei negoziati che hanno visto contrapposte Grecia e Germania a partire da gennaio, Pablo Iglesias riteneva che la fermezza dimostrata dalla Germania nei confronti della Grecia doveva essere intesa come un avvertimento indirizzato a chiunque osasse levare il capo contro la dittatura dell’euro, e soprattutto a Podemos: “I nostri avversari temono infatti che un qualsiasi successo di Syriza potrebbe rafforzarci”, scriveva.
 
Pensava all’epoca che Tsipras fosse riuscita a suscitare delle contraddizioni in seno al blocco egemonico dell’Eurogruppo (…) attraverso ‘timide critiche’ rivolte al modo in cui la Germania gestiva la crisi europea”.  Giudizio sorprendente. Perché “attraverso timide critiche”, verrebbe da chiedere? Forse perché se esse sono timide risultano più efficaci nella riformulazione delle scelte europee? Pablo Inglesias indubbiamente pensa che Fidia scolpisse il marmo con un pennello.
 
Dopo avere fatto l’apologia della politica di Tsipras, Pablo Iglesias descriveva la sua propria di strategia. Partendo dal dato che la Spagna è più forte della Grecia, rappresentando più del 10% del PIL totale dell’Unione Europea (contro il 2% della Grecia), si diceva certo di poter “disporre di un margine di manovra maggiore” nei negoziati coi creditori della Spagna. Era convinto di poter spuntare quindi una riforma dei trattati budgetari, cosa che avrebbe poi permesso un aumento della spesa pubblica, lo sviluppo di politiche sociali, indi un freno al calo dei salari e il rilancio dei consumi.
 
Alexis Tsipras con Angela Merkel
 
Auspicando l’introduzione di “un altro paradigma, diverso dalle politiche di austerità” in ambito europeo, Pablo Iglesias si presenta come uno di coloro che vogliono riformare l’Europa dall’interno. Come Tsipras, non ha alcun proposito di uscirne e reclama solo la modifica dei trattati budgetari, per correggere gli squilibri in Europa. “Una volta acquisite queste riforme – scriveva, avrebbe posto – la questione del debito al livello europeo, nell’ambito di una ristrutturazione mirante a legare i rimborsi alla crescita economica, per esempio”.
 
Cosa si capisce a questo punto? Che, per Pablo Iglesias, ristrutturare il debito vuol dire prima di tutto, giacché è il primo esempio che gli viene in mente, “legare i rimborsi alla crescita economica”. Dunque, a quanto pare, per Pablo Iglesias il debito è legittimo e va pagato. Approccio piuttosto sorprendente da parte di un leader anti-sistema e anti-casta, quando è noto che il debito è generalmente la risultante – è vero per la Francia, come per la Grecia – dell’accumularsi di due fattori: i tassi eccessivi praticati dai creditori e i regali fiscali offerti alle classi dominanti, vale a dire alla “casta”.
 
In alcuni saggi pubblicati sul sito CADTM, Eric Toussaint ha spiegato che l’effetto cumulato di questi due fattori può influire sul debito per diverse decine di punti di PIL (vedi il nostro: “La Grecia, il suo debito, Shäuble e i Crasso dei nostri tempi”). L’economista ha dimostrato per esempio che, se negli anni 1990 la Grecia avesse contratto debiti a tassi normali e non avesse distribuito regali fiscali alla sua oligarchia dopo il 2001, in tal caso il suo indebitamento sarebbe risultato, nel 2009, solo pari al 40% e non al 100% del PIL, con la conseguenza che non si sarebbe provocato il panico bancario, l’abbassamento del rating e la conseguente riduzione del PIL, con la crescita del rapporto debito/PIL e la necessità di piani di salvataggio che non salvano niente in quanto l’indebitamento della Grecia è rimasto invariato e gira intorno ai 310 miliardi di dollari.
 
