Katehon, 8 marzo 2019 (trad.ossin)
 
Perché le "vacanze romane" dei dirigenti cinesi spaventano gli USA
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Il governo italiano ha deciso di aprire i suoi porti agli investimenti cinesi, il che promette un aumento del traffico di merci e considerevoli benefici. La firma del relativo memorandum è prevista durante la visita a Roma del Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jin Ping, a fine marzo, secondo il New York Times.
 
 
Stando alle parole del Ministro per lo Sviluppo economico, Michele Geraci (in realtà sottosegretario, ndt), è altamente probabile che il documento venga firmato (e infatti è stato firmato, ndt), e ciò provoca l’inquietudine degli Stati Uniti. Roma è sulla strada sbagliata e: «una decisione di tal genere danneggerebbe durevolmente la reputazione [dell’Italia]» ha detto il portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale statunitense, Garrett Marquis.
 
Se l’accordo fosse firmato, l’Italia sarebbe il primo paese del G7 a diventare un partner attivo nel progetto di Pechino di creazione di hub di merci in tutto il mondo, per stimolare la propria crescita economica nel quadro del megaprogetto delle Nuove Vie della seta.
 
Questo contratto con gli Italiani è di grande importanza per i Cinesi.
 
Infatti la posizione dell’Italia è unica in Europa, per il gran numero dei suoi porti. Il paese è uno dei tre più importanti nel commercio marittimo. C’è da credere che i container partiti dalla Cina giungeranno a Trieste, Venezia, Ravenna e che, da lì, saranno trasferiti in tutti i mercati europei. Si tratta di un aspetto strategicamente importante della Nuova Via della seta, che consentirà di scambiare con rapidità e a bassi costi merci con l’Unione Europea.
 
Il controllo dei porti mercantili è cruciale nella realizzazione delle Nuove Vie della seta. Non tutti i porti, però, sono adatti alle esigenze della Cina, che ha bisogno di quelli in grado di accogliere navi di grosso tonnellaggio. E la maggior parte dei porti europei non sono in grado di accogliere le enormi navi cinesi.
 
Negli anni 1980, per migliorare la redditività del trasporto marittimo, la Cina ha effettivamente cambiato le regole del gioco in questo mercato. Di conseguenza è considerevolmente aumentata la portata delle sue navi porta-container. La classe 4, il tonnellaggio più elevato, era fissato a 4.000 TEU (= equivalente a venti piedi, unità di misura dei container), ma in seguito si sono dovute aggiungere nuove classi per raggiungere la portata di 20.000 TEU.
 
Ma ciò ha richiesto la ristrutturazione dei canali. Navi così grandi non potevano passare. Quindi la Cina ha investito un sacco di soldi nella ristrutturazione dei Canali di Panama e di Suez (quest’ultimo sbocca direttamente nel Mediterraneo). Tuttavia gli enormi porta-container cinesi costruiti poi non hanno altra scelta se non di andare oltre la Spagna e la Francia e giungere a Rotterdam o Amburgo, gli unici porti in grado di accogliere le navi cinesi a grande tonnellaggio. E’ qui che vengono scaricate le merci e, poi, vengono trasportate verso altri porti in navi più piccole o via terra.
 
Non stupisce quindi che i principali partner della Cina siano i Paesi Bassi e la Germania. Il fatto di essere costretti a scaricare a Rotterdam o Amburgo comporta un’ulteriore catena di trasporti, che fa crescere i costi di distribuzione. Adesso i Cinesi vogliono investire nei porti italiani perché siano messi in grado di accogliere gli enormi carichi di merci delle loro navi. Si ridurranno così i tempi di consegna e i costi logistici, e cresceranno anche le quantità esportate verso i paesi europei.
 
Quali investimenti la Cina offre di fare in questi porti? In primo luogo l’aumento di profondità degli accessi. Poi la completa ristrutturazione del sistema di ormeggio. In terzo luogo la ristrutturazione di tutte le strutture portuali (gru, carico e scarico, ecc.).
 
La Cina sta facendo la cosa giusta investendo nell’aumento di profondità dei porti italiani. Tuttavia il rientro di simili investimenti richiederà del tempo, e dunque i Cinesi pretenderanno delle garanzie, anche nei confronti di possibili cambiamenti di governi, tra le altre variabili.
 
Come fa di solito la Cina? Crea immediatamente una propria impresa o una joint venture, della quale assumono il controllo. L’azienda cinese agisce come società di gestione, come nel caso del Canale di Panama.
 
C'è anche che la Cina ha recentemente acquistato il porto del Pireo. Nel 2017, la Compagnia pubblica COSCO ha rilevato una partecipazione maggioritaria del valore di 350 milioni di euro. Già questo porto pone dei problemi a Rotterdam e ad Amburgo, in quanto intercetta parte delle merci provenienti dalla Cina e da altri paesi asiatici.
 
Molti paesi si fanno essi stessi promotori di simili accordi. Per esempio la Lettonia e la Lituania hanno rivolto alla Cina la stessa proposta dell’Italia. Ma l’accordo non si è concluso perché poco conveniente per la Cina.
 
Gli Stati Uniti hanno evidentemente esercitato pressioni di ogni genere sull’Italia perché chiuda la porta a Pechino (Si vedano le dichiarazioni del trumpiano Salvini, contrarie all’accordo, ndt).
 
Se la Cina riuscisse a mettere le mani sui porti italiani, tutti i porti del Mediterraneo, soprattutto quelli italiani e greci, saranno sotto il controllo di Pechino. Gli Stati Uniti si preoccupano perché i Cinesi saranno in grado di trasferire una parte dei loro flussi commerciali dagli Stati Uniti all’Europa e diventare meno dipendenti dalle esportazioni verso gli Stati Uniti. Sembra che la diversificazione delle esportazioni costituisca parte della strategia cinese a partire dall’inizio della loro guerra commerciale con gli USA.
 
Aggiungiamo che l’Italia sarà probabilmente criticata da molti paesi europei per la sua scelta. Infatti anche l’Europa teme un aumento dell’influenza cinese – ci sarebbe molto da dire in proposito. Il presidente francese ha esplicitamente detto a Trump: «Cooperiamo, perché abbiamo un problema comune: la Cina».
 
Dall’altro lato, l’Unione europea non può fare a meno dei flussi di investimento cinese. I paesi più grandi (Italia, Francia, Germania) li accettano con gioia. Una cooperazione crescente con la Cina, pur tentando di contenerne l’espansione: è una contraddizione che resterà viva nei prossimi anni.
 
Numerosi paesi europei non solo hanno paura della Cina, ma stanno cominciando ad analizzare gli investimenti cinesi per capire quali di essi possano costituire una grave minaccia per le loro economie. Nondimeno l’Europa ha un urgente bisogno di investimenti. Si assiste dunque ad uno scontro tra gli analisti economici e i politologi.
 
Infatti, se i più grandi paesi europei non disdegnano i soldi dei Cinesi, perché paesi più poveri che hanno gravi problemi, come la Grecia e l’Italia, non dovrebbero accettarli?
 
L’Italia, come qualsiasi paese in difficoltà, ha bisogno di investimenti. Di più: ne ha un bisogno vitale.
 
Negli ultimi anni, infatti, questo paese ha attraversato una recessione economica. La disoccupazione cresce e – è difficile crederlo – i giovani lasciano il paese e la natalità diminuisce. Il livello di occupazione è ancora più basso di quello greco. E’ per questo che nuovi posti di lavoro e crescita economica sono tanto importanti e urgenti, ed è proprio quello che promette lo sviluppo della cooperazione con la Cina.
 
 
 
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