ProfileAnalisi, agosto 2015 - Per comprendere quello che alcuni chiamano il “doppio gioco” della Turchia, bisogna partire dall’analisi delle vere motivazioni di Erdogan che, tra gli altri maestri, si ispira anche a Machiavelli (nella foto, il presidente Erdogan)

 

 

 

Cf2R (Centre Français de Recerche sur le Renseignement), 19 agosto 2015 (trad. ossin)

    
Erdogan, il “nuovo sultano”
Alain Rodier


Il presidente Recep Tayyp Erdogan ha cambiato idea dopo l’attentato di Suruç, il 20 luglio (32 morti), autorizzando finalmente l’uso delle basi aeree turche per bombardare lo Stato Islamico, in Siria e in Iraq. Per comprendere quello che alcuni chiamano il “doppio gioco” della Turchia, bisogna partire dall’analisi delle vere motivazioni di Erdogan che, tra gli altri maestri, si ispira anche a Machiavelli.

Proveniente da una modesta famiglia originaria della regione di Trabzon (Trebisonda), sul mar Nero, appartiene alla confraternita dei Fratelli Mussulmani ed è ossessionato dall’eredità dello splendore dell’impero ottomano. Consapevole del suo personale valore, sogna di essere un nuovo uomo della provvidenza, non solo per la Turchia – per la quale già lo è dal 2002 – ma anche per il Medio Oriente. I suoi avversari più accaniti lo hanno peraltro soprannominato “il nuovo sultano”. Per raggiungere i suoi obiettivi non esita a servirsi di ogni mezzo, anche il più subdolo.


Dalla democrazia all’assolutismo

Erdogan si è servito per anni dei servigi della potente, ma discreta, confraternita Fethullah Gulen per scalare le gerarchie della politica turca. Attraverso essa, ha scalzato dal potere i generali, che avevano la fastidiosa tendenza a compiere un colpo di Stato ogni volta che giudicavano la “patria in pericolo”. Per fare ciò ha montato di sana pianta, con la complicità dell’istituzione giudiziaria – all’epoca profondamente infiltrata dalla confraternita Gulen – dei processi per “complotto” (1) che hanno portato centinaia di ufficiali, tra i più brillanti, alla sbarra. L’esercito turco è stato letteralmente castrato e oramai fanno carriera solo quelli che giurano fedeltà a Erdogan e alla confraternita Gulen.

Come ogni leader in cerca di assolutismo, Erdogan si è poi rivoltato contro gli stessi amici, che reclamavano continuamente ricompense per la loro attività in suo favore. A questo punto, essi hanno cominciato a rappresentare un rischio per le sue ambizioni personali. Si è allora aperta la caccia ai “gulenisti”, che reggevano i ministeri della Giustizia e dell’Interno, sempre col pretesto della lotta contro il “ventre molle dello Stato” e gli oscuri complotti che esso ordisce. Centinaia di poliziotti (tra cui, l’intera scorta di Erdogan), di procuratori e di avvocati sono stati quindi incarcerati da giudici agli ordini. Contemporaneamente, ogni giornalista che tentasse di approfondire il tema incappava in problemi giudiziari. Magistrati hanno inquisito altri magistrati, poliziotti hanno arrestato altri poliziotti: si è toccato il colmo dell’assurdità.

Per non trovarsi alla fine completamente isolato, restandogli alleato solo il MIT (servizi segreti) (2), Erdogan ha improvvisamente liberato gli ufficiali che scontavano la loro pena in prigione, a motivo che la maggior parte di loro dovevano considerarsi ingiustamente condannati da giudici al soldo della confraternita Gulen. In ogni caso questi ufficiali in pensione non rappresentavano più una minaccia e la misura di clemenza serviva a rassicurare un po’ la nuovo gerarchia militare, neutralizzando nel contempo ogni velleità di contestazione da parte del duetto giustizia/polizia.

Su di un altro piano, Erdogan avviò le procedure per fare entrare la Turchia nell’Unione Europea, cercando di mostrare la Turchia come un paese veramente “democratico” – e anche questo contribuiva a tenere buoni i militari consapevoli del fatto che un colpo di Stato avrebbe fatto mettere il paese al bando delle nazioni – e avrebbe dovuto favorire lo sviluppo economico, giocando abilmente nella concorrenza Europa/Stati Uniti/paesi arabi/paesi turcofoni.

Contemporaneamente Erdogan ha fatto di tutto per accrescere le risorse economiche del paese e per migliorare le condizioni dei più poveri, con molteplici iniziative di carattere sociale. D’altronde è proprio in questa frangia della popolazione, organizzata da una solida struttura politico-religiosa, che trova i suoi più fedeli sostenitori e i maggiori consensi per il Partito della Prosperità (AKP). Senza dover arrivare ai brogli elettorali, i Fratelli Mussulmani sanno comunque usare molto bene i meccanismi “democratici”, che sono il “punto di riferimento” per gli osservatori occidentali. Come al tempo dei fasti dell’URSS, le zone popolari sono perfettamente tenute sotto controllo, organizzate per edificio, strada, quartiere, villaggio, ciascuna unità sotto la responsabilità di un quadro dell’AKP che deve conoscere minuziosamente tutte le persone che vi abitano. E’ attraverso questi quadri che devono essere trasmesse le richieste rivolte al governo e sono loro che comunicano gli ordini delle autorità.


