ProfileAnalisi, novembre 2015 - La politica estera del presidente Obama è ispirata dal dottor Zbigniew Brzezinski, suo mentore e sua guida, oltre che assertore del "Manifest Destiny". Una delle qualità del Dottore è la franchezza, cosicché possiamo conoscere, dalle sue stesse parole, quale spaventoso programma abbia in mente (nella foto, Z. Brzezinski)

 

 

Le blog de Bruno Adria, 26 – 31 ottobre 2015 (trad. ossin)
 
 
Brzezinski, Obama, l’islamismo e la Russia 
Bruno Adrie
 
(prima parte)
 
Il 25 agosto 2007, il candidato alla presidenza degli Stati Uniti, Obama, ottenne l’appoggio del dottor Zbigniew Brzezinski contro la candidatura di Hillary Clinton, con la motivazione (ufficiale) che “il fatto di essere stata la first lady non costituisce titolo per diventare presidente”. Dopo due mandati repubblicani che egli aveva duramente criticato, questo Dottore amico di David Rockefeller si diceva convinto che gli Stati Uniti avessero bisogno di un volto nuovo e di una nuova definizione del loro ruolo nel mondo
 
L’America di Obama che si andava delineando avrebbe finalmente dunque respirato, respinto le scelte aberranti dell’orgoglioso e incompetente Donald Rumsfeld, definito un “disastro americano” dal suo biografo Andrew Cockburn, ritirato le truppe dall’Afghanistan e dall’Iraq e sostituito le invasioni militari con un dialogo multilaterale con gli Stati arroganti, gli Stati Canaglia che rifiutano ostinatamente di aprire le loro frontiere alle forze della NATO e i loro portafogli al forte vento demoltiplicatore delle banche e dei fondi di investimento di Wall Street?
 
Qualcosa del genere sembrava promettere questo apostolo del “Manifest Destiny” (1), quando affermava di volere incontrare i leader iraniano e venezuelano, durante un confronto con l’ex first lady che, senz’altro offesa per il fatto che il famoso geopolitico ne aveva ridimensionato l’immagine confinandola appunto nel rango subalterno di prima donna, lo aveva definito “ingenuo”
 
Si poteva immaginare, en passant e senza prendere partito, che fosse almeno in corso un vero dibattito all’interno del partito democratico sulla politica estera da adottare. E si poteva essere certi che i rapporti non fossero al meglio tra la democratica “hawkish”(falco) e il vecchio habitué dei corsi e ricorsi della diplomazia. Ma come si era permessa Hillary di trattarlo da “ingenuo”? Un uomo come lui..
 
E’ dimostrato che Zbigniew Brzezinski ebbe fiuto a sostenere Obama. O magari aveva già saputo, grazie alle sue amicizie in seno al Center for a New American Security, che il giovane senatore dell’Illinois sarebbe “probabilmente” diventato presidente? Noi non sappiamo rispondere a questa domanda, ma quel che è certo è che, ancora prima dell’elezione, Obama si è affrettato a ringraziare il dottor Brzezinski, e che ha dichiarato, durante il suo discorso sull’Iraq del 9 settembre 2007, che non sarebbe mai riuscito a dire tutto il bene che pensava del contributo dato da Brzezinski al paese. A compenso di tale mancanza di esaustività confessata in premessa, si è accontentato di elargire ad un pubblico commosso alcuni tratti di una carriera e di un profilo esemplari: il Dottore ha contribuito all’elaborazione degli accordi di Camp David, cui era seguita una pace durevole tra Israele e alcuni dei suoi vicini, il Dottore ha per decenni formato gli specialisti della politica estera in entrambi i partiti, il Dottore è “uno dei nostri più eccezionali universitari”, è “uno dei nostri più eccezionali pensatori”, senza dimenticare che è “un amico eccezionale”, un uomo dal quale egli stesso ha personalmente imparato molto e che lo ha appoggiato durante la campagna presidenziale. Certamente per ragioni di tempo, il presidente Obama non ha pensato, nell’occasione, di menzionare uno dei tratti chiave del temperamento di Brzezinski: la sua franchezza e il gusto per la verità. Perché è vero che il Dottor Brzezinski è un uomo franco e autentico, e la sua franchezza discende direttamente dalla forza del credo che lo anima, un credo che è stato in altro contesto così delineato dal neoconservatore “Project for a New American Century”: il dominio del mondo da parte degli Stati Uniti è cosa buona per gli Stati Uniti e cosa buona per il mondo.
 
