Analisi, febbraio 2015 - Fino all’inizio del 2015, Daech ha concentrato il suo impegno sul fronte siro-iracheno per conquistare il suo « Stato » e fondare il « Califfato ». Tuttavia, dall’autunno 2014, il movimento salafita-jihadista sembra segnare il passo, non avanzando più, perfino essendo costretto ad abbandonare qualche posizione




Cf2R (Centre Français de Recherche sur le Renseignement), 1° febbraio 2015 (trad. Ossin)



Califfato Islamico :  ambizioni internazionali

Alain Rodier


Fino all’inizio del 2015, Daech ha concentrato il suo impegno sul fronte siro-iracheno per conquistare il suo « Stato » e fondare il « Califfato ». Tuttavia, dall’autunno 2014, il movimento salafita-jihadista sembra segnare il passo, non avanzando più, perfino essendo costretto ad abbandonare qualche posizione. Così è stato a Kobane, nel nord della Siria, e soprattutto nella provincia di Diyala, a est di Bagdad. Qui sono state le milizie sciite, spalleggiate dai pasdaran iraniani, che hanno fatto il lavoro sul terreno e nei cieli.

Buona parte dell’indebolimento della potenza militare di Daech si deve agli attacchi aerei della Coalizione. Essi impediscono a Daech di raggruppare le forze per lanciare le offensive “a pugno” che sono state la ragione del suo successo in Iraq all’inizio del 2014.  Tuttavia gli attivisti hanno trovato il modo di parare gli attacchi, mescolando i loro uomini alla popolazione civile nelle città. Sanno bene che gli aerei della coalizione non rischieranno di attaccare queste zone, per timore di danni collaterali troppo gravi, che potrebbero accrescere il sostegno di cui Daech beneficia in seno alla popolazione civile, quando l’obiettivo è esattamente l’inverso. Inoltre, a causa dell’estensione delle sue linee di comunicazione, i bombardamenti disturbano considerevolmente la logistica del movimento. Parallelamente le risorse ricavate dal traffico di idrocarburi diminuiscono parecchio, in quanto le istallazioni – anche di fortuna – vengono sistematicamente colpite.




Il "Califfo" Al Bagdadi



Globalmente, oltre ad offensive locali limitate nel tempo e nello spazio, la situazione sembra dunque bloccata, senza che l’una o l’altra delle parti riesca a prendere il sopravvento. Per contro Daech potrebbe tentare di intensificare le azioni terroristiche nel retroterra degli avversari, per costringerli a allentare la stretta.

Il Kurdistan iracheno, Bagdad, le zone sciite dell’Iraq e della Siria rischiano di essere duramente colpite in un prossimo futuro. Il movimento salafita-jihadista è interessato anche al Libano e alle alture del Golan, ma qui si scontra col Fronte al-Nusra e con le forze del Fronte Islamico, patrocinate dall’Arabia saudita.


Strategia all’infuori del fronte siro-iracheno

Agli esordi, Daech non era formalmente presente all’infuori del bastione siro-iracheno. D’altronde l’interesse di Abou Bakr al-Bagdadi non è in realtà volto all’esterno. La sua prima preoccupazione è di attirare volontari stranieri per rafforzare i ranghi dei suoi combattenti. Infatti ha un crudele bisogno di braccia, in quanto è – a ragione – consapevole che Daech si trova in una situazione di sotto effettivi rispetto alla missione che si è data (30.000 uomini secondo le stime statunitensi). Occorre poi colmare le perdite subite nel corso degli ultimi combattimenti che, secondo qualche fonte, si eleverebbero a diverse migliaia (1). Inoltre deve far vivere il nucleo di “Stato” che ha costituito a cavallo tra la Siria e l’Iraq. L’ha organizzato in province, guidate da governatori incaricati di far funzionare l’economia, la scuola, la sanità, la giustizia ecc. E’ certamente questa la spesa maggiore del movimento, che rischia di superare le entrate.

