Cf2R (Centre Français de Recherche sur le Renseignement), 5 novembre 2015 (trad.ossin)
 
 
Turchia: verso una guerra civile?
Alain Rodier
 
 
Le elezioni legislative turche del 1° novembre si sono svolte in un clima che è andato sempre più deteriorandosi. E’ la diretta conseguenza della politica, via via più autoritaria, adottata dal presidente Recep Tayyip Erdogan. D’altronde i suoi oppositori non esitano a definirlo “nuovo sultano”. Nello stesso tempo, gli estremisti religiosi, di destra come di sinistra, e i separatisti, sono in costante crescita. Inoltre il conflitto siriano viene ancora a complicare il quadro, soprattutto a causa delle velleità di autonomia dei Curdi locali, vicini ai separatisti del PKK. Tutto ciò provoca l’opposizione di interi settori della popolazione, che tende a radicalizzarsi ogni giorno di più. Dalla polemica politica, i diversi protagonisti passano oramai alle azioni violente.
 
 
Una vittoria elettorale prevista
 
Queste elezioni sono state ampiamente vinte dal Partito della Giustizia (AKP), che ha ottenuto la maggioranza assoluta in Parlamento, e può dunque governare da solo. Se la metà della popolazione che acclama il presidente Erdogan si sente soddisfatta, l’altra metà è furiosa, ma anche preoccupatissima per il futuro, temendo una deriva assolutista del potere. Infatti il partito di Erdogan non ha avuto bisogno di ricorrere a brogli elettorali per vincere, in quanto l’AKP usa una strategia molto ispirata a quella utilizzata dai Fratelli Mussulmani: le classi popolari sono molto corteggiate (1) e inquadrate da un sistema politico-religioso particolarmente efficace. Sono andati dunque a battaglioni a votare per Erdogan. Mentre gli avversari venivano destabilizzati da manovre intimidatorie, con tutta la stampa di opposizione nel mirino di una giustizia agli ordini.
 
Erdogan è sempre riuscito a manovrare i gruppi di pressione per neutralizzarli l’uno contro l’altro. Dopo la sua prima vittoria elettorale del 2003, riportò l’esercito nelle caserme, con grande soddisfazione di tutti i democratici. Per ottenere ciò, si è servito della potente confraternita Gulen, un movimento sociale e religioso che si era infiltrato da anni nei ranghi della polizia e dell’apparato giudiziario. Molti quadri militari sono stati accusati di complotto (detto Ergenekon) e portati alla sbarra o messi ai margini. Una volta domato l’esercito e privato dei suoi poteri pubblici, Erdogan non ha esitato poi a rivoltarsi contro la confraternita Gulen, col pretesto della lotta contro lo “Stato Profondo” (il ventre molle dello Stato, con le sue corruzioni e le reti di relazioni). L’obiettivo era chiaro: stroncarne le ambizioni di influenza. All’uopo ha fatto “uscire” l’esercito, oramai ripulito dagli elementi più laici, usandolo come contrappeso rispetto al potere della polizia e della Giustizia. In questo modo i gulenisti sono stati sradicati da queste due istituzioni, attraverso processi “alle streghe” come era avvenuto per i militari qualche anno prima (2).
 
Se alle ultime elezioni, l’AKP non è riuscito a ottenere la maggioranza dei due terzi necessaria a modificare la Costituzione – e adottare un regime presidenziale – non v’è dubbio che ciò si debba al fatto che Erdogan è oramai solo al comando. Infatti Ahmet Davutoglu non fa altro che dare esecuzione ai suoi ordini. L’insufficienza dei numeri parlamentari potrà forse essere superata, ricorrendo a un referendum. Di fronte a tutte le forze centrifughe che agitano il paese, Erdogan ha deciso di colpire con rapidità per consolidare il suo controllo assoluto del potere, che gli viene dalla vittoria “democratica” riportata dal suo partito alle elezioni. Pensa che, in un paese così volubile come la Turchia, occorra agire velocemente e con decisione, finché gli oppositori sono ancora traumatizzati e la comunità internazionale in attesa.
 
 
La preoccupante moltiplicazione delle violenze
 
Una serie di attentati via via più violenti ha avuto inizio il 5 giugno 2015 a Diyarbakir (3), due giorni prima delle precedenti elezioni legislative, per continuare a Suruç (4), il 20 giugno, e giungere all’abominio del 10 ottobre ad Ankara (5). Bersagli di tutte queste azioni sono stati il Partito della democrazia del popolo (HDP) filo-curdo e i suoi simpatizzanti. Certamente gli attentati di Reynhali – l’11 marzo 2013 (6) – e di Istanbul – il 6 gennaio 2015 (7) – avevano già fatto scalpore a suo tempo, ma nessun responsabile era stato individuato. Sembra solo che, nel primo caso, si sia trattato di una operazione avviata dalla nebulosa dei servizi segreti siriani e, nel secondo, dell’iniziativa di un gruppuscolo dell’estrema sinistra, storicamente assai virulenta in Turchia.
 
