Analisi, agosto 2012 - L’anniversario di Hiroshima, il 6 agosto, dovrebbe essere un giorno di amara riflessione, non soltanto su quanto di terribile avvenne quel giorno del 1945, ma anche su quello che ci ha rivelato: vale a dire che gli esseri umani, nel loro sforzo incessante per aumentare le loro capacità distruttive, hanno finalmente trovato uno modo di avvicinarsi al limite estremo






Truth-out.org, 2 agosto 2012 (trad. ossin)



L’ombra di Hiroshima
Noam Chomsky


L’anniversario di Hiroshima, il 6 agosto, dovrebbe essere un giorno di amara riflessione, non soltanto su quanto di terribile avvenne quel giorno del 1945, ma anche su quello che ci ha rivelato: vale a dire che gli esseri umani, nel loro sforzo incessante per aumentare le loro capacità distruttive, hanno finalmente trovato uno modo di avvicinarsi al limite estremo.


Quest’anno le cerimonie di commemorazione hanno un significato particolare. Esse anticipano di poco il 50° anniversario del “momento più pericoloso della storia dell’umanità”, come lo ha definito Arthur M. Schlesinger jr, storico e consigliere di John F. Kennedy, parlando della crisi dei missili di Cuba.


Graham Allison scrive nell’ultimo numero di Foreign Affairs che Kennedy “diede l’ordine di fare qualcosa che sapeva avrebbe aumentato il rischio non solo di guerra convenzionale ma anche di guerra nucleare” con una percentuale che valutava del 50%, una stima che Allison giudica realistica.

Kennedy decretò un’allerta nucleare di alto livello che autorizzava “degli aerei della NATO con piloti turchi… (o altri)… a decollare, dirigersi verso Mosca e lanciare una bomba”.


Nessuno è rimasto più scioccato dalla scoperta dei missili a Cuba, degli uomini che avevano in carico gli identici missili che gli Stati Uniti avevano dispiegato a Okinawa sei mesi prima, in un periodo di forti tensioni regionali, e che erano certamente puntati sulla Cina.


Kennedy ha trascinato il presidente Nikita Kruscev “sull’orlo di una guerra nucleare, ha guardato in basso e non ha avuto il coraggio di andare avanti”, secondo il generale David Burchinal, che era un ufficiale di alto rango del Pentagono, responsabile della strategia. Si può difficilmente contare sul fatto che vi sia sempre qualcuno così saggio ai comandi.


Kruscev ha accettato un accordo elaborato da Kennedy che ha posto fine alla crisi in extremis. Allison scrive che la clausola più audace dell’accordo era “una concessione segreta, la promessa di ritiro dei missili statunitensi dalla Turchia nei sei mesi successivi alla fine della crisi”. Si trattava di vecchi missili che stavano per essere rimpiazzati da invulnerabili sottomarini Polaris molto più micidiali.


Insomma, perfino a rischio di una guerra di distruzione inimmaginabile, sembrava necessario rafforzare il principio del diritto unilaterale degli Stati Uniti di dispiegare missili nucleari ovunque, alcuni puntati sulla Cina, altri sulle frontiere della Russia che non aveva mai prima dispiegato missili fuori dai confini dell’URSS. Si sono ovviamente trovate tutta una serie di giustificazioni, ma io credo che nessuna di esse resista all’analisi.


Un principio corollario era che Cuba non avesse il diritto di possedere missili per difendersi da una invasione degli Stati Uniti che sembrava imminente. I piani di Kennedy, i programmi terroristi, l’operazione Mongoose, erano finalizzati a suscitare “una aperta rivolta per rovesciare il regime comunista” nell’ottobre 1962, il mese della crisi dei missili, sapendo bene che il “successo definitivo richiederà un intervento militare decisivo degli Stati Uniti”.


Le operazioni terroriste contro Cuba sono di solito trascurate dai commentatori statunitensi, come semplici maneggi della CIA. Non stupisce che le vittime le vedano in modo diverso. Si può finalmente ascoltare la loro voce nel saggio di Keith Bolender “Voices from the Other Side: An oral history of terrorism agaunst Cuba” (Le voci dell’altro campo: una storia orale del terrorismo contro Cuba).


