Cf2R (Centre Français de Recherche sur le Renseignement), 2 marzo 2016 (trad. ossin)
 
Turchia: la guerriglia curda cresce di intensità
Alain Rodier
 
Dall’estate 2015, la situazione non cessa di peggiore in Turchia, soprattutto nel sud-est del paese. Il PKK non sembra essere più l’unico movimento a lottare per l’indipendenza o, in mancanza, per una più larga autonomia. Diversi gruppi si battono con sigle diverse, tutti condividendo la medesima ideologia marxista-leninista e lo stesso ispiratore: Abdullah Öcalan. Essi tuttavia si caratterizzano per una novità: si tratta di militanti giovani
 
Abdullah Öcalan
 
Dopo l’avvio di una vasta operazione militare lanciata dalle forze di sicurezza turche nel sud-est del paese a partire dal 14 dicembre 2015, il successivo 20 dicembre sono state ufficialmente fondate le Unità di Protezione civili (Yekineyên Parastina Sivil, YPS). Esse dichiarano più di 1000 combattenti (giovani Curdi determinati a combattere contro le forze di sicurezza turche) e disporrebbero di varie unità, di stanza a Cizre, Silopi, Yüksekova, Nusaybin, Diyarbakir, Sur, Idil e Sirnak, luoghi nei quali si sono registrati aspri scontri con decine di vittime da entrambe le parti, oltre che tra la popolazione civile. Le YPS si ispirano al modello dei loro «cugini» delle Unità di Protezione del Popolo siriane (Yekineyén Parastina Gel, YPG), avendo anch’esse costituito una unità femminile, la YPS-Jin, a immagine delle YPJ siriane.
 
Molti elementi delle YPS proverrebbero dal Movimento della gioventù patriottica rivoluzionaria (Tevgera Ciwanen Welatparêz Yên Soresger, YDG-H), organizzazione comparsa all’inizio del 2013. Il YDG-H, forte di 5000 attivisti e radicato soprattutto a Sirnak e Cizre, è piuttosto un gruppo di civili che organizzano manifestazioni violente con mezzi modesti (bottiglie Molotov, bastoni, armi bianche, ecc). Servirebbe da «riserva umana» per le YPS, che dispongono di una struttura militare bene armata.
 
La specificità di questi due movimenti è che, oltre alla difesa dei diritti dei Curdi, affermano anche di voler sradicare la prostituzione, il traffico di droga e le altre attività criminali tradizionalmente praticate nel sud-est anatolico. E qui si vede una differenza fondamentale col movimento “madre”, il PKK, e il suo braccio armato, la Forza di Difesa del Popolo (Hêzên Parastina Gel, HPG). Perché si deve sapere che il PKK ha sempre contato, per il suo finanziamento, sull’imposta rivoluzionaria – che potrebbe essere assimilata ad un racket - -gravante sulle popolazioni curde, sia residenti che all’estero, ma anche su tutti i traffici, compreso quello della droga, che è il più remunerativo.
 
Un movimento di giovani militanti era già stato fondato nel 2004, i Falchi della Libertà del Kurdistan (Teyrênbazên Azadiya Kurdistan, TAK), ma si trattava semplicemente di una emanazione del PKK che voleva darsi un’immagine più presentabile nei negoziati con le autorità di Ankara. Esso venne utile soprattutto quando il governo di Recep Tayyip Erdogan, all’epoca primo ministro, negoziò una “pace dei coraggiosi” – con la mediazione dei suoi servizi segreti (o MIT) – con Abdullah Öcalan, il leader storico del movimento che sta scontando una condanna all’ergastolo sull’isola-prigione di Imrali. Di fatto, per quanto in prigione, quest’ultimo mantiene – quando il governo lo autorizza – dei contatti con l’esterno e gode tuttora di grande prestigio tra le popolazioni curde.
 
L’attuale capo del TAK sarebbe un certo dottor Fahman Hussein - alias Bahoz Erdal – detto “il boia”. Questo siriano di origine curda è stato il capo militare della Forza di Difesa del Popolo (HPG) dal 2004 al 2009. Era allora il numero tre del consiglio di direzione del PKK, subito dopo Murat Karayilan e Cemil Bayik, due combattenti storici del movimento separatista curdo-turco. Da notare che il TAK è responsabile di molti attentati su tutto il territorio turco, compreso l’ultimo del 17 febbraio 2016 nel centro di Ankara. Esso aveva come obiettivo i bus dei militari che rientravano dal lavoro e ha provocato 30 morti e 61 feriti. Il TAK minaccia apertamente di attaccare le zone turistiche e sconsiglia agli stranieri di recarvisi, non garantendo la loro sicurezza. L’obiettivo è chiaramente quello di colpire l’economia turca, di cui il turismo è una posta fondamentale. Soprattutto dopo che questa industria è già stata gravemente colpita dalle sanzioni russe, seguite alla crisi politica in corso tra Mosca e Ankara.
 
Il sud-est anatolico
 
Per quanto l’operazione militare lanciata in dicembre sia ufficialmente terminata il 12 febbraio 2016, molte località del sud-est anatolico continuano ad essere sottoposte ad uno stretto coprifuoco. Le forze di polizia e della gendarmeria, col sostegno dell’esercito, tentano di mettere in sicurezza la regione. Stanno scoprendo numerosi nascondigli e congegni esplosivi improvvisati (IED) a profusione. La tattica dei ribelli curdi, che ha privilegiato a partire dal 2015 gli scontri nelle città – mentre tradizionalmente avevano privilegiato nel passato il controllo di macchie di territorio nella zona tormentatissima del sud-est della Turchia, a ridosso dei loro tradizionali rifugi dell’Iraq del nord, soprattutto nella regione del Monte Qandil -, non sembra avere prodotto buoni risultati. Infatti, sotto la pressione delle forze di sicurezza turche, i militanti sono stati costretti a rifugiarsi nei campi, dove sono molto più inafferrabili. L’inverso, assai rigido in questa parte della Turchia, rallenta le operazioni. E’ quindi probabile che, con l’arrivo della primavera, vi sarà un ritorno di violenza.
 
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