Analisi, gennaio 2015 - Secondo Eric Denécé, direttore del Centre Français de Recherche sur le Renseignement (Cf2R), nonostante alcuni soprassalti sanguinosi, il fenomeno dello Jihadismo è destinato ad un rapido fallimento (nella foto, una delle spaventose immagini della retorica jihadista)


 

Cf2R (Centre Français de Recherche sur le Rensignement), 10 gennaio 2015 (trad. Ossin)


Il sanguinoso crepuscolo degli jihadisti

Eric Denécé


Gli attacchi terroristici del 7,8 e 9 gennaio erano attesi, anche se i nostri servizi non sapevano quando e contro chi si sarebbero diretti. Nessuno ignorava che Charlie Hebdo era un bersaglio. Infatti uno dei numeri del periodico Inspire, pubblicato da Al Qaeda nel 2013, forniva una descrizione esatta del modo in cui sono stati poi assassinati i redattori di Charlie Hebdo. Ciò vuol dire che i fratelli Kouachi non hanno fatto altro se non eseguire una sorte di “fatwa” e che non sono stati loro autonomamente e scegliersi l’obiettivo

Questi barbari atti di terrorismo provocano orrore, stupore e incomprensione tra i nostri compatrioti e tra una buona parte dei commentatori, che non riescono a concepire come una simile violenza bruta e cieca possa aver toccato il nostro territorio e provenire da individui che si sono formati nella nostra società. Tutto alimenta la paura che altri atti possano essere commessi.

E’ dunque utile fare il punto sui modi di reclutamento delle reti islamo-terroriste e sulla natura stessa degli individui che vi entrano a farne parte, prima di esaminare la portata di questi atti criminali.


Il profilo dei “folli di Allah”

La quasi totalità di coloro che entrano nella jihad armata, Al Qaeda o lo Stato Islamico, può essere classificata in quattro categorie:

-    Delinquenti o criminali, spesso reclutati in prigione. Alcuni imam radicali riescono a reclutarli promettendo loro che, se continueranno a fare quel che fanno in nome dell’islam – e non solo per il loro profitto personale – le loro azioni diventeranno lecite e conformi alla volontà di Allah;
-    Esaltati e mentalmente disturbati, che sognano la guerra e l’azione, che cercano ad ogni costo di affermare la propria virilità e sono alla ricerca di violenza e di avventure epiche per esprimerla. Sono in qualche modo schiavi del loro testosterone. Ad essi la jihad offre un’occasione unica di compiacere le loro inclinazioni e di mediatizzarle per soddisfare il loro ego disturbato;
-    Frustrati, che non riescono a integrarsi nella nostra società attraverso il lavoro, lo studio, la socializzazione, il matrimonio, ecc. Anche qui, alcuni imam radicali riescono a convincerli che i loro fallimenti non sono colpa loro, ma dell’ambiente che li respinge, e inculcano loro l’idea che è legittimo che essi modifichino la situazione a loro vantaggio e agendo con la forza;
-    Ritardati e sempliciotti, senza punti di riferimento, di grande fragilità psicologica, nei cui confronti la propaganda dei barbuti funziona a meraviglia.

Tutti gli jihadisti presentano una patologia psichiatrica, caratteri ossessivo -compulsivi, perfino depressivi, oltre ad una incapacità di socializzazione. L’analisi del loro passato dimostra che essi si erano volontariamente isolati, che molti di loro erano stati testimoni di crisi familiari, e che molti di loro erano disoccupati. Alcuni facevano uso di droga, quando non praticavano direttamente lo spaccio (1).

I due “guidatori pazzi” che hanno intenzionalmente investito la folla a Digione e Nantes, poco prima del Natale 2014, ne sono la perfetta illustrazione. Quello di Digione aveva avuto 147 ricoveri in ospedale psichiatrico nel corso dei quattro anni precedenti. Quanto a quello di Nantes, a parte il fatto che era sotto l’effetto dell’alcol, ha lasciato un diario nel quale esprimeva tutto il suo “odio per la società”. (2)

Tutti questi individui sono alla ricerca di una “causa” che consenta loro di compiacere le loro inclinazioni più vili o di risolvere le loro frustrazioni e il loro malessere. Se ne infischiano della religione, che non ha molto a che vedere con queste cose. La maggior parte, d’altronde, è totalmente ignorante e ripete solo stupidamente qualche versetto che gli è stato incessantemente ripetuto dagli imam radicali, meno stupidi di loro, ma ben più pericolosi perché li strumentalizzano a loro profitto.