 
L'attentato di Suruç, il 20 giugno 2015
 
 
Le autorità hanno annunciato di avere identificato uno dei due autori degli attentati di Ankara. Sarebbe un certo Yunus Emre Alagoz, fratello maggiore di quel Seyh Abdurrahman Alagoz, che si è fatto esplodere a Suruç. Da Gaziantep, dove erano stati loro procurati due giubbotti imbottiti di una carica esplosiva di più di quattro chili di TNT, gli attentatori si sarebbero recati nella capitale a bordo di un’auto condotta da un complice. Un’altra con funzioni di copertura la precedeva per verificare la presenza di posti di controllo. Sono stati fatti scendere su una grande arteria della capitale e, di qui, hanno raggiunto in taxi la manifestazione filo-curda, che si teneva nei pressi della stazione centrale. Poi si sono fatti esplodere con un intervallo di qualche secondo, a una trentina di metri l’uno dall’altro. Saranno rimasti non più di 45 minuti nella capitale, mostrando una grande determinazione.
 
I due fratelli Alagoz erano due giovani turchi di origine curda, originari della provincia di Adiyaman. Erano stati frequentemente in Siria, nella zona controllata dallo Stato Islamico e avrebbero fatto parte di una cellula vicina a Daech chiamata “Dokumacilar”, che usava riunirsi nella “sala da the dell’islam”, che adesso è stata chiusa.
 
Il 24 ottobre, le autorità turche hanno comunicato l’identità di quattro sospetti, uno dei quali di origine kazaka (8), membri di Daech, che sarebbero entrati in Turchia dalla Siria per commettere altre azioni terroriste.
 
Il problema è però che Daech non ha mai rivendicato questi attentati, mentre di solito “dice quello che fa, e fa quel che dice”. Avrebbe almeno potuto “felicitarsi coi fratelli” che avevano compiuto queste azioni. Ma, invece, niente di tutto questo! Non resta che affidarsi a congetture a proposito di queste operazioni terroriste, dal momento che il potere turco (anche prima dell’AKP) ha sempre saputo ben manovrare gli estremisti religiosi.
 
I problemi posti dall’islam radicale non sono infatti una novità per la Turchia. Negli anni 1980, hanno portato alla nascita di Hezbollah turco (Turk Hizbullahi, da non confondere con l’omonimo libanese), con l’aiuto dei servizi segreti della gendarmeria turca (Jandarma Istihbarat ve Terorle Mucadele/JITEM). L’obiettivo era sempre quello di contrastare il PKK. Combattere il marxismo servendosi della religione era all’epoca frequente, come nell’esempio afghano. Ne è derivata una sporca guerra che ha visto combattersi, da un lato, Hezbollah turco e i “guardiani di villaggio” sostenuti dall’esercito e, dall’altro, il PKK. Ma la “creatura” dei servizi segreti turchi è sfuggita, a un certo punto, al controllo dei suoi creatori e, a partire dall’inizio degli anni 2000, le autorità hanno cominciato a combattere il Turk Hizbullahi. E però il verme era già nel frutto.
 
Nel 2012 nasceva il partito Huda-Par, fondato da associazioni curde islamiste radicali, in opposizione sia al potere centrale di Ankara, che al PKK. Alcune frange del partito sono entrate in clandestinità e passate all’azione armata. La guerra civile siriana ha fornito loro l’opportunità di esprimere il loro talento, unendosi ai gruppi salafiti jihadisti. Il governo turco ha chiuso gli occhi sul loro rafforzamento, in quanto l’obiettivo di Erdogan era di rovesciare Bachar el-Assad, per poter giocare un ruolo di primo piano in Medio Oriente. Al pari del Qatar e degli Occidentali, confidava all’epoca nella vittoria dei Fratelli Mussulmani in tutto il Medio Oriente. E’ per questo che tutte le regioni turche frontaliere con la Siria sono diventate rifugio e luogo di passaggio per i salafiti-jihadisti. Quando i Fratelli Mussulmani avessero preso il potere in Egitto, in Siria e altrove, sarebbe giunto allora il momento di colpire i salafiti-jihadisti. Ma l’evolversi degli eventi ha deciso altrimenti. I Fratelli Mussulmani hanno fallito in Egitto e altrove. Di fronte a questo ribaltamento della situazione, il governo turco ha effettuato un voltafaccia, accettando di unirsi alla coalizione contro Daech, cosa avvertita come un affronto da parte degli islamisti radicali turchi.
 