Brzezinski prepara la "caccia" ai Russi - Passo di Khyber, in Pakistan, a qualche chilometro dalla
frontiera afghana, il 3 febbraio 1980 (Washington Post, 4 febbraio 1980)
 
Una delle prove migliori – ma non l’unica – della franchezza del Dottor Brzezinski può trovarsi in una intervista accordata il 15 gennaio 1998 al magazine francese Le Nouvel Observateur, dal titolo: “Sì, la CIA è entrata in Afghanistan prima dei Russi…”, nella quale il Dottore conferma le dichiarazioni rilasciate dall’ex direttore della CIA Robert Gates nelle sue Memorie – lo stesso Robert Gates che, nominato da George Bush figlio al Pentagono nel 2006, vi resterà fino al 2011, vale a dire quasi al termine del primo mandato di Obama – secondo cui i servizi segreti statunitensi sarebbero entrati in Afghanistan ben prima della data indicata dalla “storia ufficiale”, che la colloca nel corso degli anni 1980.
 
Secondo Brzezinski, che sa di cosa parla e che non sarebbe obbligato a parlarne, “è stato infatti il 3 luglio 1979 che il presidente Carter ha firmato la prima direttiva sull’assistenza clandestina agli oppositori del regime filosovietico di Kabul. E quel giorno io scrissi una nota al presidente nella quale spiegavo che, a mio avviso, questo aiuto avrebbe provocato un intervento militare sovietico”. Infatti i Russi invasero l’Afghanistan il 24 dicembre 1979.
 
Dopo avere confessato questo retroscena, il geopolitico preferito da Obama si mostra raffinato, ma si capisce: “Noi non abbiamo spinto i Russi a intervenire, ma abbiamo consapevolmente accresciuto le probabilità che lo facessero”. Nessun complotto dunque, ma l’avvio di un’operazione che aveva l’unico scopo di accrescere le probabilità di una risposta a questa azione.
 
Al giornalista che, un poco spiritosamente, gli chiede se abbia dei rimorsi, l’amabile professore risponde: “Rimorsi, perché? Questa operazione segreta è stata un’idea eccellente. Ha attirato i Russi nella trappola afghana, e lei vuole che ne sia pentito? Il giorno in cui i Sovietici hanno ufficialmente attraversato la frontiera, io scrissi al presidente Carter in sostanza questo: Abbiamo oggi l’occasione di dare all’URSS la sua guerra del Vietnam”, per concludere con una disinvoltura da cowboy superdotato e pieno di buonsenso condiviso da tutti: “Che cos’è più importante per la storia del mondo? I Talebani o il crollo dell’impero sovietico? Qualche islamista eccitato o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?” 
 
Secondo il Dottore, coloro che sostengono che “il fondamentalismo islamico rappresenti oggi una minaccia mondiale” raccontano solo “sciocchezze”. E ha aggiunto: ”Non esiste l’islamismo globale. Guardiamo l’Islam con occhi razionali e non demagogici ed emotivi. E’ la religione più diffusa nel mondo, con 1,5 miliardi di fedeli. Ma che cosa c’è di comune tra l’Arabia Saudita fondamentalista, il Marocco moderato, il Pakistan militarista, l’Egitto filo-occidentale o l’Asia Centrale secolarizzata? Niente di più di ciò che unisce i paesi della cristianità”.
 
Dunque non dobbiamo avere dubbi che il Dottor Brzezinski sia un uomo franco. E non dobbiamo nemmeno avere dubbi sul fatto che, per il Dottor Brzezinski, il nemico giurato degli USA, chi fa impigliare la rocca lungo cui si srotola l’onda benefattrice della mondializzazione militar-economica, è la Russia.
 
Il presidente afghano Najibullah, impiccato ad un lampione col fratello,
dopo essere stato torturato ed evirato dai combattenti appoggiati dagli USA
 
