Riforma agraria bloccata, politica monetaria incoerente, disoccupazione di massa… Un tempo granaio dell’Africa Australe, il paese oggi è in ginocchio. Migliaia di Zimbabwiani pazientavano, il 20 novembre, in file di attesa che si allungavano davanti alle banche del paese, nella speranza di ritirare un po’ di contanti… che sarebbero corsi a spendere il più in fretta possibile perché il tasso di inflazione ufficiale è di + 8000%, come dire che il dollaro zimbabwiano perde ogni giorno 1/5 del suo valore!
Il Fondo monetario internazionale calcola dal canto suo che il vero tasso di inflazione raggiungerà, alla fine del 2007, il valore di + 16170%.
Fatto sta che il governatore della Banca centrale ha annunciato, il 22 novembre, che entro la fine dell’anno sarà messa in circolazione una nuova moneta con 2 o 3 zeri di meno.
Si può ancora illustrare la decadenza economica di questo paese, un tempo uno dei più prosperi dell’Africa Australe, ricordando che il PIL per abitante è crollato dai 720 dollari USA degli inizi dell’anno 2000 ai  471 di quest’anno. I quattro quinti dei suoi 13 milioni di abitanti sono disoccupati. La speranza di vita è diminuita, passando dai 62 anni degli anni ’90 ai 37 anni di oggi.

Come si è arrivati ad un tale orrore politico e sociale?
Le sanzioni adottate dagli Occidentali verso il regime dittatoriale di Harare non hanno per niente aiutato, ma il responsabile di questo fallimento è senza dubbio il presidente Robert Mugabe, che ha commesso tutti gli errori descritti nei manuali di economia.
Gli specialisti datano al 14 novembre 1994 l’inizio delle sue stupidaggini. Quel giorno annunciò la concessione ai 50.000 ex combattenti della guerra di liberazione contro il potere bianco un premio di 50.000 dollari zimbabwiani, ciò che – al corso dell’epoca – rappresentava la somma enorme di quasi 3 miliardi di dollari USA.  
Per mantenere la promessa, il presidente ha prosciugato le riserve in divise del paese. La moneta è crollata di ¾ nel giro di qualche settimana e la Borsa della metà in un solo giorno.
Nello stesso tempo il capo di Stato zimbabwiano decise di recuperare le terre dei 4500 sfruttamenti agricoli in mano ai Bianchi. Nel corso degli anni li ha distribuiti ai suoi “ex combattenti” ed agli amici politici. Mancando di competenza, di materiale, di fertilizzanti e di mano d’opera, quelli hanno però lasciato andare le terre in malora.
Secondo esportatore mondiale di tabacco, lo Zimbabwe ha visto la sua produzione ridursi ad un quarto, e il tabacco viene oramai venduto al mercato nero a un prezzo superiore a quello della marijuana.
La raccolta del grano nel 2007 risulta essere di 1/3 inferiore rispetto alle aspettative.
Moneta a mezz’asta e divise in fuga, il regime ha tentato di resistere, facendo tutto quello che non bisogna fare. Nel 2002 è ricorso all’emissione di carta moneta ed ha coniato, per mancanza di soldi, degli “cheques” al portatore stampati su di una sola faccia.
Questa “monnaie de signe”  ha finito con l’avere la stessa sorte degli “assignats” della Rivoluzione francese. Nessuno la voleva e i prezzi si sono infiammati.
Per spegnere l’incendio, il governo ha deciso nel giugno 2007 di dimezzare i prezzi. Risultato: i rari prodotti ancora presenti nei magazzini sono spariti e le fabbriche hanno chiuso per non dover vendere in perdita.
Fino a quando le Autorità, davanti al rischio di paralisi totale, non hanno fatto marcia indietro. Il Governatore della Banca Centrale ha riconosciuto l’errore e confessato: “A che serve che i prodotti siano meno cari, se non sono in vendita?”
Il settore minerario (oro, palladio, cromo, platino), il solo che richiama divise in quantità, si trova in uno stato di sfacelo avanzato per assenza di investimenti. Inoltre patisce interruzioni della corrente elettrica a ripetizione, perché lo Zimbabwe non ha pagato i 35 milioni di dollari USA che deve al Mozambico per la fornitura elettrica.
Le miniere lavorano dunque alla metà della loro capacità.
Tutto lascia pensare che Robert Mugabe persisterà in questo atteggiamento suicida. Il 19 novembre il suo governo ha pubblicato un progetto di legge che impone alle società minerarie di vendere il 25% del loro capitale allo Stato e ad investitori locali. Non essendo questi ultimi riusciti in 3 anni a racimolare 31 milioni di dollari USA per acquistare una parte del gigante del platino ZIMPLATS, questo nazionalismo ottuso porterà dritto all’empasse e non farà che scoraggiare ancora di più gli investimenti.

 

                                                                                                                    Alain Faujas
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