Diploweb.com, 20 luglio 2015 (trad. ossin)


Chi si ricorda del Sahara Occidentale?

Yann Mens


Il Marocco lo occupa e lo colonizza, lasciando che il tempo lavori per lui. Il Polisario lo rivendica, con l’appoggio dell’Algeria. Il Sahara Occidentale è da quaranta anni oggetto di un interminabile braccio di ferro che i negoziati promossi dalle Nazioni Unite non sono mai riusciti a risolvere. Con il rischio che questo conflitto congelato possa nel futuro essere utilizzato dai gruppi jihadisti

E’ il prototipo del conflitto congelato. Senza una conclusione possibile in vista. In Sahara Occidentale, il Marocco, che controlla la maggior parte del territorio, temporeggia, sfruttando la forza e il fatto compiuto della colonizzazione. Dall’altro lato un Polisario invecchiato, sostenuto a distanza dall’Algeria, invoca fin dal suo esilio a Tindouf il diritto dei popoli a decidere di se stessi. Tuttavia l’esperienza (Mali, Nigeria…) dimostra come i gruppi jihadisti sappiano abilmente investire in simili conflitti dimenticati, e trarre profitto dalla disperazione dei giovani senza prospettive per il futuro. Bisognerà che qualche Saharawi entri a far parte dei gruppi jihadisti perché questo territorio balzi agli onori della cronaca?

IL Sahara Occidentale, nelle sue attuali frontiere, è una creazione coloniale. E’ la Spagna che, imponendo a partire dal 1884 il suo protettorato sul Rio de Oro (l’attuale Dakhla e il suo circondario) e su Saguia al Hamra (Laayoune e il suo circondario), ne traccia progressivamente i confini sulla carta. Prima che vi si installino le truppe di Madrid, questi territori sono solo confini percorsi da tribù nomadi, mercati posti tra due entità dai contorni instabili: la monarchia alauita a nord, rappresentata da un sultano che controlla concretamente solo il centro del suo teorico territorio; e il Bilad Shinqiti (l’attuale Mauritania) a sud, dove il potere è frantumato tra emirati e tribù indipendenti. Nessuna di queste entità esercita un’effettiva autorità sull’attuale Sahara Occidentale, attraverso l’imposizione di imposte regolari o con una permanente presenza di truppe. Il tipo di relazione tra le due entità e il territorio saharawi muta in ragione delle epoche, dei rapporti di forze e degli spostamenti delle tribù nomadi.

Quando gli Spagnoli impongono il loro protettorato sulla costa, nel 1884, si propongono soprattutto di proteggere i loro interessi economici nella vicine isole Canarie. Nel 1912 il Maghreb è oggetto di spartizione tra Francia e Spagna. Oltre al Rio de Oro e a Saguia al Hamra, Madrid impone un protettorato sul Rif a nord, lungo la costa del Mediterraneo, mentre la Francia, che ha già conquistato l’Algeria, impone il proprio sul resto del Marocco attuale (la Mauritania viene dichiarata colonia francese nel 1920). Negli anni 1930, la Spagna consolida il proprio controllo sul territorio sahariano, servendosi delle strutture tribali.



Carta dell'attuale situazione in Sahara Occidentale

 


Una guerra delle sabbie

Nel 1956, la Francia rinuncia al protettorato sul Marocco. La Spagna fa altrettanto per il Rif, che si riunisce al Regno del Marocco, ma Madrid conserva la gran parte dei suoi possedimenti del sud che Rabat reclama. Il FLN (Fronte di Liberazione Nazionale) che si batte contro la Francia per l’indipendenza dell’Algeria, usa come retrovia il territorio marocchino e raggiunge il suo obiettivo nel 1962.

Ma presto insorgono i primi contrasti tra i due vicini. Il Marocco rivendica il territorio di Tindouf e di Bechar, sostenendo che storicamente dipendevano dal sultano. Alcuni nazionalisti si spingono a rivendicare perfino le Canarie e la Mauritania, fino al Mali.... La "guerra delle sabbie” del 1963 tra il Marocco e l’Algeria, si chiude lasciando Tindouf e Bechar sotto controllo algerino. L’unica parte di Sahara su cui Rabat può ancora avanzare pretese è la parte spagnola, della quale l’Assemblea Generale dell’ONU reclama la decolonizzazione e per la quale propugna l’organizzazione di un referendum di autodeterminazione. Il Marocco vi incoraggia le agitazioni e qualche azione armata. Anche alcuni giovani saharawi, cresciuti in esilio in Marocco, chiedono che la Spagna lasci il territorio. Vicini ai movimenti della sinistra repressi da Rabat, lasciano il paese nel 1973, fondano in Algeria il Polisario (forma abbreviata dello spagnolo Frente de Liberacion de Saguia El Hamra y Rio de Oro). Poi cominciano la lotta armata contro la Spagna.