Quelli che non rientrano in questo profilo sono una infima minoranza, eccezioni che confermano la regola. Aggiungiamo che i diplomi universitari di certi jihadisti non sono per nulla una garanzia della loro salute mentale.

Così Mohamed Merah e Mehdi Nemouche, Bertrand Nzohabonano[3], Maxime Hauchard, Mickaël Dos Santos e, prima d’essi, Christophe Caze e Lionel Dumont[4], Hervé Djamel Loiseau[5], Pierre Robert[6] e Willie Brigitte[7], rientrano tutti in una delle categorie più su delineate. Lo stesso vale per i canadesi Michael Zehaf-Bibeau[8] e Martin Couture-Rouleau[9], l’australiano Man Haron Monis[10] e lo statunitense Mohammad Reza Taheri[11]. Ed è anche il caso di Saïd e Chérif Kouachi, autori del massacro dei giornalisti di Charlie Hebdo, come di Ahmedi Coulibaly. Purtroppo non c’è nulla di nuovo in tutto questo.

Ciò che per contro è preoccupante, è che le nostre società sviluppate, in crisi economica, di identità e di valori, generano sempre più individui fragili, frustrati o malati, che sono le reclute ideali per i predicatori d’odio.


L’attrazione dello Stato Islamico

Più ancora di Al Qaeda, è lo Stato Islamico a esercitare su questi individui un innegabile potere di attrazione. Esso controlla infatti un territorio nel quale può mettere in applicazione i principi di vita che ne guidano l’azione e i giovani che vi giungono trovano qui quel che manca loro in Occidente o altrove: una ragion d’essere che li esoneri da ogni necessità di riflessione, un salario, delle mogli e attività guerriere che offrano uno sfogo alle loro frustrazioni.

Come ricorda Olivier Roy, “Daech offre un formidabile terreno di gioco a questi giovani, è il video gioco totale di cui si sono nutriti, l’avventura. Sono belli, virili, con le loro mitragliatrici pesanti sui 4x4 dove sono caricati i loro nemici”.  Così sono certi di guadagnarsi le prime pagine dei giornali e di piacere alle ragazze. “Quello che vogliono e di far paura alle persone che li hanno umiliati o che non li hanno compresi” (12)

Per molti, le condizioni di vita – materiali, sentimentali e sessuali – nel Califfato sono migliori che nei loro paesi di origine; è soprattutto il caso dei combattenti ceceni che affluiscono numerosi, perché le condizioni di combattimento, in Iraq e in Siria, sono meno dure di quelle contro i Russi e la temperatura è più clemente…

I supporter dello Stato Islamico gridano per ogni dove che i massacri imputati a Daech sono solo propaganda occidentale e che il loro “Stato” è un paradiso, una vera oasi di pace e di giustizia. Molti giovani jihadisti del mondo arabo pensano che lo Stato Islamico offra loro una maggiore giustizia sociale. Indubbiamente intendono la legalizzazione dell’omicidio e della tortura, dello stupro e del matrimonio forzato, l’istituzionalizzazione del racket, la sottomissione delle donne e di tutti quelli che non sono mussulmani, perfino degli stessi mussulmani quando non sono sufficientemente radicali… e ovviamente lo sterminio degli sciiti.


Colpevoli a cascata

Se questi individui lobotomizzati sono interamente colpevoli dei crimini che commettono, conviene però tenere conto del fatto che non sono i soli. Occorre in effetti distinguere tra due tipi di responsabilità – e conseguentemente altri due tipi di avversari contro cui lottare:

-    Quelli che li indottrinano e li spingono ad agire, vale a dire gli imam radicali e i responsabili dei movimenti terroristici stranieri. Diversi “combattenti” occidentali rientrati dalla Siria hanno testimoniato del ruolo essenziale svolto dai predicatori ultra-radicali nel condizionamento degli jihadisti. Questi imam attingono la loro ideologia dell’odio dai testi dei Fratelli Mussulmani e del salafismo. Sono loro a incoraggiare e legittimare gli atti più barbari. Essi spingono le loro “pecorelle” alla morte e al martirio per la loro sola gloria e per accrescere la loro presa spirituale.

