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ProfileAnalisi, novembre 2015 - Quante morti, quanti orrori, quanto dolore si devono, in ultima analisi, al cinismo narcisista di potenti come Hillary Clinton (probabile futuro presidente degli Stati Uniti) e di altri personaggi dalle mani lorde di sangue, come Nicolas Sarkozy e Bernard-Henri Levy, "l'usignolo dei cimiteri"? Le tragedie della Libia e della Siria stanno lì a raccontarcelo (nella foto, Hillary Clinton) 

 

 

E dalla “primavera” sgorgò un inutile fiume di sangue arabo
Ahmed Bensaada
 
 
“We came, we saw, he died” (1)
 
E’ con queste parole che Hillary Clinton, all’epoca segretario di Stato, accolse l’annuncio del feroce assassinio di Gheddafi. La citazione cesariana, teatralmente pronunciata sottolineando ogni parola con movimenti dell’avambraccio, era accompagnata da un sorriso largo da un orecchio all’altro, da uno sguardo sprizzante gioia, e da un risolino compiaciuto che solo una profonda soddisfazione può procurare. La natura umana è fatta così: vi sono sentimenti difficili da nascondere, anche quando si è al culmine del potere e la funzione suggerirebbe piuttosto la moderazione.
 
 
La reazione di Hillary Clinton alla notizia dell'uccisione di Gheddafi
 
 
Ma perché diamine la signora Clinton ha reagito con tanta gioia ad un linciaggio tanto disumano? Provava tanta animosità nei confronti di Gheddafi da non riuscire a rispettare il dovere di riservatezza che le era proprio?
 
E questo ci interroga su una questione di prima importanza: l’inimicizia dei decisori politici può influenzare la politica di un paese verso un altro, a costo di provocare il caos, la morte e la desolazione?
 
 
La Libia
 
Come nel caso della Tunisia e dell’Egitto, tutto è cominciato con manifestazioni indette attraverso i social network, Facebook e Twitter in primo luogo. Fu proclamato, il 17 febbraio 2011, un “giorno della collera”, e la pagina Facebook ottenne quasi 10.000 adesioni. Non è nella capitale, però, che la contestazione ha visto il suo debutto, ma a Bengasi, la seconda città del paese. Qui dei ragazzi hanno manifestato nelle strade, brandendo cartelloni con slogan identici a quelli che si erano già sentiti durante le rivoluzioni colorate, e video amatoriali sono stati trasmessi dai media mainstream.
 
 
Su Facebook, l'annuncio del "giorno della collera" in Libia (17 febbraio 2011)
 
 
Ma la situazione è rapidamente degenerata. I giovani sono presto spariti per lasciare posto ad attori ben più a loro agio con i kalashnikov che con le tastiere del computer. La rivolta si è quindi rapidamente trasformata in guerra civile e gli insorti si sono uniti sotto una “nuova-antica” bandiera, che altro non era se quella in uso ai tempi del re Idris Senussi, rovesciato nel 1969 dal colonnella Gheddafi. 
 
 
La "nuova-antica" bandiera della Libia post-Gheddafi
 
 
Galvanizzata dalla “primavera” araba, la ribellione anti-Gheddafi si è data come struttura politica il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT). Bernard-Henri Levy (BHL), il filosofo dalle camice immacolate anche in tempo di guerra, prese le difese degli insorti libici e riuscì a convincere il presidente Sarkozy a riceverli. Così, il 10 marzo 2011, tre rappresentanti del CNT incontrarono il presidente francese all’Eliseo: Ali Zeidan, Mahmud Jibril e Ali Essaoui.
 
 
Il presidente Nicolas Sarkozy saluta Ali Essaoui (al centro) e Mahmud Jibril (a destra), due esponentidel Consiglio Nazionale di Transizione Libico, il 10 marzo 2011
 
 
Ali Zeidan, diplomatico che aveva servito in India il governo di Gheddafi, riapparve dopo un lungo esilio in Germania, dove si era rifugiato nel 1980. Nel febbraio 2011, assunse un ruolo di primo piano nell’insurrezione libica, attraverso una sconosciuta Lega Libica per i diritti dell’uomo (LLDH), della quale era il portavoce ufficiale. Fu lui ad annunciare, ai primi del mese di marzo 2011, che la repressione del governo aveva già provocato “6000 morti, 3000 dei quali nella sola città di Tripoli, 2000 a Bengasi e 1000 in altre città. E il bilancio potrebbe essere ancora più grave”.
 