Il ritiro di Madrid

Nel 1974, Madrid annuncia l’indizione do un referendum di autodeterminazione nella sua colonia e promuove, a questo scopo, un censimento della popolazione. Il Marocco e la Mauritania (indipendente dal 1960, nonostante l’opposizione di Rabat) chiedono alla Corte Internazionale di Giustizia di riconoscere i loro diritti storici sul Sahara Occidentale. La sentenza riafferma il diritto della popolazione all’autodeterminazione, non riconoscendo un passato esercizio concreto di sovranità da parte dei paesi su quel territorio, anche se ammette l’esistenza di legami storici, soprattutto la dichiarazione di obbedienza religiosa di alcune tribù al sovrano alauita. Questo basta ad Hassan II, il re del Marocco, che il 6 novembre 1975 promuove una “Marcia Verde”: non meno di 350.000 persone, appoggiate da migliaia di soldati, invadono il Sahara Spagnolo. Il 14, mentre il dittatore Francisco Franco pone fine alla sua agonia, la Spagna firma il trattato di Madrid che accorda il controllo amministrativo dei due terzi nord della colonia al Marocco, e del terzo a sud alla Mauritania, pur riaffermando che sarà rispettata la volontà della popolazione. Poi Madrid si ritira nel febbraio 1976. Migliaia di Saharawi, fuggiti davanti all’avanzata delle truppe marocchine e mauritane, si rifugiano nella regione di Tindouf (Algeria), dove montano dei campi che diventeranno la base del Polisario. Quest’ultimo proclama la RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica), dotata di un governo in esilio. Dal punto di vista militare, il movimento si trova a dover combattere due paesi di differente forza militare. Dopo diverse azioni militari del Polisario, Nouakchott rinuncia nel 1979 alle sue pretese sul sud del Sahara Occidentale. Che viene subito occupato dalle truppe marocchine, che continuano a combattere contro la guerriglia del Polisario. E l’Algeria usa il movimento saharawi come uno strumento nella sua rivalità con Rabat.

In difficoltà, il Marocco decide, nel 1981, di costruire un insieme di mura e barriere lungo 2700 chilometri in pieno Sahara Occidentale per difendere l’85% della superficie da esso controllata, vale a dire il territorio utile: le città principali, le miniere di fosfato, tutte le coste e le risorse ittiche. Il fronte militare si impantana. Ma il Polisario si batte anche sul fronte diplomatico, mentre le Nazioni Unite restano fedeli al principio dell’autodeterminazione. Molti Stati sostengono questa posizione, a cominciare da quelli africani che, sulla base della carta dell’OUA (Organizzazione per l’Unità Africana) del 1963, difendono l’intangibilità delle frontiere coloniali. L’organizzazione accoglie nel 1984 la RASD nel suo seno. Il Marocco se ne va sbattendo la porta. Ma è sempre Rabat che controlla il territorio e ne incrementa la colonizzazione da parte di coloni che vengono dal centro del Marocco. Le autorità reprimono con brutalità le manifestazioni nazionaliste nella zona che controllano. Nel 1981, Hassan II ha accettato il principio di un referendum in Sahara Occidentale, pur affrettandosi a precisare che, secondo lui, esso dovrà solo servire a confermare la sovranità del suo paese.


Mohamed VI intrattabile

Sotto l’egida delle Nazioni Unite, Marocco e Polisario concludono un accordo di cessate il fuoco, che diventa effettivo nel 1991. Alla MINURSO (MIssione delle Nazioni Unite per l’organizzazione di un Referendum in Sahara Occidentale) viene affidato l’incarico di sorvegliare il rispetto dell’accordo e di individuare i potenziali elettori della consultazione. Il Polisario vuole restringere il corpo elettorale alle 74.000 persone censite dalla Spagna nel 1974 e ai loro discendenti. Il Marocco vuole aggiungervi i membri delle tribù saharawi che risiedono da lungo tempo nel Marocco del sud e i coloni marocchini che si sono installati in Sahara Occidentale dopo il 1975. L’ONU giunge nel 2000 a censire 86.000 persone, ma il Marocco fa depositare 130.000 ricorsi. La definizione del corpo elettorale di un eventuale referendum diventa uno dei principali punti di stallo del dossier.