Quanto alle sue idee sull’integralismo islamista, lascio a voi giudicare, ciascuno secondo il proprio punto di vista, giacché viviamo nell’era dell’opinione: i più si schiereranno, non ho il minimo dubbio, dalla parte delle idee assennate, ripetute e rimasticate dai nostri giornalisti e politici, questa gente troppo vista e troppo udita, questi due poteri al servizio delle lobbie affaristiche, la cui funzione essenziale è quella di confiscare la mia parola e la vostra, e di farci ingoiare rospi, assai spesso islamisti. Personalmente, io ho fatto la mia scelta: tra il Dottor Brzezinski e tutti questi habitué della menzogna e della disinformazione, tutti appartenenti ad una stessa Nomenklatura, che si abboffa di arroganza e di disprezzo, io scelgo il Dottore. Perché lui ha giocato un ruolo e lo dice, perché ci ha creduto e lo dice e perché anche a me ha insegnato molte cose. Evidentemente non condivido il suo credo sul ruolo degli Stati Uniti e credo invece che la dominazione USA non sia buona né per gli USA, né per il mondo. Ma ciò non mi impedisce affatto di credergli, quando racconta dei fatti.
 
 
(seconda parte)
 
“Chi domina l’Europa orientale, domina l’Heartland, chi domina l’Heartland domina l’isola mondiale”, vale a dire l’Eurasia. E’ grazie a questa frase, scritta nel 1904, che il geografo Halford Mackinder è diventato celebre. Ora l’Heartland (la zona perno), guardando la carta pubblicata nell’articolo di Mackinder, comprende grosso modo la Russia attuale, europea e asiatica, il Caucaso, l’Asia Centrale e l’Iran
 
Nel numero di settembre/ottobre 1997 del magazine Foreign Affairs, Zbigniew Brzezinski ha scritto un articolo intitolato “A Geostrategy for Eurasia”, nel quale si spinge anche oltre il pensiero egemonico del suo predecessore.
 
Secondo lui la Russia vive attualmente prigioniera della nostalgia del suo passato imperiale, una nostalgia che le impedisce di fare i conti col presente e progettare il futuro con pragmatismo. Invece di dare prova di realismo, la Russia è regolarmente tentata dall’impegnarsi “in sforzi futili finalizzati a riguadagnare lo statuto di potenza mondiale”. Questo, secondo Zbigniew Brzezinski, appartiene al passato, e la Russia deve smetterla di vivere in contemplazione di questo passato, dorato come i cieli delle vecchie icone.
 
Prima di tutto la Russia sconta un calo di crescita demografica che non le consentirà di governare un paese ampio 17 milioni di chilometri quadrati. La sua burocrazia, poi, troppo ingombrante e centralizzata, non ha consentito a questo immenso territorio di svilupparsi. Così, per quanto l’insieme resti sostenibile ed evoluto, il paese deve “modernizzarsi” e decentralizzarsi. Zbigniew Brzezinski, che nulla può fermare e che pensa a tutto, prende una mappa della Russia e, con due linee tratteggiate, ci fabbrica una “confederazione” di tre Stati: a ovest, la Russia Europea; al centro, una Repubblica Siberiana e una Repubblica estremo-orientale che sbocca sull’oceano Pacifico (vedi l’immagine più sopra), un sezionamento che, secondo lui, permetterebbe di liberare le forze vive per troppo tempo compresse e di accrescere le relazioni commerciali di questi nuovi territori coi loro vicini. 
 
E non si ferma qui. In un saggio dal titolo “The Choice: Global Domination or Global Leadership” (2004), approfondisce la sua idea, assumendo che “un impegno internazionale per sviluppare e colonizzare la Siberia potrebbe stimolare un autentico riavvicinamento tra gli Europei e i Russi”. Secondo lui, la Siberia è una nuova “Alaska”, una nuova “California”, un “Eldorado per pionieri avventurosi”, una “fonte di grande ricchezza” e di “lucrosi investimenti”. Preso dal suo slancio geopolitico, auspica perfino la trasformazione della Siberia in un bene comune euroasiatico, sfruttato in una spirito di condivisione. Secondo lui una simile soluzione avrebbe il vantaggio di “dare stimoli ad una società europea sazia”, grazie a questa “eccitante nuova frontiera” da conquistare. Una specie di “Drang nach Osten (2) per lo sviluppo”, per qualche verso. Ma, precisa, non vi si giungerà facilmente perché occorrerà passare per un mutamento interno, per il consolidamento di “un pluralismo geopolitico in Russia”. E’ d’altronde in questo che risiede, secondo lui, “uno dei principali compiti che incombono alla società euro-atlantica”, che ha il dovere di lottare contro le “ambizioni imperiali residuali della maggior parte dell’élite politica (russa)”. In qual modo? Ponendo “ostacoli a ogni tentativo di restaurazione imperiale (The Choice). Una idea assai radicata nella testa del Dottore: una Russia decentralizzata “sarebbe meno in grado di mobilitarsi come un Impero” (Foreign Affairs).
 
