ProfileAnalisi, settembre 2016 - Raccontate alla popolazione che lo Stato-nazione è finito, che non è in grado di garantire il pieno impiego (o di impegnarsi per realizzarlo) e vi libererete della responsabilità anche solo di dovervi tentare (nella foto, Yanis Varoufakis)
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Off Guardian, 12 agosto 2016 (trad.ossin)
 
Perché è sbagliato il DiEM2025 di Varoufakis
Will Denayer
 
Questo testo tratta di strategia, ma la strategia non può essere considerata indipendentemente dalle persone, dalle loro storie e dalle loro azioni. Syriza è sempre stato un complicato conglomerato di gruppi politicamente eterogenei, ma dopo la vittoria elettorale del gennaio 2015, fino alla capitolazione sette mesi dopo, si è soprattutto caratterizzata per uno scontro accanito tra due orientamenti principali. Da una parte, c’era una sinistra eterogenea che intendeva rispettare le promesse elettorali (il programma di Salonicco): basta con l’austerità, la Grecia avrebbe negoziato un annullamento del debito e, se la Troika avesse spinto il paese all’estremo limite, avrebbe abbandonato la zona Euro. Anche la direzione, dall’altro lato, voleva finirla con l’austerità. Ma non intendeva a nessun costo uscire dall’Euro
 
Yanis Varoufakis
 
Come spiega Lapavitsas, la direzione di Syriza era convinta che, se la Grecia avesse respinto un nuovo piano di salvataggio, i creditori europei avrebbero ceduto di fronte al pericolo di un disordine finanziario e politico. Il cervello di questa strategia era Yanis Varoufakis. Fu lui a negoziare coi creditori per più di sei mesi. Ma la Grecia non poteva negoziare efficacemente senza un piano alternativo che prevedesse anche la possibilità di uscire dalla zona Euro. Creare proprie liquidità era l’unico modo di evitare l’impasse della Troika. Questo sarebbe stato tutt’altro che facile, naturalmente, ma avrebbe almeno offerto la possibilità di resistere alle strategie catastrofiche dei piani di salvataggio. La direzione di Syriza alla fine si è trovata senza alcuna scelta (vedi qui).
 
    «Syriza ha fallito, scrive Lapavitsas, non perché l’austerità sia invincibile, né perché sia impossibile un cambiamento radicale, ma perché, disastrosamente, non voleva, e non era preparata, a mettere in discussione la permanenza nell’Euro. Il mutamento radicale e l’abbandono delle politiche di austerità in Europa avrebbero richiesto un confronto diretto con la stessa unione monetaria. Per i piccoli paesi, questo significa prepararsi all’uscita, per i paesi importanti, questo significa adottare delle modifiche decisive agli accordi monetari sbagliati» (vedi qui e anche qui per il suo punto di vista su un Grexit).
 
Oggi Varoufakis torna in campo come fondatore del DiEM2025 (Movimento per la democrazia in Europa). L’ex ministro greco delle Finanze gode di grande credibilità nella sinistra europea. Gran parte di questa credibilità si fonda sulla leggenda metropolitana della lotta eroica condotta da Syriza contro le potenze non democratiche dell’Europa, che non hanno mostrato alcuna intuizione economica, alcuna considerazione per il destino del popolo greco, né vero rispetto per la democrazia.
 
Oggi si sente lo stesso discorso. Nel 2015, il governo greco non aveva in definitiva altra scelta se non quella di accettare le condizioni poste dalla Troika. Oggi, DiEM2025 vuole riformare le istituzioni dell’Unione europea. Ancora una volta non c’è altra scelta. Una lotta al livello nazionale è impossibile, la sinistra deve unirsi in tutta Europa e combattere frontalmente le istituzione della UE. L’obiettivo di DiEM2025 è di «democratizzare l’UE sapendo che, altrimenti, essa si disintegrerà con un prezzo terribile per tutti» (vedi qui). Vi sono solo due alternative terribili: rientrare nel presunto arcaico bozzolo dello Stato-nazione, o arrendersi all’oligarchia europea. Obiettivo di DiEM2025 è di «convocare un’assemblea costituzionale» nel corso della quale gli Europei potranno decidere il modo di presentare, da qui al 2025, una democrazia europea a pieno titolo, con un Parlamento sovrano che rispetti l’autodeterminazione nazionale e condivida il suo potere con i parlamenti nazionali, le assemblee regionali e i consigli municipali (vedi qui). In effetti si tratta di un’utopia, come ammette Varoufakis in The Independent. Ma, aggiunge, è «molto più realista del tentare di mantenere il sistema così come è» o «tentare di uscirne». Se siete greci o britannici, sfuggire e impossibile (vedi qui e qui). Questo vi ricorda qualcosa?
 