Si comprese qualche tempo dopo che questo annuncio era una bufala e che il numero dei decessi non superava i 300, secondo la maggior parte delle organizzazioni internazionali (2).
 
 
Inchiesta sui "6.000 morti di Gheddafi"
 
 
Il 14 marzo 2011, verso le 22, Hillary Clinton usciva dall’ascensore dell’hotel Westin, a Parigi. BHL, che l’attendeva a piè fermo, aveva fatto di tutto per poterle presentare la persona che si trovava con lui: Mahmud Jibril. Finalmente l’incontro tanto sperato tra Clinton e Jibril poteva realizzarsi. Christopher Stevens, il futuro ambasciatore statunitense in Libia, era presente all’incontro che durò circa 45 minuti. Il dissidente libico raccontò il suo sogno di “uno Stato civile democratico dove tutti i Libici fossero uguali, di un sistema politico partecipativo senza esclusione di alcun Libico, compresi i seguaci di Gheddafi che non avessero commesso crimini contro il popolo libico, e di come la comunità internazionale avrebbe dovuto proteggere i civili da un eventuale genocidio (…)”. E, consigliato da BHL, Jibril senz’altro consigliò a Clinton anche di appoggiare la proposta di una zona di esclusione aerea, di armare i ribelli e di attaccare l’esercito di Gheddafi.
 
Ma, convinto di non essere stato abbastanza convincente, tornò da BHL dopo la chiacchierata. Infuriato, se ne uscì da una porta secondaria per evitare i giornalisti al seguito della segretaria di Stato (3).
 
Per quanto questo fosse stato il primo incontro tra Clinton e Jibril, quest’ultimo non era uno sconosciuto per l’amministrazione USA. Egli infatti, dopo un primo ciclo universitario al Cairo, aveva continuato gli studi all’università di Pittsburgh (Stati Uniti), dove ottenne la laurea (con una tesi dal titolo “La politica statunitense nei confronti della Libia, 1969-1980: il ruolo dell’immagine”) e poi un dottorato in scienze politiche. Insegnò quindi per diversi anni in questa università, prima di entrare nel governo di Gheddafi con l’incarico di avviare delle riforme economiche, rivestendo dal 2007 al 2010 il ruolo di direttore dell’Ufficio per lo sviluppo economico nazionale.
 
Il cablo wikileaks 09TRIPOLI386 dell’11 maggio 2009 ci dice qualcosa sulle relazioni tra Jibril e il governo statunitense e tutto sembra provare che fossero buone. Infatti Gene Cretz (ambasciatore USA all’epoca) scrive che, “titolare di un dottorato in pianificazione strategica conseguito all’Università di Pittsburgh, Jibril è un interlocutore serio che ‘comprende’ la prospettiva statunitense” e che “Jibril augura il benvenuto alle compagnie statunitensi, agli universitari e agli ospedali”.
 
Citando l’università e mettendo “comprende” tra virgolette, l’ambasciatore Cretz voleva probabilmente insinuare che “Jibril è uno che ha studiato da noi: sta dalla nostra parte”.
 
Questa “preparazione del terreno” allo sviluppo del settore privato libico, assistito dal governo statunitense e realizzato da personalità di primo rango, ha spinto qualcuno a sostenere che, a partire dal 2007, Mahmud Jibril e altri oppositori di Gheddafi avevano “aperto la strada alla conquista da parte della NATO” (4).
 
Il 15 marzo 2011, l’indomani dell’incontro all’hotel Westin, il presidente Obama riunì il suo staff e alcuni membri del Consiglio di Sicurezza nazionale nella sala di crisi della Casa Bianca, per discutere della posizione da assumere nel dossier libico. Si poteva vedere, appoggiata al muro, Samantha Power, aggiunta speciale del presidente e direttrice degli affari multilaterali del Consiglio per la sicurezza nazionale (è attualmente ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU e membro del gabinetto del presidente Obama); Robert Gates, Segretario alla Difesa; Tom Donilon, presidente del Consiglio per la sicurezza nazionale; Denis McDonough, consigliere per la sicurezza nazionale (attualmente capo di gabinetto della Casa Binaca). Hillary Clinton vi partecipava dal Cairo, Susan Rice da New York e Gene Cretz da Parigi. All’epoca ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU, Rice occupa attualmente il posto di Donilon.
 
