Magistrati e avvocati nella rivoluzione
Nicola Quatrano

Sabato 12 febbraio ho partecipato ad una affollata manifestazione di giudici, avvocati e cancellieri davanti al Tribunale di prima istanza di Tunisi. Erano tutti in toga e tutti molto consapevoli dell’importanza del momento. Scandivano slogan per una giustizia “garante” e avevano preparato un cartello sul quale si poteva leggere “indipendenza della magistrature” in tutte le lingue.
Io ero in compagnia di Hammami Ayachi, un avvocato che è stato sempre molto impegnato nella difesa dei diritti umani. “E’ una tradizione degli avvocati tunisini – mi dice – quella dell’impegno politico. Anche Bourghiba (il padre dell’indipendenza tunisina) era un avvocato e il mondo dell’avvocatura è stato sempre all’opposizione del regime”.

Questo impegno si è manifestato nel corso dei numerosi processi politici contro gli oppositori che hanno caratterizzato il lungo regno di Ben Ali. D’altronde, l’assenza di libertà politica ha reso il terreno della difesa dei diritti umani un campo privilegiato d’azione per tutti coloro che contestavano lo stato di cose esistenti.
Un’altra caratteristica dell’avvocatura tunisina è stata quella di godere di un pieno autogoverno. In Tunisia esiste un unico Consiglio nazionale dell’ordine degli avvocati con sede a Tunisi, che dispone di altre tre sezioni periferiche. Una specie di oasi di libertà in quella prigione a cielo aperto che era il paese governato da Ben Ali, perché le elezioni erano dirette e libere. Ciò ha fatto sì che fossero eletti sovente dei “batonnier” indipendenti e, addirittura, oppositori del regime.

Succede così che proprio degli avvocati siano stati gli autori di alcuni dei numerosi “gesti simbolici” della Rivoluzione tunisina (il primo dei quali è stato senza alcun dubbio il suicidio di Mohamed Bouazizi). Un gesto simbolico è stato senz’altro la manifestazione di circa 300 avvocati davanti al Ministero dell’Interno il 27 dicembre 2010, e lo è stato anche, il 31 dicembre 2011, il cosiddetto “vendredi de la matraque” (venerdì dei manganelli) degli avvocati tunisini. Quel giorno, aderendo all’invito del batonnier, centinaia di avvocati hanno applicato una fascia rossa sulla manica destra della toga, in segno di protesta contro la repressione poliziesca e di solidarietà con la popolazione in lotta. Di fronte a questa iniziativa, il Ministro della Giustizia ha diramato una circolare con la quale si stabiliva che, in nome della dignità del ruolo, non fosse consentito la partecipazione alle udienze di chi non fosse correttamente abbigliato, e squadracce di poliziotti sono entrati nei Tribunali per dare la caccia agli avvocati protestatari, strappare loro la fascia rossa e picchiarli.

Non deve stupire che protagonisti della rivoluzione sia stati, oltre ai giovani disoccupati, anche gli avvocati. Si tratta infatti di categorie sociali e professionali che costituiscono il vero asse portante della Rivoluzione Tunisina. Una rivoluzione che mette insieme la richiesta di lavoro con quella di libertà, che coniuga l’aspirazione dei giovani ad una vita non precaria con quella della società civile (colta e dei professionisti) ad una libertà di espressione autenticamente democratica.  Forse nel futuro tutto questo cambierà, le potenti forze (già in movimento) che intendono condizionare la giovane rivoluzione tunisina riusciranno forse alla fine a snaturarne il carattere. Ma oggi essa è questo: una splendida rivendicazione di libertà, una splendida richiesta di stabilità e sicurezza per le giovani generazioni, condannate altrimenti ad un futuro di incertezza e di precarietà.

La rivoluzione semina idee e il tempo dovrà fare il resto. Se gli avvocati tunisini hanno una tradizione di lotta e di opposizione al Potere, anche i giudici tunisini (almeno una parte di essi) sono impegnati nel lavoro di transizione democratica.

Ne parlo con Kaabi Wassila, una consigliera della Corte di Appello di Tunisi.

“I magistrati in Tunisia non sono indipendenti – mi spiega - Il CSM è composto da 18 membri, di cui solo 3 sono eletti dai giudici, perché tutti gli altri sono membri di diritto o nominati dal Presidente della Repubblica. Anche i tre eletti, poi, lo sono all’esito di procedure gestite in modo per nulla trasparente dal Ministero della Giustizia. Da sottolineare che non è ammessa alcuna corrente organizzata e  tutti i giudici sono candidati per legge alle elezioni del CSM”. Lo stesso CSM – aggiunge - è una specie di organismo fantasma che non ha neppure una sede propria e che si riunisce, in sedute non pubbliche, nei locali del Ministero della Giustizia.
Per quanto poi riguarda lo status giuridico del magistrato, Kaabi Wasila mi dice che non è stabilito alcun criterio oggettivo per le promozioni e i trasferimenti, né vige il principio di inamovibilità.

Kaabi Wassila mi racconta della lotta che lei ed altri magistrati hanno sostenuto per rendere libera e rappresentativa almeno l’associazione dei magistrati tunisini. Si è dovuto attendere il 2005 per avere la prima elezione libera dei dirigenti dell’ANM, dopo una riforma elettorale che ha abolito la scandalosa pratica del voto per delega (ed il conseguente fenomeno dell’accaparramento di esse). Ma questa nuova autentica rappresentatività ha provocato gravi tensioni con l’Esecutivo.

Lei stessa è stata vittima di uno di questi conflitti. Risale anch’esso al 2005, durante la celebrazione del processo contro un avvocato, Maitre Abbou Mohamed, arrestato e processato per aver pubblicato un articolo critico sulle condizioni delle prigioni. Quel giorno, era il 2 marzo, in Tribunale alcuni avvocati hanno manifestato a favore del collega ed è intervenuta la polizia politica, che li ha picchiati e dispersi. Coraggiosamente, dati i tempi e le circostanze, la segreteria dell’Associazione magistrati Tunisini ha protestato, con un comunicato, contro l’intervento della polizia all’interno del Palazzo di Giustizia. Tanto è bastato perché il Consiglio Superiore della Magistratura irrogasse delle sanzioni disciplinari contro tre membri della segreteria che aveva emesso il comunicato incriminato. Kaabi Wassila, per esempio, è stata trasferita a Gabès, una città a 400 km da Tunisi, e, per colmo di perfidia, nelle funzioni di giudice istruttore, vale a dire con un obbligo di presenza quotidiano in ufficio. A Tunisi aveva marito e figli, e questi quasi sei anni di lontananza forzata sono stati pesanti per lei.

Oggi è di nuovo a Tunisi, perché uno dei primi atti del governo di transizione è stata la revoca di tutti i provvedimenti disciplinari per motivi politici nei confronti dei magistrati. E mi ha raccontato la sua storia con un misto di fierezza e di speranza. Anche lei fa parte di quella élite colta e di professionisti che, insieme alla gioventù tunisina, ha letteralmente “fatto la rivoluzione”.  Una bella rivoluzione, almeno fino ad ora, liberatrice di energie fantastiche. E che assapora con gusto e avidamente queste prime ore di libertà, in un clima generale formidabilmente rappresentato da una scritta che campeggia su un muro della principale via di Tunisi, l’avenue Bourghiba. Un graffito semplice e stupendo: “Enfin libres”
 

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