I fatti dell’ottobre 1962 vengono ampiamente considerati quello che Kennedy ha fatto di meglio. Allison li presenta come una “guida sul modo di disinnescare i conflitti, gestire le relazioni tra le grandi potenze e prendere delle sagge decisioni di politica estera in termini generali”. In particolare oggi, i conflitti con l’Iran e la Cina.


Il disastro era pericolosamente vicino nel 1962 e altri momenti pericolosi non sono mancati
successivamente. Nel 1973, durante gli ultimi giorni della guerra israelo-araba, Henry Kissinger ha decretato una allerta nucleare di alto livello. L’India e il Pakistan sono stati molto vicini a scatenare una guerra nucleare. Vi sono stati innumerevoli casi in cui l’intervento umano ha bloccato all’ultimo minuto un attacco nucleare scatenato da erronei rapporti dei sistemi informatici. Non mancano gli spunti di riflessione in questo 6 agosto.


Allison, come molti altri, considera il programma nucleare iraniano come la più grave crisi attuale, “una sfida ancora più complessa per i politici statunitensi della crisi dei missili cubani”, a causa della minaccia di un bombardamento israeliano.


La guerra contro l’Iran è già bene avviata, con gli assassini degli esperti e le pressioni economiche che hanno toccato il livello di “guerra non dichiarata”,  secondo lo specialista dell’Iran, Gary Sick.
          
La sofisticata guerra cibernetica contro l’Iran rende fieri quelli che la conducono. Il Pentagono considera una guerra cibernetica come “un atto di guerra” che dà diritto a chi è attaccato di “rispondere con le forze militari convenzionali”, secondo il Wall Street Journal. Sottintesa è la solita eccezione: salvo quando l’aggressore siano gli Stati Uniti o i loro alleati.


La minaccia iraniana è stata recentemente posta in evidenza dal generale Giora Eiland, uno degli strateghi militari di più alto grado in Israele, e che viene considerato come “uno degli uomini più intelligenti e creativi” (dell’esercito israeliano).


Tra le minacce che evidenzia, la più credibile è che “tutti gli scontri alle nostre frontiere si svolgeranno sotto lo scudo nucleare iraniano”. Potrebbe dunque essere impedito a Israele di ricorrere alla forza. Eiland pensa, come il Pentagono e i servizi segreti USA, che la principale minaccia che l’Iran pone a Israele è costituita dall’erosione della sua forza di dissuasione.


L’attuale escalation della “guerra non dichiarata” contro l’Iran accresce la possibilità di una guerra accidentale su larga scala. Questo rischio si è materializzato il mese scorso quando una nave della marina statunitense, che fa parte dell’immensa flotta dislocata nel Golfo, ha sparato su un piccolo battello da pesca, uccidendo un Indiano e ferendo 3 altri membri dell’equipaggio. Non serve molto per fare scoppiare una guerra di grande ampiezza.


Una maniera intelligente per evitare queste terribili conseguenze sarebbe la scelta di “stabilire in Medio oriente una zona esente da armi di distruzione di massa e di ogni specie di missili, nonché una interdizione mondiale delle armi chimiche”, secondo i termini della Risoluzione 687 dell’aprile 1991 del Consiglio di Sicurezza che gli Stati Uniti e l’Inghilterra hanno invocato per dare una copertura legale alla loro invasione dell’Iraq di 12 anni più tardi.


Dal 1974, l’obiettivo sono l’Iran e i paesi arabi, su di esso si ritorna continuamente e oggi sembra essersi realizzato un consenso quasi generale, almeno formalmente.


Una conferenza internazionale per studiare la realizzazione di un trattato (sul commercio delle armi convenzionali) dovrebbe svolgersi in dicembre.


Non si faranno progressi su questa strada senza un sostegno massiccio dell’opinione pubblica occidentale. Se non si coglie questa opportunità, l’ombra tragica che oscura il mondo da quel 6 agosto fatidico si farà ogni giorno più minacciosa.

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