D’altro canto, Erdogan è furioso per l’andamento preso dagli ultimi avvenimenti in Siria, dove i Curdi siriani – componenti di una coalizione che unisce le Unità di protezione del popolo curdo (9) (YPG/YPJ) e altre forze arabe e siriache – non hanno alcuna intenzione di conquistare Raqqa, come vorrebbe Washington che li appoggia. Obiettivo dei Curdi siriani, infatti, è di unificare tutte le zone che essi controllano lungo la frontiera turca, da Derik a est, fino a Efrin a ovest. Per far ciò, essi devono conquistare la regione di Jarabulus, tenuta da Daech, cosa alla quale Ankara ostinatamente si oppone. E’ per questa ragione che Ankara ha sparato alcuni colpi di avvertimento, alla fine di ottobre, contro unità del YPG che accennavano ad attraversare l’Eufrate verso Jarabulus, a ovest. Agli Statunitensi, l’appoggio offerto a questi “ribelli moderati” (10) potrebbe costare la chiusura per loro della base aerea di Incirlik.
 
Il presidente Erdogan ha preso a pretesto gli attentati in Turchia e i torbidi che ne sono seguiti (11), per rilanciare ampie operazioni militari contro il PKK, facendo soprattutto bombardare posizioni ribelli nel sud-est della Turchia, ma anche nell’Iraq del nord. Non appena ottenuto il successo elettorale, ha poi dato il via ad un’ondata repressiva a tutto campo, in primo luogo contro i media di opposizione, ipotetici esponenti della rete Gulen, il PKK e alcuni attivisti islamici radicali. L’unico ad essere risparmiato è stato il crimine organizzato. E’ lecito chiedersi perché.
 
 
I legami del potere col crimine organizzato
 
In Turchia, le mafie hanno sempre avuto grande forza e intrattenuto stretti rapporti col potere politico. Sono talmente potenti da reggere il confronto con le loro omologhe italiane. I loro esponenti provengono per lo più dalle coste del mar Nero e dal sud-est dell’Anatolia. Storicamente le mafie controllano la “rotta dei Balcani”, lungo cui giungono in Europa droga, esseri umani e prodotti contraffatti e lungo cui viaggiano, in senso inverso, beni di consumo e armi verso il Medio Oriente. Il fatturato annuale di queste organizzazioni criminali viene stimato in 60 miliardi di dollari. Esse sono soprattutto presenti in Germania, in Europa del Nord e in Gran Bretagna, e giocano un ruolo di primo piano in tutti i traffici tra Siria, Iraq e Turchia.
 
La domanda che l’opposizione turca si pone è la seguente: quali servizi può aver reso Sedat Peker, uno dei più noti padrini (baba) del crimine organizzato turco, al presidente Erdogan? In particolare, quale ruolo potrebbe aver giocato negli attentati perpetrati contro il partito filo-curdo (HPD) a Diyarbakir, Suruç e Ankara, soprattutto tendo conto che le operazioni “sotto falsa bandiera” sono frequenti in Turchia? In effetti Sedat Peker è noto alle cronache per i suoi supposti legami col presidente Recep Tayyip Erdogan, in compagnia del quale è stato fotografato in occasione di diverse manifestazioni festive.
 
Nato il 26 giugno 1971 nella provincia di Sakarya (nord-ovest della Turchia), Peker ha trascorso tutta la giovinezza in Germania, prima di rifugiarsi in Romania. Su di lui pendono accuse di omicidio, traffico di droga, estorsione e costituzione di associazione per delinquere, commessi nel suo paese di origine. E’ rientrato in Turchia nel 1998, dopo avere negoziato le condizioni per un rientro volontario. Nel corso del processo, il Procuratore chiese una pena di sette anni e mezzo di reclusione per costituzione di una associazione per delinquere, ma è stato condannato a soli 29 giorni di reclusione! Nel 2007, poi, si è beccato una pena di 14 anni di reclusione per avere diretto una associazione per delinquere. Infine, nel 2013, è stato condannato a dieci anni di reclusione nell’ambito del processo “Ergenekon” ma, come gli altri imputati, è stato scarcerato pochi mesi dopo.
 