Al-Bagdadi ha chiesto a tutti i movimenti jihadisti già esistenti nel mondo – la maggior parte nati da Al Qaida, “canale storico” – di giurargli fedeltà. Per quanto il suo obiettivo finale sia di conquistare l’intero pianeta per estendervi il califfato, è verosimilmente consapevole del fatto che occorreranno diverse generazioni per realizzarlo. Disponendo di un organo di propaganda particolarmente efficace, fa lanciare appelli alla sottomissione da militanti stranieri (francesi, canadesi, indonesiani, moldavi, bosniaci, ecc). Facendo di tutt’erba un fascio, Al-Bagdadi si felicita tutte le volte che qualcuno di questi movimenti, abbandonando il suo nome di origine, gli giura fedeltà e proclama l’annessione di nuove “province” da parte del Califfato.





L'attuale "Califfato"



Così il giuramento di fedeltà di Ansar al-Charia Libye, movimento salafita presente soprattutto a Derna e a Bengasi, ha determinato la creazione delle wilayate di al-Barqah (est), di al-Tarbulus (ovest) e di al-Fizan (sud). Tenuto conto della situazione di disgregazione della Libia, questo paese è senz’altro uno dei campi più favorevoli per Daech. Si segnala d’altronde l’arrivo di combattenti stranieri, venuti a difendere la piazzaforte di Bengasi. C’è da temere che anche la Libia diventi un’attrazione per gli jihadisti stranieri. Di qui potrebbero estendersi alla Tunisia e al Sahel.

Ma curiosamente, al momento, il movimento sembra essere inverso. Infatti, a fine gennaio 2015, due Tuaregh della wilayata al-Tarbulus hanno invitato i movimenti islamici dell’Azawad a giurare fedeltà a Daech e a inviargli dei combattenti. Occorre dire che gli scontri con le forze del generale Haftar, che appoggia il governo legale di Tobrouk, sono particolarmente rudi.

La wilayata Sinai, in Egitto, è stata fondata sulle ceneri del movimento Ansar Beit al-Maqdis (Ansar Gerusalemme), presente in tutto il paese. Si tratta di un movimento molto temibile, protagonista di multiple azioni di guerriglia e di azioni terroriste omicide.

Per il momento, la Libia e il Sinai sembrano essere le due regioni più ricettive rispetto all’influenza dello Stato Islamico, ma anche altre province sono state costituite:

-    Una wilayata al-Jazair è sorta in Algeria, evidentemente per fornire una struttura ai “Soldati del Califfato”, l’unità che ha abbandonato Al Qaida al Maghreb Islamico (AQMI) per unirsi a Daech e che si è fatta tragicamente conoscere con l’omicidio di Hervé Gourdel nel settembre 2014. Tuttavia questa unità è sotto il fuoco delle forze di sicurezza algerine, che hanno neutralizzato la maggior parte dei suoi capi.

-    La wilayata Khorasan, a cavallo tra Pakistan, Afghanistan e India, è una dissidenza dei talebani afghani e pakistani. Sono stati ufficialmente designati dei governatori regionali, ma la loro effettività non si conosce. E’ possibile che i Talebani e Al Qaeda “canale storico” – che hanno qui il loro feudo – oppongano una vigorosa resistenza a questo tentativo di estensione. Il problema è che molti Pakistani sembrano sedotti dalle tesi di Daech che, secondo loro, è riuscito a sfidare l’Occidente e gli sciiti.

-    Sono comparse anche le wilayate di al-Haramayn in Arabia Saudita e al-Yaman in Yemen. E’ sbalorditivo, giacché in queste regioni nessun gruppo ha ufficialmente giurato fedeltà a Daech, e non si registra alcun segno di attività del movimento. La cosa rientra forse nella concezione ideologica della Dawa (il proselitismo islamico), ma non si collega ad alcun fatto reale sul campo, almeno per il momento. Nello Yemen, è sempre Al Qaeda nella penisola arabica (AQPA) a mantenere il controllo della situazione. Gli attentati di Parigi del gennaio 2015 e i combattimenti in corso contro le tribù al-Houthi hanno riportato questo “braccio armato” di Al Qaeda “canale storico” in primo piano.

-    Al contrario, quando il gruppo Abou Sayyaf (Filippine) e Abu Bakar Bashir, il leader religioso incarcerato del Jemaah Islamiyah (Indonesia), hanno giurato fedeltà al califfo Al Bagdadi, questi non ha creato alcuna wilayata in Estremo Oriente. Lo stesso nel Caucaso, dove numerosi dissidenti dell’Emirato islamico del Caucaso non riconoscono l’autorità di Ali Abou Mohammad el Dagestani.