-    Quelli che alimentano il fenomeno, sostenendolo direttamente o indirettamente:

Il Qatar e l’Arabia saudita, sostegni ideologici e finanziari del salafismo e dei Fratelli Mussulmani. Questi regimi arabi alleati dell’Occidente sono i più inegualitari al mondo. Sono monarchie estremiste, ipocrite e schiaviste, irrispettose delle libertà politiche e religiose, dei diritti delle donne e degli stranieri, dei diritti dei lavoratori e sostenitrici ad ampio raggio del terrorismo e della jihad in tutto il mondo, con l’illusoria speranza che le loro creature non si rivoltino un giorno contro di loro.

La Turchia, il cui regime sempre più personale e autoritario del presidente Erdogan, membro dei Fratelli Mussulmani, appoggia gli jihadisti in Siria per consolidare la propria influenza regionale, ma anche perché condivide il sogno del Califfato. Ricordiamo che si tratta di uno Stato membro della NATO e candidato a fare ingresso nell’Unione Europea.

Gli Stati Uniti, che hanno contribuito alla nascita del fenomeno Daech con l’illegittima invasione dell’Iraq nel 2003 e lo smantellamento dell’esercito di Bagdad.

Ma anche la Francia che, con la sua cieca ostilità verso Bachar el-Assad, ha influenzato taluni nostri compatrioti mentalmente disturbati a unirsi ai ranghi jihadisti contro il regime siriano.


Il generale fallimento dei radicali e dei terroristi

Peraltro, nonostante il pericolo che rappresentano, gli odiosi crimini che perpetrano e la propaganda che ne fanno in tutto il mondo, questi jihadisti non colgono grandi successi. E’ perfino possibile osservare che, dalla metà degli anni 1990, essi hanno globalmente fallito ogni loro intrapresa:

-    In Algeria, i GIA e il GSPC non sono riusciti a rovesciare il regime algerino e AQMI (Al Qaeda nel Maghreb Islamico), loro erede, è oggi a pezzi. Sicuramente hanno provocato sanguinosi scontri nel paese (più di 100.000 morti), ma alla fine sono stati battuti. In tempi più recenti, il loro tentativo di impossessarsi del sito di produzione di gas di In Amenas (2013) si è risolto in una cocente sconfitta, con la morte di numerosi ostaggi.

-    Al Qaeda non è più riuscita a commettere altri attentati della portata di quelli dell’11 settembre 2001. Il gruppo terrorista è stato distrutto all’80%, Osama Bin Laden è stato eliminato, come la maggior parte degli altri leader. Ayman Al-Zawahiri non è protagonista oramai che di qualche diatriba di poco conto, perché la sua organizzazione è stata soppiantata da Daech, con il quale vi sono stati degli scontri sanguinosi in Siria.

-    Le pseudo “rivoluzioni arabe”, che hanno portato gli islamisti al potere (Tunisia, Libia, Egitto) hanno solo rimpiazzato un dispotismo con un altro. Esse non hanno risolto i problemi che ne erano all’origine e sono solo riuscite a produrre due cose: aggravare la situazione interna dei paesi (insicurezza, crisi economica, disoccupazione, ecc) provocando frustrazioni ancora maggiori; permettere l’espansione dell’islam radicale e il libero reclutamento degli jihadisti. Oggi i Fratelli Mussulmani sono stati scacciati dal potere in Egitto – nonostante l’appoggio degli Stati Uniti – da una popolazione stufa delle loro pratiche e delle loro sciocchezze. In Tunisia sono stati per due volte battuti alle elezioni legislative (2013) e presidenziali (2014).

-    I terroristi islamici del Sahel sono stati strigliati dall’esercito francese con l’operazione Serval (2013) e non possono ricostituirsi come vorrebbero a causa della prosecuzione delle azioni con l’operazione Barkhane (2014).