Ma Pablo Iglesias non sembra volersi spingere fino ad una simile analisi e la sua rivoluzione si accontenta di chiedere, “per esempio”, ratei proporzionali alla crescita del PIL, lanciando così un messaggio chiarissimo ai creditori: “Non vi preoccupate, pagheremo”. Come già Tsipras e Varoufakis, si mostra ragionevole, dà prova di docilità, alza il dito prima di intervenire e parla solo per chiedere un favore nei limiti consentiti. Quando si pensi che il giornalista molto di destra e molto soddisfatto Eduardo Inda lo ha definito stalinista… Ecco un complice nella propaganda…
 
Ma nulla può fermare le convinzioni di Paolo Iglesias che, nello stesso articolo, afferma che la Grecia è riuscita a scuotere il continente. Quando sappiamo bene in quali condizioni si trova oggi la Grecia, dove l’hanno portata i ribelli di Tsipras e Varoufakis – quest’ultimo voleva minare alle fondamenta la dominazione dell’oligarchia greca. Se avesse saputo che Tsipras aveva scelto la via del referendum, non per opporsi con successo all’Eurogruppo, come molti di noi hanno creduto, ma per strappare un “sì” al popolo greco per legittimarsi nel momento in cui si stavano per prendere misure contrarie a quanto era stato promesso in campagna elettorale e ci si preparava a fare il lavoro sporco per contro dei creditori. E se allora avesse potuto prevedere che Tsipras, dopo aver tradito tutti gli impegni, si sarebbe mantenuto al potere in un paese ancora più sommerso dal debito e scuoiato con le unghie e con i denti dagli avvoltoi che comprano per quattro soldi i beni che lo Stato ancora possiede. Se lo avesse saputo… ma forse lo sapeva.
 
Si resta naturalmente sorpresi dalla mancanza di lucidità da parte di questo leader politico che fa promesse irrealizzabili nel quadro delle compatibilità in cui intended mantenersi. Deve ben sapere che non riuscirà mai a ottenere una riforma dell’Europa e dei suoi trattati.
 
E allora Pablo Iglesias è un sognatore o un bugiardo? E’ solo perché non porta la cravatta ed esibisce una barbetta adolescenziale, che deve passare per un ingenuo e vittima delle sue stesse illusioni? Lui sembra accordare una grande importanza al suo abbigliamento négligé, ne è prova la sua nota sul comportamento che ha deciso di assumere nei confronti del re. Durante la visita del re di Spagna al Parlamento europeo, Pablo Iglesias si è trovato di fronte ad un dilemma. Infatti, essendo antimonarchico, la logica avrebbe voluto che non si recasse a salutarlo. Però, non volendo restare “(intrappolato) negli schemi tradizionali dell’estrema sinistra, che non offre tante possibilità di azione”, e perdere così automaticamente una parte dell’elettorato cui il suo partito si rivolge e che rispetta la figura del re – non andarci, “ci avrebbe alienato istantaneamente larghe fasce di popolazione che provano simpatia per il nuovo re”, scrive – ha deciso quindi di andarci ma di manifestare il suo disaccordo lasciando del tutto immutato “il suo modo di presentarsi, con gli abiti di tutti i giorni, ignorando il protocollo”.
 
Come se gli abiti casual o borghesi-négligé rivelassero i caratteri di una politica. Abbiamo visto il colpo della cravatta con Varoufakis. Niente cravatta uguale cool, uguale amico del popolo, uguale cambiamento.
 
No, non è stato certamente sognando che Pablo Iglesias è diventato il capo di Podemos. Ed è certamente anche sufficientemente intelligente per non rendersi conto che sta vendendo ai suoi elettori false promesse. Perché Pablo Iglesias ha senso pratico, pensa in termini elettorali, non vuole fare troppo sinistra, vuole solo fare cool e rastrellare voti a tutto campo, quelli che stanno in basso contro quelli che stanno in alto (per lui lo schema verticale alto/basso sostituisce lo schema tradizionale destra/sinistra, una sacra innovazione concettuale in politica!). Ora rastrellando a tutto campo, necessariamente deve tradire la sua vera base, quella degli Indignados, che si aspettano soluzioni radicali. No, Pablo Iglesias vuole altro, mira alla Moncloa e vuole essere il primo capo di governo senza giacca e cravatta. Cosa farà a quel punto? Cosa sarà capace di fare? Che cosa gli lasceranno fare? Nessuno lo sa.
 