Altre formazioni hanno un atteggiamento ambiguo. Così Boko Haram – che ha proclamato un Califfato nel nord est della Nigeria – pur felicitandosi con Daech per i suoi successi, non si è schierato sotto la sua bandiera perché continua ad essere fedele a Al Qaeda “canale storico” e al mullah Omar. Allo stesso modo gli shebab somali, che erano stati accolti all’interno della nebulosa Al Qaeda dal dottor Al-Zawahiri (Osama Bin Laden era più incerto), non hanno ancora chiarito la loro posizione.




Boko Haram


Scontro di civiltà o guerra interna all’islam?

Questa “espansione” di Daech si realizza nel quadro della guerra di influenza che la oppone ad Al Qaida “canale storico”. Mentre Abou Bakr Al-Bagdadi ha avuto il vento in poppa fino all’inizio del 2015, sembra che adesso Al Qaeda guadagni poco a poco terreno. Un segnale non inganna: gli jihadisti che si erano uniti in massa a Daech negli ultimi mesi sul fronte siro-iracheno sembra che rientrino, almeno in parte, nei movimenti di origine, generalmente il Fronte al-Nusra. Inoltre molte dichiarazioni comuni di ideologhi facenti parte di movimenti affiliati ad Al Zawahiri (AQMI e AQPA nel settembre 2014; Fronte al-Nusra e AQPA nel gennaio 2015) condannano la creazione del Califfato islamico in quanto il suo capo non ha rispettato la sharia, che pretende un consenso generale per essere riconosciuto come capo.

Detto questo, questi due movimenti, per quanto diversi nella loro struttura, restano pericolosi e perseguono il medesimo obiettivo: l’asservimento di tutto il mondo sunnita, i leader degli Stati mussulmani essendo considerati tutti dei “traditori”, venduti agli “Ebrei” e ai “crociati”. Quanto agli apostati “sciiti”, essi non meritano alcuna clemenza.

Dunque, più che di scontro di civiltà, si tratta prima di tutto di guerre interne all’islam:

-    Wahhabiti sauditi (2) contro i Fratelli mussulmani;
-    Salafisti-jihadisti – divisi tra Al Qaeda “canale storico” e Daech – contro tutti gli altri;
-    E globalmente il mondo sunnita, per quanto diviso, contro gli sciiti guidati da Teheran (4).
E’ vero che tutti costoro indicano quale loro nemico gli “ebrei” e i “crociati”, benché facciano parte del Libro (il Corano). Ma in realtà, essi costituiscono il “nemico lontano”, quando non si azzardi a venire in terra di Islam (il caso di Israele essendo a parte); i “nemici vicini” sono stati descritti più su.

Di fatto, quando uno straniero, più specificatamente un occidentale (5), si unisce allo jihad, non si rende assolutamente conto di essere utilizzato per fare la guerra ad altri mussulmani. Occorre ricordare che sono i mussulmani le prime vittime delle operazioni realizzate oggi dagli jihadisti in Africa e in Medio oriente.


Note:

(1)    Tutte le cifre indicate devono essere prese con molta cautela, perché le fonti sono varie e la loro affidabilità non è certa.

(2)    Ideologicamente il wahhabismo è molto vicino al salafismo. Mai salafiti vogliono rovesciare il regno dei Saud. E’ per questa ragione che questi ultimi si servono di un “wahhabismo saudita” destinato a preservare il loro potere.

(3)    I Fratelli mussulmani che si oppongono all’Arabia saudita sono attualmente rappresentati dal Qatar e dalla Turchia. Sono anche molto presenti in Libia, soprattutto in Tripolitania.

(4)     Il famoso “arco sciita” comprende l’Iran, una parte dell’Iraq e della Siria, Hezbollah libanese e le tribù al-Houthi in Yemen. Il Bahrein è a maggioranza sciita, ma governato da sunniti sostenuti da Riyadh. Gli sciiti rappresentano meno del 20% dei mussulmani.

(5)    I volontari occidentali sono per lo più del tutto ignoranti in materia di Islam
 



 

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