La mappa dei tre nuovi Stati, tratteggiata dallo stesso Brzezinski
 
Aggiungendo qualche altro dettaglio tratto dai suoi scritti, pensiamo di poter riassumere così il credo di Zbigniew Brzezinski. Esso si declina in tre necessità fondamentali che illustriamo:
 
La Russia deve smetterla di voler sfidare gli Stati Uniti e deve lasciarsi infeudare dall’Unione Europea e dalla NATO. In tal modo, essa non costituirà più una minaccia per gli Stati Uniti che saranno in grado, pensiamo, di esercitare altrove la loro pressione militare, perché no nel mar della Cina.
 
La Russia deve democratizzarsi, secondo la definizione che confonde democrazia e adesione al sistema occidentale di suffragio universale. Questa democratizzazione consentirà, lo si vede dovunque in Europa e negli Stati Uniti, di portare al potere dei tecnocrati opportunisti, dei membri delle reti atlantiste, non veramente interessati alle questioni delle libertà fondamentali e piuttosto indifferenti alle questioni ambientali. Questi agenti agiranno in conformità degli interessi degli oligarchi locali e stranieri e saranno remunerati dalle loro lobbie. Chiuderanno gli occhi sulla questione della regolamentazione dei mercati bancari, saranno favorevoli alle delocalizzazioni, che favoriranno modificando il codice del lavoro in modo che non ponga ostacoli allo sfruttamento della mano d’opera, e faranno pressione perché le politiche fiscali non nuocciano in alcun modo ai profitti di coloro che hanno sempre approfittato. Detto in parole povere, per accrescere i benefici degli azionisti locali e invasori, diffonderanno dovunque la corruzione.
 
La Russia deve accettare di essere smantellata e diventare terra di approdo di pionieri, per permettere di trarre maggiori profitti dalle ricchezze che racchiude un sottosuolo vergine che diventerà, a questo punto, giacché tutti gli uomini sono fratelli nell’estrazione, un territorio neutrale, una sorta di zona di condivisione economica. Ebbene, la cosa è ben pensata giacché la Repubblica di Siberia, la parte centrale del frazionamento, corrisponde esattamente al bacino della Siberia occidentale che detiene, secondo un rapporto dell’USGS del 2003 (Petroleum, Geology and Resources of the West Siberian Basin, Rusia, di Gregory F. Ulmishek), il più grande bacino petrolifero del mondo, che copre una superficie di 2,2 milioni di chilometri quadrati, esattamente situato tra gli Urali e il fiume Yenisei, e delimitato a nord dal mare della Siberia orientale. 
 
Sebbene conti diverse decine di enormi campi petroliferi e di gas, esso produce i ¾ del petrolio e del gas di tutta la Russia e, nonostante le dimensioni degli impianti, resta tuttora moderatamente esplorato. Se consultiamo adesso il BP Statistical Review of World Energy del 2015, per farci un’idea di questa manna su scala mondiale, scopriamo che oggi la Russia possiede il 6,1% delle riserve mondiali dimostrate (contro il 2,9% degli Stati Uniti) e che la Russia possiede anche il 17,4% delle riserve mondiali dimostrate di gas (contro il 5,2% degli Stati Uniti). Ricordiamo inoltre che l’Iran detiene il 18,2% delle riserve mondiali di gas, e il Turkmenistan il 9,3%. Inutile precisare che questi due paesi si situano nello Heartland di Mackinder.
 
Viene da sorridere quando si scorre la lista delle rinunce che il Dottor Brzezinski pretende dalla Russia, sia sul piano politico (rinuncia al sistema che consente al paese di difendere la propria indipendenza, per sostituirlo con un altro apparentemente democratico ma in realtà solo elettivo e, di conseguenza, poroso a tutte le attività di lobbying e a tutte le corruzioni proprie delle multinazionali), che economico (rinuncia alla sua sovranità su territori che offrono numerosi vantaggi economici grazie alle loro risorse, alle loro infrastrutture, e alle loro vie di comunicazione) e strategiche (perdita delle basi militari, di basi nucleari e di sbocchi al mare).
 
