Il blog di Bruno Adrie, 9 dicembre 2015 (trad. ossin)
 
 
Pascal Boniface, tra allargamento della NATO e derive elusive
LA NATO tenta di accerchiare la Russia
Bruno Adrie
 
 

In un articolo pubblicato sul suo blog Mediapart e intitolato “NATO: allargamenti geografici e funzionali, derive strategiche”, il geo-politologo francese Pascal Boniface parla della recente adesione del Montenegro alla NATO e della reazione preoccupata che essa non ha mancato di produrre da parte russa, che non vede di buon occhio questo nuovo allargamento dell’Alleanza Atlantica. Preferendo evitare di prendere partito ed emettere giudizi troppo tranchant, Pascal Boniface sceglie di collocarsi in quella posizione mediana che attribuisce sempre a chi la occupa un’aria di saggezza. Affermando, da una parte, di comprendere l’inquietudine della Russia di fronte all’interminabile espansione dell’organizzazione, anche se Mosca tende ad “esagerare il pericolo che rappresenta questa adesione (…) per la sua sicurezza”, non vi si oppone tuttavia in linea di principio. Considera semplicemente che “la tempistica è (…) particolarmente inopportuna” e che l’Alleanza Atlantica ha mancato di tatto nel difficile periodo che attraversano le relazioni tra la Russia e l’Occidente. Ma quel che ci interessa evidenziare è che, contrariamente a “taluni” che egli evita di nominare, Pascal Boniface non intravvede nell’espansione della NATO la manifestazione di una “volontà di potenza senza limiti”. Secondo lui, questa espansione non è diretta ad accerchiare la Russia, ma è rivelatrice di una deriva interna, di carattere burocratico, incontrollata, una “pratica strutturale d’apparato quasi incosciente”. Ciò che veramente la NATO vuole, è di sopravvivere al venir meno della sua ragion d’essere, in conseguenza “dell’eliminazione della minaccia che aveva dato luogo alla sua creazione”. E per fare ciò, la NATO si ingegna a “moltiplicare le attività”, a cercare “nuove missioni” e ad “allargare il suo campo per continuare ad esistere”. Un vecchio ritornello che si sente ripetere da venticinque anni.
 
Il problema è che Pascal Boniface non dimostra in alcun modo le proprie tesi. Non cita alcun documento interno all’organizzazione, meno che mai analisi strategiche o geografiche che consentano almeno un inizio di comprensione circa le ragioni che hanno portato all’annessione consensuale del Montenegro alla NATO. Piuttosto che stare ai fatti, egli resta fermo sulla “logica di crescita burocratica” di una organizzazione carente di legittimità. Per concludere infine che “la NATO agisce, in parte, in modo sciocco senza discernimenti strategici e, in parte, pratica una politica cosciente, ispirata dal ricordo della guerra fredda”. Tra confusione del presente e cattivi ricordi di un passato di scontro col blocco sovietico, la NATO di Pascal Boniface asseconda “i bisogni naturali dell’apparato che non sono però il frutto di una riflessione strategica globale”. Peccato che la Francia abbia versato un totale di circa 200 milioni di euro nel 2012 e abbia dovuto farsi carico di una spesa di 650 milioni di euro, a copertura del suo rientro per il periodo 2010-2015. Sapendo che le spese per la NATO “spariscono in un buco nero contabile”, è legittimo chiedersi cosa abbia spinto i nostri decisori a spendere tanto denaro pubblico per una “politica sciocca, senza discernimenti strategici”.
 
In “La NATO si allarga ancora”, Manlio Dinucci espone dei fatti e avanza delle osservazioni utili, sulle quali si può fondare la riflessione. Prima di interrogarsi, da geografo di rispetto, sull’importanza del Montenegro nella strategia globale della NATO, Manlio Dinucci ricorda ai lettori che uno dei principali obiettivi della politica estera degli Stati Uniti è l’accerchiamento della Russia. Pascal Boniface penserà che Manlio Dinucci esagera, che i Russi esagerano, obiezione cui noi risponderemo: che dire allora di Zbigniew Brzezinski? Cosa dire di questo celebre geopolitico statunitense, amico di David Rockefeller, consigliere per la sicurezza di Jimmy Carter e amico del presidente Barack Obama, che non ha mai nascosto i suoi propositi – o piuttosto quelli delle élite che egli rappresenta e che lo nutrono – e li ha perfino esposti in numerose opere ed articoli. In “A Geostrategy for Eurasia” (Foreign Affairs, 1997), delinea con chiarezza il futuro smembramento della Russia (vedi: “Brzezinski, Obama, l’islamismo e la Russia”).
 