Il problema curdo

Restava il problema curdo in relazione al quale Erdogan, dimostrando un immenso pragmatismo, aveva ottenuto ciò che nessun predecessore era riuscito a fare: la pace delle armi. Si è servito del vecchio leader del PKK, Abdullah Ocalan - che, per quanto ancora prigioniero nell’isola di Imrali, gode tuttora di grande prestigio tra le popolazioni curde indipendentiste – per aviare tre anni fa un negoziato col PKK, attraverso il MIT. Erdogan se l’è dovuta allora vedere con una forte opposizione interna che saldava l’estrema destra, movimenti islamici radicali locali e perfino alcuni partiti politici nazionalisti ostili a questi negoziati di pace. Colmo dell’ironia, sperava che questa politica di apertura gli avrebbe fatto guadagnare dei voti curdi alle elezioni legislative del 7 giugno 2015, consentendogli di ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento. Maggioranza assoluta che gli era indispensabile per varare una nuova Costituzione in senso presidenziale tagliata a sua misura. Invece è stato il Partito democratico dei popoli (HDP), filo curdo, che ha ottenuto il 13,12 % dei voti e 80 deputati, ad impedire all’AKP di raggiungere la maggioranza assoluta.

 

Abdullah Ocalan


Furioso, Erdogan ha allora messo in campo un “piano B”. Ha impedito la formazione di un governo di coalizione per giungere a nuove elezioni legislative che si terranno in autunno. Sapendo di non doversi preoccupare delle due tradizionali formazioni dell’opposizione (il Partito repubblicano del popolo/CHP e il Partito d’azione nazionalista/MHP), fortemente in conflitto tra loro, il suo obiettivo è tenere il HDP al di sotto del 10%, che rappresenta la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento. L’AKP avrà quindi tutte le possibilità di ottenere la tanto desiderata maggioranza assoluta. E per fare ciò, Erdogan è ricorso di nuovo all’arma che già gli aveva permesso di ridurre al silenzio i militari e i suoi vecchi amici: la giustizia. Ha accusato i leader dell’HDP di “legami con un movimento terrorista”, per renderli ineleggibili. E’ peraltro vero che questi ultimi hanno connessioni con tutte le componenti curde, giacché sono stati loro a fare da intermediari tra Ocalan e i separatisti per avviare il negoziato di pace, con l’accordo di Erdogan.

Me per fare in modo di restituire al PKK una immagine veramente terrorista agli occhi degli elettori (3), occorreva che ricominciassero gli scontri armati. E’ stato quindi dato ordine di bombardare le retrovie del movimento, situate nell’Iraq del nord, per provocare una risposta armata. I “falchi della rivoluzione” (separatisti puri e duri, estrema sinistra e anarchici, ecc) si sono precipitati nella trappola passando all’azione. Da allora sono ricominciati gli attentati su tutto il territorio turco e Erdogan può presentarsi come l’unico garante dell’unità nazionale!


La disillusione della politica estera

Erdogan ha seguito con grande interesse le “primavere arabe”, soprattutto quando i Fratelli Mussulmani hanno cominciato a riportare dei successi. Ha sperato che il contagio si estendesse, dall’Egitto alla Libia, a tutto il Medio oriente, pensando inoltre che il regime siriano sarebbe crollato rapidamente. Su quest’ultimo punto era rassicurato dal fatto che gli Stati Uniti e l’Europa avessero intrapreso politiche fortemente ostili al governo di Bachar el-Assad (4). Erdogan si è quindi associato alle iniziative contro la Siria e, grazie alla lunga frontiera che separa la Turchia dalla Siria, ha consentito a tutti i movimenti di opposizione armata di passare attraverso il suo territorio, per recarsi nel nuovo teatro di guerra. Ma, a cominciare dalla fine del 2014, ha constatato con sgomento “l’abbandono” degli USA e degli Europei, che hanno smesso di minacciare direttamente Damasco.

Un’altra disillusione per Erdogan è stato il fatto che le popolazioni curde siriane del nord non si siano unite ai ribelli. Al contrario, hanno concluso un (discreto) patto di non aggressione col governo siriano, che ha loro lasciato campo libero, per concentrare le forze nelle zone considerate più vitali. Peggio ancora, i Curdi siriani si sono avvicinati al Partito dell’Unione Democratica (PYD), vicino ideologicamente al PKK. E’ stato dunque con interesse che ha assistito all’aggressione delle forze islamiste contro i bastioni curdi addossati alla frontiera turca. Solo che, se i primi scontri del 2013 nel nord-est della Siria non hanno avuto una eco internazionale, diverso è stato il caso della battaglia di Kobane, che ha riempito le prime pagine dei giornali. E’ stato perché costretto e forzato che Erdogan, dopo avere tergiversato per settimane, ha dovuto consentire il passaggio di qualche centinaio di peshmerga provenienti dall’Iraq, che andavano in soccorso della guarnigione curda. Per contro ha mantenuto fermo il divieto agli Statunitensi di usare le basi turche per portare soccorso a Kobane. Con suo gran dispiacere, ciò non ha impedito a questi ultimi di bombardare le posizioni dello Stato Islamico nei dintorni della città assediata, facendo partire gli aerei della US Air Force principalmente dalla Giordania.