Eppure, nel 1997, il segretario generale dell’ONU ha designato una personalità di peso per seguire il dossier del Sahara Occidentale: James Baker, ex segretario di Stato degli Stati Uniti (1989-1992). Questi elabora due piani successivi, che propongono una forma di autonomia provvisoria, seguita da un referendum con una chiara definizione del corpo elettorale. Il primo (2001) viene respinto dal Polisario, sostenuto dall’Algeria, perché il progetto di referendum non prevede esplicitamente l’opzione dell’indipendenza. Il secondo, che la prevede, viene respinto dal Marocco, il cui giovane re Mohammed VI, succeduto nel 1999 ad Hassan II, ritiene che qualsiasi idea di referendum sia oramai diventata obsoleta.

Baker presenta le dimissioni. Le posiziono appaiono inconciliabili: il Marocco, il cui regime ha fatto del Sahara Occidentale una causa sacra per il paese, è pronto al massimo a concedere una autonomia al Sahara Occidentale, che definisce “provincia del sud”. Il Polisario si oppone ad una consultazione che non preveda esplicitamente l’opzione dell’indipendenza, pur essendo pronto a fornire al Marocco garanzie per taluni suoi interessi in caso di vittoria della scelta indipendentista. Nessuna delle grandi potenze internazionali ha voglia di fare pressione, né su Rabat, né su Algeri e il Polisario, per ammorbidirne le posizioni.

 

Un segno della colonizzazione: bandiere marocchine dovunque


Non potendo ottenere esso stesso l’approvazione dei suoi piani che prevedono l’autodeterminazione, l’ONU suggerisce un negoziato diretto tra le parti, senza condizioni pregiudiziali. E’ quanto hanno continuato a fare fino ad oggi senza risultati… Contando sul fatto che i Saharawi finiranno per rassegnarsi, Mohammed VI ha proposto, nel 2007, un progetto di autonomia dai contorni ambigui. Ma le promesse sono sempre rimaste solo parole. E nel 2014 il re ha invitato ad “una revisione radicale dei metodi di governo delle province del sud”. Ma praticamente la monarchia si appoggia soprattutto su alcuni notabili saharawi, conquistati alla causa del Marocco attraverso grandi concessioni economiche.


Sulla scia delle rivoluzioni arabe?

Mentre la diplomazia non riesce a fare passi avanti, movimenti di contestazione scoppiano tuttavia ad est e ad ovest del lungo muro di separazione. Nell’ottobre 2010, in Sahara Occidentale, alcuni manifestanti montano un campo di tende per reclamare lavoro e alloggi. Avvengono scontri con le forze dell’ordine, con vittime tra i manifestanti e gli stessi poliziotti, cui segue una repressione brutale.

Questi avvenimenti rivelano anche l’esistenza di tensioni tra Saharawi e Dakhilis (coloni venuti dal Marocco). La repressione continua oggi nel territorio, come denunciato anche da Amnesty International in un recente rapporto. La Francia si è però opposta a che la MINURSO venga dotata di un incarico di sorveglianza anche sul rispetto dei diritti dell’uomo.

A Tindouf, questa volta, le rivoluzione arabe trovano degli emuli. Nel 2011, alcuni giovani rifugiati contestano il controllo autoritario esercitato dalla vecchia guardia del Polisario e la sua corruzione. Se è capitato già altre volte che si manifestassero dissidenze individuali nel movimento (e perfino allineamenti alle posizioni marocchine), oggi emergono però dei gruppi più organizzati, come Khat al-Chadid. La cosa più inquietante è che, nel 2011, tre cooperanti occidentali vengono rapiti a Tindouf dal MUJAO (Movimento per l’Unicità e lo Jihad in Africa dell’ovest), all’epoca alleato ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico.

Al momento non si ha notizia di reclutamenti significatici di Saharawi nei movimenti jihadisti. Ma domani, se veramente nulla si muove?

 

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