 
Tom Donilon, Barack Obama, Susan Rice e Samantha Power (6 giugno 2013)
 
 
Si formarono subito due schieramenti: quelli che si opponevano all’intervento statunitense in Libia (tra i quali, Gates, Donilon e McDonough) e i ferventi sostenitori di un’azione di forza contro Gheddafi (tra i quali, Power, Cretz e Rice).
 
Clinton informò il presidente dell’incontro con Jibril e aggiunse che la Lega araba avrebbe appoggiato l’idea di una zona di esclusione aerea. Jibril s’era sbagliato: secondo BHL, Hillary seppe ben nascondere quello che pensava durante l’incontro. Scrisse in proposito: “Fu lei, che pure non aveva fatto trasparire nulla di quanto pensava durante l’incontro, seppe poi convincere il Presidente, soprattutto lo convinse a non farsi convincere dal non interventista segretario alla Difesa, Robert Gates” (5). Cretz, dal canto suo, parlò di un rapporto su di un ospedale libico coi muri sporchi di sangue. Aggiunse che Gheddafi aveva fatto giustiziare “1200 prigionieri presi in ostaggio negli anni 1990” (6).
 
L’amministrazione Obama non si è limitata ai rapporti dei suoi funzionari per farsi un’idea sulla posizione da assumere nei confronti del problema libico. Ha fatto tesoro anche della competenza di “esperti” neoconservatori, veri e propri falchi dell’era Bush figlio e già responsabili del disastro iracheno, come Elliot Abrams (7) o il co-fondatore del think tank statunitense filo-israeliano “Washington Institute for Near East Policy” (Winep), Dennis Ross. E’ interessante notare che WINEP è una ceratura di “American Israel Public Affaris Committee” (AIPAC), la lobbie filo-israeliana più potente degli Stati Uniti (8).
 
Già al primo mandato, Obama nominò Dennis Ross quale Consigliere Speciale per il Golfo e l’Asia del Sud-Ovest della Segretaria di Stato Hillary Clinton. Pochi mesi dopo, Ross lasciò il Dipartimento di Stato per entrare nel gruppo della Casa Bianca incaricato della Sicurezza Nazionale e occupare il posto di assistente speciale del presidente Obama e di direttore anziano per il Medio Oriente, il Golfo Persico, l’Afghanistan, il Pakistan e l’Asia del sud. Ross, che era stato fautore dell’invasione dell’Iraq, è soprannominato “l’avvocato di Israele”, perché noto come supporter incondizionato dello Stato ebraico. Membro influente dell’AIPAC, fu probabilmente per ingraziarlo per il suo sostegno nella comunità ebraica statunitense durante la campagna presidenziale del 2008, che Obama lo ha nominato a quel posto (9). Non c’è bisogno di dire che Ross e Abrams sono andati a ingrossare le fila del gruppo Power-Cretz-Rice.
 
Due giorni dopo, il 17 marzo 2011, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottò la risoluzione 1973, che autorizzava la costituzione di una zona di esclusione aerea e l’assunzione di tutte le misure necessarie “per proteggere le popolazioni e le zone civili minacciate”.
 
Secondo alcune fonti, la signora Clinton ha lavorato molto per convincere gli Stati membri del Consiglio di Sicurezza a non utilizzare il diritto di veto, chiamando personalmente i loro rappresentanti (10).
 
Nonostante ciò, la risoluzione venne adottata con cinque astensioni: quella della Cina, della Russia, della Germania, del Brasile e dell’India.
 
Uno Statunitense amico della famiglia Gheddafi dice che la notte successiva (il 18 marzo 2011), Seif al-Islam Gheddafi, il figlio del capo dello Stato libico, cercò di organizzare una conversazione telefonica con Hillary Clinton, che rifiutò di parlare con lui. La segretaria di Stato chiese piuttosto a Gene Cretz di chiamarlo per ordinargli di ritirare tutte le truppe dalle città e di abbandonare il potere (11).
 
Il 19 marzo iniziò l’intervento militare: l’esercito USA lanciò, quel giorno, non meno di 110 missili da crociera Tomahawk per colpire i bersagli della difesa anti-aerea a Tripoli, la capitale, e a Misurata, nell’ovest del paese (12).
 