Può darsi che, nel corso di qualche anno, Iglesias sarà riuscito a trovare una sistemazione più confortevole nel gioco ingannevole delle alternanze che promettono sempre ma finiscono sempre col mantenere lo status quo, perché cambiare richiede troppa forza, troppa volontà, troppa creatività e troppo sacrificio di sé; ed è invece così facile, e tanto meno pericoloso, imparare a mentire – fare di necessità virtù – per meglio addormentarsi negli ozi di Capua.
 
Nella sua tomba, Allende, che è morto in azione e per una idea, sorriderà allora nella sua giacca e dietro la sua cravatta.
 
 
 
Parte seconda-la Nato
Il 17 novembre 2014, in un a intervista accordata a Cadena Ser, Pablo Iglesias affermava che, il giorno in cui fosse diventato presidente del consiglio, avrebbe tentato di fare uscire la Spagna dalla NATO, indicendo un referendum che affidasse la decisione sovrana alla Spagna. “Sono un patriota e non mi piace che vi siano militari di altri paesi sul suolo spagnolo”, ha dichiarato. Aggiungendo: “Credo che la NATO costituisca per noi un rischio”.
 
Attualmente, un anno dopo tale proclamazione patriottica, Pablo Iglesias lascia chiaramente intendere che non è più questione di lasciare l’Alleanza. Il suo programma oggi riguarda la “riformulazione delle funzioni di questa organizzazione”. Auspica in futuro di dotare l’Europa e la Spagna di una “maggiore autonomia strategica” in seno all’organizzazione “rafforzando la Politica europea di sicurezza e di difesa (PESC) per gestire le relazioni coi nostri vicini e i problemi globali, con una prospettiva esclusivamente europea”.
 
L’ex capo di Stato maggiore del governo socialista di Zapatero, Julio Rodriguez, è dello stesso avviso. E questa è certamente la ragione per la quale
Pablo Iglesias lo ha designato come numero due nella lista presentata da Podemos a Saragozza, alle ultime elezioni. Pablo Iglesias ha anche già proposto a questo generale della riserva di essere un giorno il suo ministro della Difesa. Pilota di squadriglia, Julio Rodriguez ha comandato i bombardamenti durante la guerra imperialista delle potenze occidentali contro la Libia di Gheddafi nel 2011 e “La Izquierda diario” sottolinea che è stato sempre un fervente difensore dell’Alleanza (Atlantica), ricordando in proposito che nel luglio 2009, nel corso di un seminario all’Università Menédez Pelayo in occasione del 60° anniversario dell’Alleanza, il generale ebbe ad affermare che essa era “insostituibile”. Colmo di ironia, il reclutamento di Rodriguez da parte di Poedemos è avvenuto il 4 novembre 2015, nello stesso giorno della visita del Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, alla città di Saragozza, in occasione delle manovre programmate nell’ambito dell’operazione Trident Juncture 2015, una operazione realizzata sul territorio di tre paesi (Spagna, Italia e Portogallo) che ha impegnato 36000 uomini e 30 nazioni.
 
Secondo il sito del Ministero della Difesa francese, il Trident Juncture 2015 è stata “la più importante esercitazione inter-arma realizzata dall’Alleanza dopo il 2002 e la prima esercitazione elaborata nella prospettiva di un rinnovamento della capacità di azione rapida della NATO”. Altra ironia della sorte, quello stesso giorno vi furono a Saragozza delle manifestazioni contro la NATO con lo slogan “Stoltenberg go home”, un invito del tutto conforme allo spirito degli Indignados, ma non ripreso da colui che ha portato la loro lotta sulla scena politica.
 