-    Lo Stato Islamico ha potuto impadronirsi, nel primo semestre del 2014, di una parte della Siria e dell’Iraq e così proclamare il Califfato, approfittando di una situazione favorevole, primariamente dovuta agli errori politici del governo sciita di Al-Maliki. Tuttavia, nonostante l’altisonante comunicazione delle sue vittorie, le sconfitte sono state numerose: Daech non è riuscito a rovesciare Bachar, nonostante l’imponente aiuto internazionale di cui ha beneficiato. Non è riuscito nemmeno a impadronirsi di Bagdad e del Kurdistan. Di fatto, dall’estate 2014, ha cominciato a ripiegare in quanto gli attacchi e i raid dei commando occidentali e iraniani sono particolarmente efficaci: hanno provocato ad oggi quasi 4000 vittime tra i suoi ranghi, vale a dire più del 20% dei suoi effettivi (13). Inoltre comincia a dover fare i conti con serie difficoltà finanziarie.

-    In Somalia gli Shabab, per quanto sempre attivi e pericolosi, hanno subito delle sconfitte ad opera delle forze keniote, perdendo regolarmente terreno e un gran numero dei loro leader sono stati eliminati.

 Situazioni suscettibili di sviluppo restano in qualche accesso purulento: in Libia (a causa del nostro disastroso intervento) (14), in Nigeria, in Yemen, in Afghanistan (che l’intervento occidentale non è riuscito a pacificare) e in Pakistan, paese durevolmente destabilizzato dalla presenza di numerosi gruppi radicali e terroristi.

In realtà, l’unico successo che gli jihadisti hanno riportato è stata la guerra di liberazione in Afghanistan contro i Sovietici, dal 1979 al 1989, grazie all’aiuto statunitense.

Quanto alla Francia, nonostante l’orrore di questi ultimi giorni, il nostro paese è stato in fin dei conti toccato solo marginalmente dagli atti terroristi – grazie alla qualità del lavoro dei nostri servizi di informazione e di sicurezza – nonostante le ripetute minacce di cui siamo stati fatti oggetto.

Dal settembre 2001 al gennaio 2015, in Francia e all’estero (Algeria, Mali, Somalia) 49 nostri compatrioti hanno perso la vita (15), dunque una media di 3,2 vittime all’anno. E’ certo troppo, soprattutto per le famiglie colpite. Ma in termini generali questo dimostra che le azioni terroriste non hanno mai raggiunto l’ampiezza di quelle che vi sono state negli Stati Uniti, in Spagna e in Inghilterra e che il nostro paese è lungi dall’essere stato destabilizzato dagli jihadisti, nonostante le oro imprecazioni cariche di odio. Altrettanto occorre riconoscere l’esagerata reazione dei media agli avvenimenti dei giorni scorsi (16).

Occorre anche ricordare che i nostri Servizi hanno sventato circa 70 attentati dal 2001 (vale a dire circa 5 all’anno). Dunque conviene mantenere la calma e rispondere, a coloro che reclamano a gran voce un rafforzamento del controllo poliziesco, che il nostro sistema funziona e che ci ha già evitato il peggio. Occorre certamente rivedere certi metodi di valutazione dei potenziali terroristi – che sono riusciti a tranquillizzare la polizia prima di passare all’azione – coordinare meglio l’attività della DGSI con le unità di informazione territoriale e prepararsi ad un acuirsi probabile della minaccia.  

Soprattutto dobbiamo accettare – anche se è difficile – il fatto che, di tempo in tempo, dei terroristi riescano a passare attraverso le maglie dei controlli e a commettere degli attentati. Bisogna essere realisti, la sicurezza al 100% è un’utopia. Nuovamente ricordiamo il modesto impatto umano dei loro attacchi, paragonato agli incidenti stradali (3250 morti all’anno), alle morti dei bambini per maltrattamenti in famiglia (730 all’anno), delle donne per mano dei loro compagni (122 all’anno), al numero annuale degli omicidi (655 all’anno) (17) o a quello delle vittime francesi dello Tsunami del 2004 (95 morti).