Sul piano politico, Peker è un “turanista”, vale a dire esponente del movimento politico che propugna l’unità culturale ed etnica dei diversi popoli dell’Asia centrale. Questa teoria è stata ripresa in Turchia da movimenti di estrema destra – tra cui i Lupi grigi – ma anche da una parte degli islamo-conservatori al potere. Egli nutre quindi sentimenti fortemente anti-curdi, che sono considerati, dai turanisti, colpevoli di rifiutare questa realtà e di volersi separare dal ceppo comune. E’ su questo che Peker sarebbe d’accordo col presidente Erdogan, che ha oramai abbandonato ogni velleità di negoziato col PKK (12). Nel corso della campagna elettorale, Peker ha minacciato tutti quelli che si opponevano al presidente turco e soprattutto è stato sospettato di essere il mandante dell’aggressione, il 1° ottobre 2015, contro Ahmet Hakan, un editorialista del giornale Hurriyet, noto per le sue critiche contro il potere esercitato dall’AKP. Peraltro Peker ha affermato, durante una manifestazione che si teneva nella provincia di Rize, il 9 ottobre: “noi verseremo barili e barili di sangue (curdo)”. Per un partito come l’AKP, che ha sempre rivendicato una irreprensibile condotta morale, questa curiosa vicinanza ad uno dei padrini del crimine organizzato sbalordisce in modo singolare.
 
 
Erdogan si intrattiene con Sedat Peker nel corso di una manifestazione
 
 
Conclusioni
 
Gli osservatori avvertiti temono sempre più che questo pericoloso gioco di biliardo a sei sponde – governo/mafie/estrema-destra/estrema-sinistra/curdi-separatisti/salafiti-jihadisti – possa sfociare in un periodo di grave instabilità, perfino di guerra civile. Erdogan, ebbro per il successo dell’AKP, non ha più remore a porsi come il solo in grado di garantire l’unità del paese. I suoi atteggiamenti sembrano oramai francamente dittatoriali, e minaccia quelli che ancora osano opporsi a lui di rappresaglie giudiziarie. Di fatto la Turchia ritorna ai vecchi demoni degli anni 1980, che hanno determinato vari colpi di Stato militari. Non conosciamo la nuova generazione di ufficiali succeduti a quelli brutalmente silurati agli esordi del governo dell’AKP nel 2003. Si sente investita della tradizione laica di Ataturk, o è infeudata agli islamo-conservatori? Nessun dubbio che le critiche internazionali – soprattutto da parte dell’Occidente moralista – che seguirebbero ad un colpo di Stato che ponesse fine ad un “processo democratico” costituiscano un freno importante ad ogni velleità di ribellione da parte dei quadri dell’esercito turco, a meno che l’esempio egiziano non serva da modello…
 
 
Note:
 
    [1] E’ senza dubbio vero che il livello di vita dei più poveri sia notevolmente migliorato durante il “regno” dell’AKP, mentre gli altri partiti politici si perdono nella corruzione generalizzata.
    [2] Furono all’epoca arrestati e processati da questi stessi gulenisti.
    [3] 5 morti e più di 400 feriti. Il presunto colpevole, Ohran Gönder, è stato arrestato.
    [4] 34 morti e un centinaio di feriti.
    [5] 102 morti e più di 100 feriti.
    [6] 51 morti e 140 feriti.
    [7] La kamikaze autrice dell’attentato uccisa e due poliziotti feriti.
    [8] Walentina Slobodjanjuk - alias Yildiz Bozkurt – munito di passaporto tedesco, e i cittadini turchi Savaç Y. – che ha utilizzato l’identità di Hamza Tonbak -, Ömer Deniz Dündar – quella di Emre Kaya - e Muhammet Zana A. – quella di Murat Özalp. Questi ultimi tre sarebbero membri della cellula « Dokumacilar ».
    [9] E’ il braccio armato del Partito dell’unione democratica (PYD), vicino al PKK.
    [10] Che non hanno però mai attaccato il governo di Bachar el-Assad.
    [11] Dopo l’attentato di Suruç, alcuni Curdi che hanno detto di essere del PKK hanno eseguito una serie di assassinii di elementi delle forze dell’ordine che accusavano di fare il gioco degli estremisti nazionalisti e dei salafiti-jihadisti. Mahmut Dündar, il fratello gemello di Ömer Deniz, si troverebbe ancora in Siria.
    [12] Il presidente Erdoğan era riuscito, con l’aiuto dei servizi segreti, ad avviare dei veri negoziati di pace con il PKK. Ed è lui quello che si è spinto più lontano in questa impresa. Tutto è stato rimesso in discussione perché i Curdi non gli hanno mostrato la riconoscenza ch’egli si aspettava.
 
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