 
U.S. Tomahawk Cruise Missiles Hit in Libya (19 marzo 2011)
 
 
Nel giro di poche settimane, il paese venne messo a ferro e fuoco e, il primo maggio, un attacco aereo uccise il figlio minore di Gheddafi e tre nipotini. Ciò pose la questione se la risoluzione 1973 facesse di Gheddafi e della sua famiglia degli obiettivi legittimi.
 
Ma questa spedizione militare di Clinton e del suo gruppo di guerrafondai non piacque a tutti. Per esempio Dennis J. Kucinich, deputato statunitense, che ha ammesso di mantenere contatti con Gheddafi e il suo entourage. Egli temeva che la signora Clinton strumentalizzasse l’emozione per vendere una guerra ingiustificata contro la Libia. Kucinich ha riconosciuto di essere stato contattato da intermediari in Libia che gli dicevano che Gheddafi era pronto a negoziare la cessazione del conflitto, a condizioni che sembravano favorevoli alla politica dell’amministrazione USA.
 
Kucinich non era il solo a manifestare delle riserve. Assai scettici nei confronti del bellicismo clintoniano, anche alcuni alti responsabili del Pentagono hanno aperto dei canali diplomatici con la Libia di Gheddafi.
 
Alcune registrazioni segrete riconosciute dai loro protagonisti sono state minuziosamente analizzate dal alcuni giornalisti del Washington Times. Il risultato è che la signora Clinton ha trascinato gli Stati Uniti in una guerra inutile senza preoccuparsi delle raccomandazioni dei servizi segreti (13). Secondo questo articolo, molti responsabili statunitensi hanno confermato che fu la signora Clinton, e non Obama, a spingere per l’intervento della forza militare della NATO per liberarsi di Gheddafi. Nelle sue conversazioni private, Obama informava i membri del Congresso che la Libia era “affare di Clinton”. Così, invece di far conto sul ministero della Difesa o della comunità dei servizi per l’analisi, la Casa Bianca si è fidata della signora Clinton, spalleggiata da Susan Rice e Samantha Power.
 

 

Per vedere il video del Washington Times, clicca qui

 
 
 
Dopo la caduta di Gheddafi, Christopher Stevens venne nominato ambasciatore in Libia, posto che occupò per non più di tre mesi. L’11 settembre 2012 egli venne infatti assassinato da islamisti libici, quegli stessi che egli aveva aiutato a prendere le redini della Libia post-Gheddafi (14). In proposito la segretaria di Stato disse: “Molti Statunitensi si chiedono oggi, e io stesso mi sono posta la domanda, come questo possa essere successo. Come è potuto succedere in un paese che noi abbiamo aiutato a liberarsi, in una città che noi abbiamo aiutato a sfuggire alla distruzione?” (15)
 
 
Secretary Clinton Delivers Remarks on the Deaths of American Personnel in Benghazi, Libya (12 septembre 2012)
 
 
Dopo questi drammatici avvenimenti, è stata creata la “Citizens’ Commission on Benghazi” (CCB). Questa commissione non politica, nella quale siedono ufficiali in pensione dell’esercito degli Stati Uniti, oltre ad ex responsabili della CIA, si è fissata il compito di “tentare di stabilire la verità su quanto accaduto a Bengasi, in Libia, l’11 settembre 2012, a proposito dell’attacco terrorista contro il complesso diplomatico USA che ha provocato la morte di quattro Statunitensi, ivi compreso l’ambasciatore in Libia, Chris Stevens” (16).
 
La relazione conclusiva è stata pubblicata il 22 aprile 2014 col titolo “How America Switched Sides in the War on Terror” (Come gli Stati Uniti hanno cambiato di campo nella guerra contro il terrorismo) (16).
 
Il documento riporta varie discussioni che vi sono state tra alti gradi dell’esercito USA e i familiari di Gheddafi.
 
Il 20 marzo 2011, vale a dire il giorno dopo l’inizio degli attacchi USA, il generale Abdelkader Youssef Dibri, capo della sicurezza personale di Muammar Gheddafi, trasmise una proposta di Gheddafi per giungere una tregua che permettesse l’avvio di pourparler diretti col governo degli Stati Uniti. Il contrammiraglio statunitense in pensione Charles R. Kubic, che lavorava in Libia come consulente d’affari, ne fu subito informato.
 