La speranza egiziana

Di fronte all’oscurantismo di terroristi senza cervello, indottrinati e manipolati da imam radicali e settari, serie ragioni di speranza ci vengono dall’Egitto. In effetti l’atteggiamento del presidente al-Sisi deve essere evidenziato, la sua azione apprezzata e le iniziative sostenute.

Il medesimo giorno in cui Charlie Hebdo veniva attaccato e i suoi redattori massacrati, un altro avvenimento di considerevole importanza – totalmente ignorato in Francia – avveniva in Egitto. Il presidente al-Sisi ha abbreviato un viaggio di Stato in Kuwait, per poter partecipare ai festeggiamenti del Natale copto al Cairo.

E’ la prima volta nella storia dell’Egitto – Stato da sempre governato dai sunniti – che un capo di Stato partecipa alla messa di mezzanotte copta. Mai Mubarak, in trenta anni di regno, né i suoi predecessori (Sadat, Nasser e il re Farouk) avevano manifestato una simile considerazione nei confronti dei cristiani di Egitto, che rappresentano più del 20% della popolazione. Al contrario, i leader del paese li hanno sempre considerati come cittadini di seconda categoria.

L’iniziativa del presidente al-Sisi è eccezionale e segna una vera rottura dopo l’intermezzo sanguinoso conosciuto dall’Egitto col regime dei Fratelli mussulmani. E’ allo stesso tempo manifestazione di grande coraggio, di grande umanità e di rimarchevole senso politico.

Qualche giorno prima, il capo dello Stato egiziano aveva già tenuto, in occasione del nuovo anno, un discorso risonante – anch’esso passato in Francia sotto silenzio – sulla necessità di rivedere alcuni dei testi dell’islam.

Infatti il 1° gennaio, all’università di Al-Azhar, al Cairo (la più alta autorità religiosa del mondo sunnita), ha dichiarato che le uccisioni commesse in nome dell’islam sono inammissibili. Ha proposto davanti a milioni di telespettatori che i testi posteriori al Corano – vale a dire gli hadith e la sunna – siano riveduti dai religiosi, perché non possano essere più servire da fondamento ad atti terroristi. Inoltre ha affermato che sarebbe inconcepibile che 1 miliardo e 600 milioni di mussulmani vogliano uccidere gli altri 7 miliardi di abitanti del pianeta, per poter vivere la loro religione.

Ex direttore della Intelligence militare, profondamente attaccato al suo paese, fedele alla sua fede mussulmana, il presidente al-Sisi, come molti dei suoi correligionari, è atterrito dalle violenze commesse in nome dell’Islam da Daech, Al Qaeda e dai Fratelli Mussulmani, e dal numero di vittime che provocano. Questi gruppi, con la loro barbarie, stanno quindi aprendo una discussione importante in seno al mondo mussulmano, in quanto moltissimi credenti sono disgustati di queste derive e respingono questa lettura oscurantista dell’Islam.

Bisogna apprezzare le iniziative del capo dello Stato egiziano, perché sembra essere uno dei pochissimi uomini in grado di sbloccare la situazione in Medio Oriente e nel mondo arabo-mussulmano. Così i suoi compatrioti non si ingannano nel definirlo già il “De Gaulle egiziano”. Bisogna comunque sostenerlo nelle sue iniziative di apertura giacché, evidentemente, tutti gli estremisti e i radicali che conta l’islam gli si oppongono fermamente e già lo qualificano apostata.


Come ogni movimento congiunturale e generazionale, anche lo jihadismo passerà col tempo. Ovviamente simili atti di crudeltà e violenza sono preoccupanti. Dappertutto vi sono gruppi terroristi che minacciano e commettono atrocità. Essi rappresentano senza dubbio una minaccia reale e durevole. Ma questa situazione non significa che vinceranno; al contrario, così come a partire dal 1943 cominciò ad essere chiaro agli strateghi alleati che la Germania avrebbe perso la Seconda Guerra Mondiale, nonostante i successi che ancora il suo esercito mieteva, noi possiamo da qualche tempo osservare che si va delineando la sconfitta degli jihadisti.