Ma di cosa si parla quando si parla della NATO? In un saggio intitolato “La strategia USA e l’Europa”, pubblicato nel 2005 sul sito dell’Istituto di Strategia Comparata” (e che non è purtroppo più on line attualmente), Bruno Colson ricorda qualche elemento fondamentale sulla NATO. Secondo lui, “l’obiettivo statunitense in Europa è chiaro e si coniuga immediatamente in una doppia esigenza. Si tratta (di fare in modo) che l’Europa sia stabile e sicura, perché i soldati statunitensi non debbano più versare il loro sangue. Occorre poi che le economie europee siano sufficientemente in buono stato per offrire possibilità di investimento e mantenere l’occupazione negli Stati Uniti”. Tutto il saggio di Bruno Colson si fonda su testimonianze di diplomatici statunitensi che concordano tutti sul punto. Per esempio, secondo Richard Holbrooke, assistente del Segretario di Stato per l’Europa tra il 1994 e il 1996, “la NATO è una associazione di economie di libero mercato, di democrazie di libero mercato” e per Stuart Eizenstat, ambasciatore presso l’Unione Europea e segretario aggiunto al commercio, gli obiettivi economici degli Stati Uniti in Europa sono legati alla loro politica estera. Per Warren Christopher, segretario di Stato durante il primo mandato di Bill Clinton, la NATO è “al centro della strategia globale degli Stati Uniti” e, secondo l’ex segretario aggiunto alla difesa Walter Slocombe, “L’impegno degli Stati Uniti nella NATO non è certo una questione di altruismo”. Questa concezione della necessità della dominazione della NATO in Europa è stata con chiarezza sintetizzata nella versione di marzo 1992 del Defense Planning Guidance, “redatto da funzionari del Dipartimento di Stato e del Pentagono sotto la direzione del sotto segretario alla Difesa con delega agli affari politici, Paul D. Wolfowitz, e in collaborazione col Consiglio nazionale per la sicurezza”. Questo documento, che ha definito quello che avrebbe dovuto essere il nuovo ordine mondiale, insisteva sul fatto che “la NATO veicola gli interessi USA in Europa e deve restare la prima garante della sicurezza nel vecchio continente” (Colson)
 
Julio Rodriguez
 
Ecco dunque che cosa è l’organizzazione che Pablo Iglersias voleva, un anno fa, scacciare dal suolo spagnolo e che progetta oggi di infiltrare per trattare gli affari internazionali “secondo una prospettiva esclusivamente europea”.
 
Chi ponesse in dubbio la coerenza di Pablo Iglesias potrebbe vedersi obiettare a ragione che il leader di Podemos non ha cambiato programma – escludere gli Stati Uniti dalla scena europea – ma solo il metodo – piuttosto che scacciare la NATO, farne una entità esclusivamente europea. Ma resta da stabilire come riuscirà a realizzare la sua politica del cuculo diretta a scacciare gli Stati Uniti dai posti di comando dell’Alleanza. E’ lecito chiedersi quali siano gli strumenti di cui dispone – lui stesso non lo rivela – per realizzare il suo progetto.
 
Da un lato la NATO è una voce unica imposta dal di fuori ad un concerto di nazioni in disaccordo su moltissime questioni geopolitiche – come infatti definire altrimenti una politica estera europea che concilia gli imperativi geopolitici della Polonia o dei Paesi Baltici, che non hanno niente in comune con quelli della Francia o della Germania? D’altra parte, come ricorda Bruno Colson, “una riduzione progressiva del ruolo della NATO sarebbe un torto fatto agli Stati Uniti”. Comporterebbe tra l’altro un arresto del progetto di smembramento della Russia, che va al di là delle minimali promesse elettorali del leader di Podemos.
 
Giacché Pablo Iglesias mente, e qualsiasi siano le ragioni di tale mentire – ignoranza, calcolo elettorale o ambiguità - , temiamo che non sia una speranza seria per gli Spagnoli che auspicano di riguadagnare una dignità che è stata loro negata da una classe politica opportunista e compromessa con le oligarchie che tirano i fili della mondializzazione.
 
Una classe politica cui, possiamo sospettare, egli intenda unirsi presto o tardi, a meno che l’affare non sia stato già concluso.
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