Già il giorno dopo, il 21 marzo 2011, Kubic fece in modo di inoltrare la proposta a AFRICOM-Stoccarda. Il suo contatto, il luogotenente colonnello Brian Linvill, fece quanto necessario perché l’informazione giungesse il giorno stesso al comandante dell’AFRICOM, il generale Carter Ham che accettò di collaborare. Linvill ne aveva già discusso direttamente col generale libico Ahmed Mahmoud, un parente di Gheddafi. A sua volta, il generale Carter Ham comunicò con grande entusiasmo la proposta al Pentagono attraverso la catena di comando.
 
Secondo Kubic, “i Libici arresteranno tutte le operazioni di combattimento e ritireranno tutte le forze militari alla periferia delle città”.
 
Il 22 marzo Gheddafi cominciò a ritirare le sue forze da città importanti sotto il controllo dei ribelli, come Bengasi e Misurata.
 
Ma, dopo due giorni di attesa e di va e vieni coi Libici, il generale Ham non aveva ancora ricevuto alcuna informazione quanto alla risposta da dare all’offerta di Gheddafi.
 
Il contrammiraglio Kubic ha dichiarato che il generale aveva piuttosto ricevuto l’ordine di ritirarsi dal negoziato e questi ordini venivano direttamente dal Dipartimento di Stato. Interrogato dal giornalista del Washington Times, il generale non ha voluto commentare questa dichiarazione.
 
E’ sempre Kubic a porsi la questione principale: “Se volevano cacciare Gheddafi dal potere, allora perché non accettare una tregua di 72 ore?”, per concludere: “non era sufficiente cacciarlo dal potere, lo volevano morto”.
 
Kubic fece altre rivelazioni: “(Gheddafi) si rifece vivo e si disse pronto a lasciare il paese per consentire la nascita di un governo di transizione, ma poneva due condizioni. La prima era di avere la garanzia che, dopo la sua partenza, una forza militare restasse attiva per combattere contro Al Qaeda. La seconda era un lasciapassare e il ritiro delle sanzioni contro lui, la sua famiglia e i suoi fedeli. In quel momento tutti pensavano che fossero condizioni ragionevoli, Ma non il Dipartimento di Stato”.
 
La conclusione del rapporto della CCB è assai eloquente. Afferma che la guerra in Libia non era necessaria, che avrebbe potuto essere evitata, solo se gli Stati Uniti l’avessero permesso, e che l’amministrazione statunitense ha reso possibile la fornitura di armi e il sostegno militare a ribelli legati a Al Qaeda.
 
La guerra allora è continuata come se niente fosse. Decine di migliaia di vite sono state inutilmente sacrificate sull’altare di una “democrazia” chimerica e un paese chiamato Libia è andato a rotoli…
 
Catturato il 20 ottobre 2011, Muammar Gheddafi è stato selvaggiamente linciato e sodomizzato da ribelli isterici. Allungato su un lurido materasso, il suo corpo ferito e senza vita venne esposto come un trofeo di caccia a una folla di sfaccendati assetati di immagini macabre.
 
 
 
 
“We came, we saw, he died”, Clinton è riuscita ad avere la pelle della sua preda.
 
E non è stata sola in questa impresa. La storia ricorderà anche il ruolo di altri ferventi promotori dell’intervento militare contro la Libia, come il presidente Nicolas Sarkozy, il senatore John McCain e “l’usignolo dei cimiteri” Bernard-Henri Levy.
 
Gloria ai vincitori: il 9 marzo 2012, l’AFRICOM è stata decorata con il “Joint Meritorious Unit Award”, per il ruolo svolto nella “primaverizzazione” della Libia (18).
 
 
Il generale Carter Ham, comandante dell'AFRICOM e il "Chief Master Sergeant" Jack Johnson Jr.

 

 
Ma quanto inutile sangue libico è costata?
 
 
La Siria
 
La guerra civile che continua in Siria presenta curiose similitudini con quella della Libia: a) l’epicentro iniziale della rivolta siriana non è stato nella capitale ma in una regione di frontiera (diversamente a quanto accadde in Tunisia e in Egitto); b) Una “nuova-antica” bandiera è comparsa come vessillo degli insorti; c) la fase non violenta della rivolta è stata brevissima; d) il coinvolgimento militare straniero (diretto o indiretto) ha trasformato in breve tempo le proteste non violente in una sanguinosa guerra civile.
 