Numerosi sono coloro che la pensano così: per esempio, una analisi della Intelligence algerina (18) riferisce che terroristi pentiti o arrestati raccontano di una smobilitazione completa dell’AQMI, provocata dalle pressioni dei servizi di sicurezza, dalla neutralizzazione di molti combattenti e capi influenti, dalle defezioni incessanti e dalle difficoltà di reclutamento, dalla mancanza di approvvigionamenti in prodotti alimentari e in medicine, dalla carenza di armi e munizioni, e anche dalle lotte intestine. Allo stato attuale i terroristi di AQMI sono costretti ad arroccarsi in zone accidentale, boscose e di difficile accesso, dalle quali sono in grado di fare solo qualche sporadica azione. Per sopravvivere, questo gruppo si è allo stato ridotto a reclutare i suoi candidati alla jihad nell’ambito familiare dei suoi membri, tra gli ex terroristi liberati dalle prigioni, tra i pregiudicati e, sempre più frequentemente, all’estero (Maghreb, Sahel, Africa nera e Europa), a causa di carenza di candidati algerini. Ciò spiega, in parte, perché esso si sia ampiamente trasformato in un gruppo criminale.

Certamente questo fenomeno non finirà domani, ma è evidente il suo fallimento, nonostante i soprassalti sanguinosi. Manteniamo la speranza.


Note:

[1] Alain Rodier, « Qu'est-ce qu'un loup solitaire », Note d'Actualité n°378, gennaio 2015, www.cf2r.org.

[2] Idem.

[3] Che ha attaccato un Commissariato a Joué-lès-Tours, alla fine del 2014.

[4] Membro della gang del Roubaix (1997)

[5] Morto a Tora Bora, in Afghanistan alla fine del 2001.

[6] Responsabile degli attentati di Casablanca del maggio 2003.

[7] Arrestato in Australia nel 2003 mentre preparava un attacco contro dei siti militari della regione di Sydney.

[8] Che è penetrato nel Parlamento di Ottawa dopo avere uccido una guardia.

[9] Che è piombato con la sua auto su due militari. Si trovava in una situazione di grande sconforto psicologico, dopo una depressione.

[10] Ex sciita iraniano convertito al sunnismo radicale, autore nel dicembre 2014 del sequestro di ostaggi a Sydney.

[11] Ha scagliato la sua jeep Cherokee contro la folla dell’Università della Carolina del Nord, nel 2006.

[12] « Chez les jeunes anti-système, le djihad a remplacé le mythe de la Révolution », L'Opinion, 26 novembre 2014.

[13] Gli attacchi aerei (quasi 1 700) hanno da soli eliminato 3 200 combattenti, 58 carri, 184 veicoli armati e diverse centinaia di istallazioni militari (centri di comando, campi di addestramento e depositi logistici). Cf. Kai Pfaffenbach, « U.S.-led air strikes have hit 3,222 Islamic State targets: Pentagon », http://www.reuters.com/article/2015/01/07/us-mideast-crisis-strikes-damage-idUSKBN0KG1ZM20150107.

[14] Negli ultimi quindici giorni, i movimenti Ansar el-Islam, Jound el-Islam e altri gruppi che avevano dichiarato fedeltà allo Stato Islamico si sono alleati alle milizie di Misurata, per estendere il loro controllo sulla regione detta della “crescita petrolifera” libica.

[15] Senza considerare le operazioni militari in Afghanistan e in Sahel ed escludendo anche le vittime degli attentati non diretti contro la Francia, ma compresi i caduti della DGSE durante il tentativo di liberazione di Denis Allex in Somalia.

[16] Ricordiamo che lo stesso giorno dell’attacco di Parigi, Boko Haram radeva al suolo 16 villaggi in Nigeria, uccidendo diverse centinaia di persone e provocando la fuga di altre migliaia verso il Ciad; e che l’esplosione di una vettura imbottita di tritolo nel centro di Sanaa ha provocato almeno 35 morti r 68 feriti.

[17] Ciò che colloca allo 0,06‰ la percentuale di vittime del terrorismo tra le morti violente,

[18] Dipartimento di informazioni e sicurezza (DRS).      

 

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