Oriental Review, 9 gennaio 2018 (trad.ossin)
 
Le vere ragioni dell’intervento militare italiano in Niger
Andrew Korybko
 
La crisi dei migranti africani ha innescato una risposta militare italiana in Libia e in Niger, i due principali paesi di transito nella rotta verso il paese europeo a forma di stivale, rischiando di coinvolgerlo in modo ancora più impegnativo negli affari del continente, mentre ricorre a mezzi militari per arginare proattivamente l’ondata di « armi di migrazione di massa » che si schianta sulle sue coste
 
Il Primo Ministro italiano, Paolo Gentiloni, insieme ad alcuni soldati 

 
La Libia era considerata la « Quarta sponda » dell’Italia, ma attualmente la crisi dei migranti africani ha più o meno trasformato l’Italia in una « Seconda riva » della Libia, a giudicare dalla grande quantità di individui che hanno intrapreso il pericoloso viaggio dall’Africa del Nord, attraverso il Mediterraneo, verso l’Italia del sud. I costi socioeconomici che ne sono derivati sono enormi, soprattutto per un paese che già era finanziariamente in difficoltà all’interno della UE, prima ancora di questa catastrofe umanitaria del 2015. Come conseguenza politica, le forze di destra e quelle populiste hanno visto crescere i loro consensi negli ultimi anni, minacciando di aprire un fronte euro-realista « meridionale » accanto al fronte « orientale », e sfidando l’egemonia euro-liberale della Germania sul continente. E’ per questo che l’élite romana ha deciso che occorreva fare qualcosa prima o poi per fermare questa tendenza.
 
Dopo un’analisi costi-benefici, I decisori italiani hanno pensato sarebbe stato nel complesso meno costoso a lungo termine rovesciare questa dinamica con mezzi militari e riportare la Libia al suo ruolo di « Quarta sponda » del loro paese, attribuendo a Roma la responsabilità di governare la crisi dei migranti trans mediterranei. Quindi, non solo l’Italia ha avviato quest’estate una missione navale vicino alla sua « Quarta sponda » per allontanare e intercettare i battelli dei potenziali migranti diretti verso le sue coste, ma progetta adesso di dispiegare almeno 470 soldati, attualmente in Iraq, in quel paese di transito senza sbocchi al mare che è il Niger, che è diventato la porta di ingresso dell’Africa dell’ovest verso la Libia. Il simbolismo geostrategico e dei suoi posizionamenti in Libia e in Niger è assolutamente chiaro, ed è che lo stivale italiano sta prendendo a calci l’Africa per reprimere in modo reattivo l’immensa crisi migratoria africana che sta per riversarsi in Europa. Anche se Roma rischia, per questo, di essere risucchiata anche più profondamente negli affari del continente.
 
Anche se in passato è stata una potenza militare, l’Italia di oggi impallidisce di fronte i suoi predecessori storici, avendo come unica posizione rilevante quella di essere vicina all’Africa del Nord e l’enorme base aeronavale statunitense a Sigonella, in Sicilia. Tuttavia, i crescenti costi globali delle centinaia di migliaia di « armi di migrazione di massa » che si sono riversati sulle sue coste negli ultimi due anni l’hanno costretta a collocarsi alla testa del dispiegamento senza precedenti di una forza militare avanzata in Africa. Se l’Italia ha svolto un ruolo di primo piano nella guerra di Libia del 2011, l’ha fatto coi suoi alleati della NATO nell’ambito di una coalizione ufficiale, ma questa volta lo fa unilateralmente, indubbiamente dopo avere consultato i suoi partner. Dopotutto Roma non sarà l’unico paese straniero a disporre di una istallazione militare in Niger, perché già vi sono le forze francesi e statunitensi e presto vi saranno anche quelle tedesche.
 
La presenza attuale (e nel caso della Germania solo prevista) dei tre alleati dell’Italia più forti sul piano militare in Niger solleva la questione evidente di che cosa ci si aspetti che Roma porti come valore aggiunto. Ufficialmente l’Italia afferma che combatterà il terrorismo e distruggerà le reti del contrabbando, il che è importante perché queste due minacce non statali transitano attraverso il Niger in direzione della Libia e, in definitiva, delle coste italiane, ma è impossibile valutare a questo punto se le forze di Roma porteranno un aiuto efficace ai loro alleati, che sono impegnati esattamente nella stessa missione. Potrebbe essere che né Washington, né Parigi, né Berlino intendano assumersi interamente il fardello finanziario e di personale necessario al compito e che preferiscano piuttosto scaricare una parte dei costi su Roma, che è più direttamente toccata da queste minacce ed ha un interesse personale a partecipare a questa missione, come risulta con evidenza.
 
Una curiosa « divisione del lavoro » si sviluppa nella regione dove gli Stati Uniti sembrano esercitare due livelli della loro politica dal di dietro ( « Lead From Behind ») controllando la zona per procura. Prima di tutto, la presenza diretta statunitense dimostra che la leadership può anche esercitarsi frontalmente. Poi c’è il ruolo subalterno della Francia nel mettere insieme la coalizione « G5 Sahel » di Stati regionali che si estende dalla Mauritania, sulla costa atlantica africana, al Ciad nella zona centrale interna. Parigi, che ne sia o meno consapevole, interpreta il ruolo di subalterno strategico di Washington nell’Africa dell’Ovest e Centrale, a prescindere da tutto quello che la Francia può dire sul fatto che essa « compete » con gli USA o che è un « alleato su un piede di parità ». Al secondo livello della gerarchia ci sono la Germania e l’Italia. Berlino osserva tranquillamente tutto quanto succede essendo quel che è, il leader della UE, mentre i suoi sottoposti a Roma avranno il compito di « sporcarsi le mani » per rimborsare il debito alla Germania.
 
Indipendentemente dal fatto che questa « divisione del lavoro » rimanga la stessa o cambi, uno dei suoi tratti duraturi sarà che l’Italia rischia di rimanere coinvolta negli affari africani nel futuro, dopo esservi stata trascinata di nuovo dopo il suo recente intervento navale in Libia e il prossimo, terrestre, in Niger. Sul piano geostrategico, la Libia è la « Quarta sponda » dell’Italia, tanto quanto il paese a forma di stivale è la « Seconda costa » dell’ex-Jamahiriya, quindi il destino dei due paesi è inestricabilmente legato e di questo approfitteranno certamente gli Stati Uniti. Le stesse pressioni migratorie nell’Africa occidentale, dovute alla sovrappopolazione, all’impoverimento e alla violenza, non faranno che aggravarsi nel prossimo futuro. E’ dunque poco probabile che Roma si ritirerà da questo fronte asimmetrico finché sarà ancora esposta alla minaccia degli assalti delle sue « armi di migrazione di massa ».
 
 
 
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