E, come nel caso della Libia, questa “rivoluzione” avrebbe potuto rapidamente concludersi con le immagini del presidente Bachar, il cuore divorato dai jihadisti specialisti della questione, esposto su un lurido materasso. “Aiutata” dalla macchina da guerra della NATO, la Siria avrebbe subito la stessa sorte della Libia, se non vi fosse stata la lezione della “risoluzione 1973”.
 
Infatti molti paesi hanno ritenuto che gli Stati Uniti e i loro alleati abbiano stravolto e abusato di questa risoluzione, consentendo che la NATO andasse oltre il mandato ricevuto dal Consiglio di Sicurezza. In particolare la Russia e la Cina che, ogni qualvolta che se ne presenti l’occasione, oppongono il loro veto a qualsiasi risoluzione dell’ONU di condanna della Siria e del suo presidente Bachar al-Assad.
 
Resta un importante somiglianza tra i due conflitti: la tragedia siriana avrebbe potuto anch’essa essere evitata, e ciò fin dal febbraio 2012. Secondo quanto è stato recentemente rivelato dal presidente finlandese (1994-2000) e premio Nobel per la Pace (2008), Martti Ahtisaari (19).
 
 
 
 
Il 22 febbraio 2012, Martti Ahtisaari incontrò i rappresentanti delle cinque nazioni membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per conto di The Elders, una ONG che raggruppa personalità indipendenti impegnate per la pace e i diritti dell’uomo nel mondo. Ahtisaari, che ha grande esperienza di risoluzione di conflitti internazionali, si ricorda bene del suo incontro con una vecchia conoscenza: Vitali Tchourkine, il rappresentante russo.
 
Tchourkine gli propose un piano di risoluzione del conflitto siriano in tre punti: 1) non armare l’opposizione; 2) organizzare un dialogo tra l’opposizione e Bachar al-Assad; 3) permettere a Bachar al-Assad di ritirarsi dalla scena elegantemente.
 
Ahtisaari è convinto che questa fosse una proposta formulata direttamente dal Cremlino. Si affrettò dunque a presentarla ai rappresentanti statunitense, britannico e francese. Ma la cosa non ebbe alcun seguito. Secondo l’ex presidente finlandese, l’indifferenza verso la proposta russa era motivata dal fatto che, all’epoca, tutti pensavano che Bachar avesse le ore contate e, dunque, non ci fosse bisogno di fare alcunché.
 
Indubbiamente ancora elettrizzata dal suo “trionfo” contro Gheddafi, Hillary Clinton dichiarò, il 28 febbraio 2012, che il presidente Bachar “poteva essere definito un criminale di guerra” (20). All’epoca il conflitto aveva provocato circa 7500 morti. Oggi il numero è salito a 250.000, con 8 milioni di profughi all’interno della Siria, e 4 milioni di rifugiati nei paesi vicini (21).
 
Senza contare le migliaia di migranti siriani che fuggono dal paese e percorrono le strade europee alla ricerca di un piccolo pezzo di mondo al riparo dalla violenza, dal sangue e dall’odio.
 
A proposito di questi migranti, Ahtisaari esprime un’opinione senza appello: “Non siamo riusciti ad evitarlo, perché si tratta di una catastrofe che abbiamo creato noi stessi (…). Non vedo altra possibilità che di prenderci cura di questi poveretti… Stiamo pagando il conto di quanto noi stessi abbiamo provocato” (22).
 
Quante vite avrebbero potuto essere salvate, quanti orrori avrebbero potuto essere evitati, quanto dolore avrebbe potuto essere risparmiato se solo si fosse ricercata una soluzione che avesse posto l’Essere Umano al di sopra degli interessi bassamente politici o dei sentimenti personali dei leader politici occidentali?
 
Le varie vicende tragiche che hanno interessato i paesi arabi, e che i benpensanti vogliono venderci come una “primavera”, dimostrano fino a qual punto sia giunta l’ipocrisia dei decisori politici occidentali. Dietro i loro discorsi melliflui, trasudanti falsa morale e vuotezza di contenuti, si celano mani lorde.
 
Lorde per tutto l’inutile fiume di sangue arabo che continua a sgorgare da questa sfortunata “primavera”.
 