E’ difficile quindi mantenersi seri davanti a una simile storiella, così seriamente rivolta a lettori che si immagina unicamente preoccupati di accrescere la propria potenza e le proprie entrate, più precisamente la propria potenza attraverso le proprie entrate. Lettori dallo spirito “pionieristico” e che vedono nella Siberia una nuova California, una nuova Alaska, l’occasione di una nuova corsa all’oro, di una nuova Drang nach Osten che non avrà nulla di pacifico ma che sarà, al contrario, un saccheggio di più, un saccheggio in grande, il saccheggio in technicolor di un Heartland definitivamente conquistato e la cui sottomissione segnerà senz’altro, per quelli che ancora ci credono, la fine della Storia.
 
Ricordiamoci di quello che ha detto il presidente Obama del Dottore: che costui ha, per decenni, formato gli specialisti di politica estera di entrambi i partiti (è il caso di Madeleine Albright) e che questo universitario eccezionale, questo pensatore eccezionale, questo amico eccezionale gli ha personalmente insegnato molto, oltre ad averlo sostenuto durante la campagna presidenziale (le due andando di pari passo, evidentemente).
 
Appare dunque ragionevole pensare che questo Obama, marionetta politica forgiata e portata alla presidenza dai potenti che Zbigniew Brzezinski rappresenta, guidi oggi una guerra contro la Russia, una guerra cominciata con un colpo di Stato in Ucraina, che è proseguita con l’applicazione di “sanzioni” ed è finita con il tentativo di destabilizzazione dell’alleato siriano, favorita – è vero – dall’opportuna apparizione di una organizzazione terrorista in grado di giustificare l’ingerenza statunitense negli affari di uno Stato sovrano, attraverso bombardamenti e aiuti ad un esercito di liberazione composto da islamisti detti moderati, da islamisti tanto utili e forse non tanto moderati come si dice, come quelli che il Dottore armò fin dal 1979 in Afghanistan allo scopo di offrire ai Russi la loro “guerra del Vietnam”.
 
L’obiettivo degli USA di Obama, che è quello di Brzezinski e quello delle élite che decidono la politica estera dal Council on Foreign Relations, è di far ritirare la Russia, di chiuderla nelle sue frontiere per assediarla, sottometterla e frantumarla in tre deboli spezzoni, più facili da schiacciare sotto le grosse zampe dei dinosauri della mondializzazione.
 
Sperando che queste riflessioni consentiranno al lettore indeciso di meglio comprendere il signor Putin, la sua decisione di difendere la Siria, la sua resistenza dinanzi a quanto accade in Ucraina, la sua invasione della Georgia e la sua politica contro i movimenti “islamisti”, dei quali converrebbe conoscere le fonti di finanziamento, prima di chiudere qualunque analisi.
 
Note:
 
1) Destino manifesto (in inglese: Manifest destiny) è una frase che esprime la convinzione che gli Stati Uniti abbiano la missione di espandersi, diffondendo la loro forma di libertà e democrazia. I sostenitori del destino manifesto credevano che l'espansione non fosse solo buona, ma che fosse anche ovvia ("manifesta") e inevitabile ("destino"). In origine frase ad effetto della politica del XIX secolo, destino manifesto divenne un termine storico standard, spesso usato come sinonimo dell'espansione degli Stati Uniti attraverso il Nord America e verso l'Oceano Pacifico.
La frase venne coniata nel 1845 dal giornalista John L. O'Sullivan, all'epoca influente sostenitore del Partito Democratico. In un saggio intitolato "Annessione", O'Sullivan incitava gli Stati Uniti ad annettersi la Repubblica del Texas, non solo perché il Texas lo voleva, ma perché era "destino manifesto dell'America di diffondersi sul continente".
Nel 1885 apparve poi un saggio di John Fiske intitolato: “Manifest Destiny” che sosteneva il diritto degli USA di esportare in tutto il mondo i   e la propria organizzazione.
 
2) Drang nach Osten (in lingua italiana Spinta verso l'Est) è un'espressione che venne usata dagli intellettuali tedeschi a partire dal XIX secolo e, più tardi, dal nazionalsocialismo, per indicare i movimenti di popolazioni germaniche e l'espansionismo tedesca verso l'Europa orientale.
Essa si riferisce all'ambito della storia tedesca, che indica l'espansione verso l'Europa orientale degli stati germanici che portò alla conquista di aree slave e baltiche, dal Medio Evo (Ostsiedlung, realizzata tra il XII ed il XV secolo) sino alla fine della seconda guerra mondiale, dopo la sconfitta della Germania da parte degli Alleati.
 
 
Le note sono del traduttore
 
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