Secondo Manlio Dinucci, sono molti i vantaggi di una adesione del Montenegro alla NATO: il paese può giocare un ruolo strategico importante essendo dotato di due porti in grado di accogliere navi da guerra; assicura d’altra parte continuità geografica tra Stati già vicini o membri dell’alleanza atlantica; il Montenegro possiede poi enormi bunker che possono essere ristrutturati e adattati allo stoccaggio di materiale militare e di bombe nucleari; infine è anche un crocevia del traffico della droga proveniente dall’Afghanistan oltre a un centro di riciclaggio di denaro sporco, fonte di arricchimento per “una criminalità organizzata che può essere utilizzata a fini strategici”. Chi crede ancora oggi che il denaro della droga non interessi i beneficiati della mondializzazione? A che cosa possono ben servire i conti segreti delle camere di compensazione bancarie, se non a dissimulare i profitti dei commerci illeciti prima di inserirli nei circuiti economici ufficiali?
 
In “L’échiquier géopolitique russe d’Ivan le Terrible à Vladimir Poutine”, ho dimostrato che la Russia ha sempre agito, nel corso della sua storia, in modo che le sue frontiere coincidessero con degli ostacoli naturali (i Carpazi, il Caucaso, gli Urali, il Circolo Polare), in modo da controllare dei litorali (Mar Nero, Mar Baltico) e da costituire delle zone-tampone (pianura europea, Asia Centrale), per meglio proteggersi dalle invasioni. Nell’opera The next 100 years, George Friedman spiega che i responsabili statunitensi hanno capito perfettamente questa fragilità dello spazio russo, e che è per tale ragione che si sono affrettati ad ammettere nella NATO molti nuovi Stati dell’Europa dell’est nei decenni 1990 e 2000. Osserva che è stato nel corso degli ultimi 25 anni che la Russia ha subito il maggiore riflusso della sua zona di contatto, ritiratasi di 1500 chilometri in Europa e altrettanto in Asia Centrale.
 
Da geopolitico cosciente del fatto che la prima realtà di questo mondo è la guerra – e non il mantenimento di incarichi altamente remunerati in un organismo senza un progetto degno di questo nome – George Friedman sottolinea che la Russia si trova nell’urgente necessità di riguadagnare una zona di sicurezza capace di proteggere il suo territorio. Insiste sul fatto che si trova in grande pericolo. Infatti, scriveva nel 2009, “se l’ovest fosse riuscito a dominare l’Ucraina, la Russia sarebbe rimasta indifendibile”. Si comprende, en passant, l’importanza del colpo di Stato neonazista del febbraio 2014 a Kiev, nell’ambito della strategia di destabilizzazione portata a buon fine dall’occidente. Perché – come scrive George Friedman – se l’Ucraina fosse strappata alla zona di influenza russa, “la frontiera sud con la Bielorussia e la frontiera sud-ovest della Russia sarebbero aperte da parte a parte”. Inoltre, dal momento che “la distanza tra l’Ucraina e la parte occidentale del Kazakistan è di circa 650 km”, in caso di interruzione di questo passaggio da parte di una potenza nemica, “la Russia perderebbe la possibilità di controllare il Caucaso e dovrebbe battere in ritirata verso il nord dalla Cecenia”, in conseguenza di cui, “i Russi abbandonerebbero una parte della Federazione russa stessa e il fianco sud della Russia diventerebbe ancora più vulnerabile”. Di conseguenza e in conclusione, “la Russia continuerebbe a frammentarsi, fino a tornare alle frontiere del Medio evo (guarda la carta qui sotto)
 
 
 
 
Non dispiaccia a Pascal Boniface e alla sua saggezza un po’ tiepida di fronte ad una realtà per lo meno scottante, l’espansione della NATO ha un senso e un obiettivo che è quello di accerchiare, far ripiegare e dislocare la Russia. Per Geroge Friedman, questo schema è del tutto evidente: “il grande obiettivo strategico (degli Stati Uniti) è sempre stato la frammentazione dell’Eurasia”. E se gli Stati Uniti hanno avuto le migliori ragioni del mondo per favorire la disintegrazione della Russia, quest’ultima ha, ovviamente, le migliori ragioni del mondo per impedirlo. Secondo Friedman, per salvarsi, “la Russia deve ricostituire e controllare le sue zone-tampone, essenzialmente le frontiere dell’Unione Sovietica” (Friedman, pag. 109).
 
E’ dunque contro il parere dei suoi colleghi che Pascal Boniface scrive nelle conclusioni – recuperiamo lo scritto dal cestino dove l’avevamo gettato, per rileggerlo prima di rigettarvelo in un allegro brusio di carte spiegazzate – che “la NATO da un lato agisce in maniera sciocca senza discernimento strategico e, dall’altro, fa una politica cosciente, ispirata dal ricordo della guerra fredda”
 
Se io fossi al servizio della NATO e avessi ricevuto l’incarico di imbrogliare le piste e divulgare opinioni innocue, non avrei saputo meglio esprimermi.
 
 
 
 
 
 
 
 
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