 
Note:
 
 
1) “Venimmo, vedemmo, lui morì”
2) Ahmed Bensaada, « Arabesque$: Enquête sur le rôle des États-Unis dans les révoltes arabes », Éditions Investig’Action, Bruxelles, 2015, cap.5
3) Jeffrey Scott Shapiro e Kelly Riddell, « Exclusive: Secret tapes undermine Hillary Clinton on Libyan war », The Washington Times, 28 gennaio 2015, http://www.washingtontimes.com/news/2015/jan/28/hillary-clinton-undercut-on-libya-war-by-pentagon-/?page=all
4) Vedi nota 2
5) Bernard-Henri Lévy, « Trois rencontres avec Hillary Clinton », L’Orient le jour, 28 aprile 2015, http://www.lorientlejour.com/article/922611/trois-rencontres-avec-hillary-clinton.html
6) Michael Hastings, « Inside Obama's War Room », Rollingstone, 13 ottobre 2011, http://www.rollingstone.com/politics/news/inside-obamas-war-room-20111013
7) Ahmed Bensaada, «Il dandy e i falchi», www.ossin.org, settembre 2013, http://www.ossin.org/crisi-siria/1462-il-dandy-e-i-falchi
8) Ahmed Bensaada, «Gli attivisti della ‘primavera’ araba e la lobbie filo israeliana», www,ossin.org, settembre 2013,
http://www.ossin.org/uno-sguardo-al-mondo/analisi/1472-gli-attivisti-della-primavera-araba-e-la-lobbie-filo-israeliana
9) Ahmed Bensaada, « Ahmadinejad à Times Square », Le Quotidien d’Oran, 15 agosto 2010, http://www.ahmedbensaada.com/index.php?option=com_content&view=article&id=92:ahmadinejad-a-times-square&catid=48:orientoccident&Itemid=120
10) Vedi nota 3
11) Vedi nota 6
12) Merle David Kellerhals et Stephen Kaufman, « Une coalition internationale frappe l'armée libyenne », IIP Digital, 19 marzo 2011, http://iipdigital.usembassy.gov/st/french/article/2011/03/20110321143806x0.4037091.html#axzz3mzCfxgWO
13) Vedi nota 3
14) Ahmed Bensaada, «Haftar, il ‘partner efficace’ degli Stati Uniti in Libia», www.ossin.org, giugno 2014,
http://www.ossin.org/libia-74526/1580-haftar-il-qpartner-efficaceq-degli-stati-uniti-in-libia
15) IIP Digital, « Déclaration de Mme Clinton sur la mort d'Américains en Libye », 12 settembre 2012, http://translations.state.gov/st/french/texttrans/2012/09/20120912135851.html#axzz27vpD3aFo
16) Citizens’ Commission on Benghazi, « Declaration of the Citizens’ Commission on Benghazi », http://www.aim.org/benghazi/declaration-of-the-citizens-commission-on-benghazi/
17) Citizens’ Commission on Benghazi, « How America Switched Sides in the War on Terror - An Interim Report by the Citizens’ Commission On Benghazi », 22 aprile 2014, http://www.aim.org/benghazi/wp-content/uploads/2014/04/CCB-Interim-Report-4-22-2014.pdf
18) United State Africa Command, « U.S. Africa Command Receives Joint Meritorious Unit Award for Libya Operations », 21 marzo 2012, http://www.africom.mil/newsroom/article/8869/us-africa-command-receives-joint-meritorious-unit-
19) Julian Borger et Bastien Inzaurralde, « West 'ignored Russian offer in 2012 to have Syria's Assad step aside' », The Guardian, 15 settembre 2015, http://www.theguardian.com/world/2015/sep/15/west-ignored-russian-offer-in-2012-to-have-syrias-assad-step-aside
20) Donna Cassata, « Hillary Clinton: Bashar Assad Fits War Criminal Category », The Huffington Post, 28 febbraio 2012, http://www.huffingtonpost.com/2012/02/28/hillary-clinton-assad-war-criminal_n_1306664.html
21) La Croix, « Syrie : 8 millions de déplacés et 4 millions de réfugiés », 21 settembre 2015, http://www.la-croix.com/Actualite/Monde/Syrie-8-millions-de-deplaces-et-4-millions-de-refugies-2015-09-21-1359145
22) Vedi nota 19
 
 
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