Quando la città è stata liberata, l’ossessione di Erdogan è diventata che i Curdi siriani riuscissero a unire i tre “cantoni” di Cizré, Kobane e Efrin, che si stendono da est a ovest lungo la frontiera, per formare un embrione di Stato (5), cui i Turchi sono ostili a grande maggioranza (6).

 


Ha allora ripescato una vecchia proposta di “zona tampone” (7) di 90x40 chilometri collocata a ovest dell’Eufrate, dove il PYD non possa fare ingresso, Di fatto questa zona, che dovrebbe essere posta sotto controllo internazionale, taglierebbe in due la Rojava. Consentirebbe anche di crearvi dei campi per rifugiati dove la Turchia potrebbe rimandare parte dell’1,1 milioni di persone sfollate che attualmente accoglie (8). Erdogan avrebbe aperto le basi turche all’aviazione statunitense in cambio della realizzazione, a termine, di questa zona tampone. Essa potrà servire anche da retrovia per i movimenti di opposizione armata al governo siriano, soprattutto l’Esercito della conquista (Jaish Al-Fatah), che cerca di acquisire una legittimità nonostante sia composto principalmente da attivisti di Al Qaeda “canale storico”.


Conclusioni

Il presidente Erdogan è indubbiamente un uomo estremamente intelligente, ambizioso, manipolatore e dotato di una determinazione incrollabile (“forte come un Turco” non è un’espressione abusata). Ha dovuto fronteggiare una situazione interna difficile e vere e proprie rivoluzioni nei paesi della regione, che non hanno ancora finito di rimodellare il Medio Oriente. Al momento non è riuscito a giocare il ruolo di leader cui aspirava, a causa delle sconfitte patite dai Fratelli Mussulmani. L’accordo concluso dai “5+1” (9) con l’Iran sul nucleare, e la prossima fine delle sanzioni, costituiscono per la Turchia una vera sfida per la propria influenza nella regione.

Col passare del tempo, Erdogan è diventato paranoico e irrimediabilmente megalomane. Prova ne sia il fastoso palazzo che si è fatto erigere ad Ankara, quando la vecchia residenza di Cankaya (10) era più che decente.

Difficile prevedere ciò che il futuro gli riserva. Le sue collere sono temute in patria e all’estero. Per lui non esistono intoccabili – salvo lui. Lo stesso Ahmet Davutoglu, suo Primo Ministro ed ex ministro degli affari esteri, mostra un basso profilo, Sa che se dovesse dispiacergli, si potrebbe ritrovare in qualche “segreta sotterranea”, non potendo più essere impalato come ai tempi degli antichi sultani. Erdogan è imprevedibile perché è capace di qualsiasi voltafaccia. E’ riuscito a dividere le forze vive della Turchia e nessuna amministrazione, nessun gruppo di pressione – né la stampa, né il mondo degli affari – hanno presa su di lui. Paga tutto ciò con un isolamento personale sempre più pronunciato, ma la sua forza di carattere gli consente di resistere.

Sul piano internazionale, è costretto a ridimensionare le proprie ambizioni, dopo che l’Iran è tornato protagonista della scena internazionale e l’Egitto del presidente Sissi ha dimostrato di non essere fuori gioco, come sperava. Secondo sua abitudine, gioca a mettere gli uni contro gli altri, alternando collere e seduzione. Le sue recenti aperture verso l’Iran, la Russia e l’Arabia Saudita si inseriscono in questo contesto. Per contro, non sembra disposto a riallacciare con Israele.


Note:

•    [1] Il concetto di “ventre molle dello Stato” si ripete spesso nelle accuse.
•    [2] Il MIT, Milli Istihbarat Teskilati (Servizio di informazione nazionale), guidato da Hakan Fidan dal 25 maggio 2010.
•    [3] Questo movimento è tuttora considerato come tale dalla comunità internazionale.
•    [4] Col quale aveva intrattenuto le migliori relazioni nel passato.
•    [5] Chiamata Rojava, l'Ovest in lingua curda,
•    [6] Anche se già esiste uno “Stato” curdo nel nord dell’Iraq. Quest’ultimo costituisce un vantaggio per Ankara: dispone di petrolio. Inoltre è facilmente controllabile a cagione delle divisioni interne.
•    [7] Auspicava piuttosto una zona di esclusione aerea per combattere il governo di Bachar el-Assad.
•    [8] Su un totale di circa due milioni di rifugiati, composti da Afghani, Iraniani, Somali, ecc.
•    [9] I membri del Consiglio di Sicurezza, più la Germania.
•    [10] Residenza del Primo ministro dal 2014.

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