La incredibile realtà tunisina
Nicola Quatrano

La storia che mi racconta Mokhtar Trifi, presidente della Ligue Tunisienne pour la défense des droits de l’homme (Ltdh), ha dell' incredibile.
Siamo a Tunisi, nella sede centrale dell’organizzazione, a El Omrane, in Rue Baudelaire 21. Solo noi due in una sala grandissima che affaccia su un bel giardino, noi due ed una segretaria discreta.

“Ti hanno fatto entrare solo perché sei straniero…” , mi dice subito. Lo guardo senza capire.

“Dal 2005 – mi spiega – è vietato l’ingresso nelle nostre sedi. Sono sorvegliate 24 ore su 24 dalla polizia che impedisce a chiunque di entrare… salvo ai dirigenti più conosciuti e agli stranieri, quando vengono… a loro non vogliono far sapere che cosa succede in questo paese…”

Continuo a non capire. “Ma la vostra organizzazione è legale?” domando. “Certo! – risponde – E’ stata riconosciuta nel 1977 dal Governo tunisino. E’ stata la prima organizzazione dell’Africa e del mondo arabo ad occuparsi della difesa dei diritti umani.  Attualmente conta più di 3.500 iscritti ed ha 14 sezioni sparse in tutto il territorio nazionale. E’ federata alla Federazione Internazionale dei diritti dell’uomo (FIDH) ed è riconosciuta da molteplici associazioni ed organismi internazionali. I problemi col Governo tunisino nascono dal fatto che la Lega è gelosa della sua indipendenza e resiste strenuamente ai tentativi di metterla sotto controllo da parte della forze politiche  di maggioranza”.

Ai giudici il lavoro sporco
Nell’anno 2000, la Lega ha celebrato il suo 5° congresso nazionale, all’esito del quale sono stati democraticamente eletti i dirigenti. Che non sono piaciuti, però, al partito del Presidente, il RCD, che li accusa di essere troppo di sinistra. In quella occasione, il Segretario Generale del RCD in persona ha annunciato alla stampa che la composizione del congresso era stata illegale e che l’Autorità Giudiziaria lo avrebbe annullato.

Solo a seguito di questo annuncio, quattro candidati risultati non eletti (iscritti al RCD) hanno fatto ricorso al Tribunale, che ha provveduto con inaudita celerità. E’ bastata al giudice una sola udienza per annullare le votazioni del Congresso e nominare un amministratore giudiziario della Lega. Lo stesso giorno la polizia ha sgombrato i locali dell’organizzazione e, da allora, presidia tutte le sezioni per impedire a chiunque l’ingresso.

Il gioco è troppo scoperto per non essere evidente che il lavoro sporco è stato affidato ai giudici invece che all’Autorità amministrativa. D’altronde, dall’anno 2000, l’organizzazione ha subito più di 34 processi.
Il fatto è che in Tunisia la magistratura non è indipendente e dipende strettamente dal Potere esecutivo. Perfino  alle associazioni dei giudici viene impedito di funzionare: recentemente la Giunta esecutiva della Associazione dei magistrati tunisini è stata sciolta dal Governo.

Dopo questo intervento deflagrante, ci si è provati a svolgere i congressi sezionali, ma la polizia lo ha impedito, come ha impedito anche la celebrazione del  6° Congresso della Lega. Si è tentato di farlo nel novembre 2005, senza successo, e poi ancora nel 2006.

Il risultato ottenuto è la paralisi totale dell’attività. Non si riesce nemmeno ad organizzare delle riunioni in locali pubblici. Quando i dirigenti dell’organizzazione tentano di affittare la sala di un hotel, per esempio, si sentono rispondere inevitabilmente che non è disponibile.  Il Governo ha anche bloccato i finanziamenti  destinati alla Lega dall’Unione Europea.

E’ arrivato al punto di intercettare e mettere fuori uso la posta elettronica dell’organizzazione. Ed effettivamente devo dire chele mail che avevo inviato per fissare l’appuntamento non hanno mai ricevuto risposta. “E’ perché non sono mai arrivate – mi spiega  Trifi – perché la polizia controlla e blocca la corrispondenza”.

Perfino il telefono è bloccato: “Paghiamo anche 1000 dinar al mese (poco meno di 600 euro) per un servizio che non funziona”.

Il controllo della vita privata
“Qui in Tunisia i giornali sono asserviti al Potere e mi attaccano continuamente, anche sul piano personale. Sono stato costretto ad avviare decine di processi per diffamazione”.

I pochi giornali indipendenti, come il settimanale L’Expression, sono costretti a raccontare le cose in modo talmente indiretto e contorto, che alla fine non si capisce niente.  Ed effettivamente sul numero del 5/11 settembre 2008 compare un servizio sulla società civile tunisina, nel quale si riferisce anche della paralisi attuale della LTDH, ma non se ne spiegano i motivi, lasciando intendere che sia dovuta ad insanabili contrasti interni, senza ricostruire la storia delle interferenze continue da parte delle Autorità.

D’altronde in Tunisia non esiste la libertà di stampa e non esiste la libertà di espressione. La Tunisia  è il paese dove è stato oscurato perfino Facebook (anche se adesso, dopo lo scandalo internazionale, il Presidente ne ha permesso l’operatività), perché era uno spazio libero di discussione, è il paese dove gli internauti sono processati e imprigionati e dove è impedita ogni libera manifestazione del pensiero.
Mokhtar Trifi mi spiega che anche la sua attività di avvocato è controllata e ostacolata, con la Polizia che impedisce ai clienti di accedere al suo gabinetto privato. Proprio qualche giorno fa – mi dice – arrivando allo studio, ha notato una donna che domandava di lui al venditore di giornali. Ha notato ancora che quest’ultimo le indicava l’ingresso dello stabile. Fatto strano, per tutta la mattinata la donna non si è vista. Cosicché, uscendo, ha chiesto di lei al venditore di giornali. Questi gli ha raccontato che un poliziotto aveva fermato la donna, invitandola energicamente a trovarsi un altro avvocato.

Una telefonata mette fine al nostro colloquio. Mokhtar Trifi mi offre un passaggio in macchina fino al mio hotel. Usciamo insieme dalla sede deserta dell’Associazione e finalmente noto quello che mi era sfuggito all’entrata. Cinque o sei poliziotti in borghese – disposti lungo la strada in posizione strategica – agitarsi al nostro apparire, e telefonare freneticamente ai loro capi per informarli dei nostri spostamenti.

Tunisi, 8 settembre 2008

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