Quali riforme?
 
Il sistema di democrazia sopranazionale di DiEM2025 dovrebbe fondarsi su un Parlamento europeo dotato di ampi poteri, esclusivo titolare del potere legislativo, cui si affianchino un organo esecutivo completamente riformato e un presidente eletto direttamente. Questo sistema garantirebbe che la Commissione adotti politiche basate sulla volontà dei popoli. Alla base di tutto devono esservi i risultati elettorali di partiti europei rinnovati e davvero transnazionali (vedi qui e qui).
 
Ci sono però dei problemi. Per cominciare, la proposta suppone, bizzarramente, che vi sia un nesso di causalità tra i maggiori poteri del Parlamento europeo e un cambiamento politico e ideologico. Ma perché dovrebbe essere così? E’ certo che gli Europei eleggeranno un Parlamento più orientato a sinistra, una volta che se ne siano accresciuti i poteri? E come si riuscirà ad accrescere il potere del Parlamento europeo? Non può essere lo stesso Parlamento europeo a farlo, occorre tanto di più. E ancora, perché cominciare con il Parlamento Europeo? Un cambiamento di questo genere richiede che cambino i rapporti di forza in seno alla Commissione e ai due Consigli. Infatti ciò che è necessario è una revisione delle istituzioni europee nella loro totalità. E ciò può avvenire solo come esito di un cambiamento a livello nazionale. Perché allora cominciare, concentrandosi sul livello sopranazionale?
 
DiEM2025 ha una strategia (se volete) per giungere a un cambiamento politico. La nuova democrazia europea sopranazionale avrebbe bisogno di andare di pari passo con la creazione di un «elettorato post-nazionale o sopranazionale». Ma come dovrebbe funzionare? Come Thomas Fazi rileva giustamente, è evidente che per la grande maggioranza dei cittadini europei ordinari, le barriere linguistiche e le differenze culturali sono di ostacolo ad una piena partecipazione politica a un livello sopranazionale (vedi qui). Questo può sembrare ovvio, ma è una preoccupazione reale. Perché mai avremmo bisogno di simili partiti? Cosa potrebbero ottenere più di altri?
 
E’ vero il contrario. Una maggiore integrazione, anche accompagnata da un rafforzamento del Parlamento, non comporta necessariamente più controllo popolare. Varoufakis suppone ingenuamente che una versione migliorata del Parlamento Europeo basterebbe a garantire un appropriato controllo democratico sulle decisioni dell’Unione. Come spiega ragionevolmente Fazi, questa ipotesi ignora totalmente la questione della forza dell’oligarchia (guarda qui). La ricerca dimostra sistematicamente che i problemi relativi al lobbying si acutizzano al livello sopranazionale. I trasferimenti di sovranità a organi internazionali contribuiscono a ridurre il controllo popolare. Tali organi sono, generalmente, fisicamente, culturalmente e linguisticamente più lontani dal grande pubblico di quanto siano gli organi nazionali. E ciò dà ancora più forza all’oligarchia (guarda qui).
 
Nell’Unione Europea vi sono due fonti di legittimità democratica: il Parlamento europeo, direttamente eletto dai popoli dell’UE, e il Consiglio dell’Unione Europea (il Consiglio dei ministri), oltre a Consiglio europeo (i capi dei governi nazionali). La Commissione europea viene eletta di concerto da entrambe. Si possono dire molte cose negative sulla Commissione Europea, e a buona ragione, ma la verità è che il Parlamento europeo è un po’ diverso dai Parlamenti nazionali. In teoria, i membri dei Parlamenti nazionali hanno il potere di proporre leggi. Non è così nel Parlamento europeo, che può soltanto approvare emendamenti che la Commissione potrà accogliere o respingere. Tuttavia, nei Parlamenti nazionali, in media meno del 15% delle proposte di legge provenienti da singoli parlamentari diventano legge (guarda qui). Pochissimi parlamentari (o proprio nessuno) propongono un disegno di legge che non sia stato in precedenza approvato dal loro partito e/o non sia il frutto di trattative coi partner di coalizione. Certo il Parlamento europeo non funziona come un Parlamento a pieno titolo dovrebbe funzionare, ma lo stesso può dirsi per la maggior parte dei Parlamenti nazionali. Ciò significa che la lotta per la Democrazia in Europa deve essere fatta a livello nazionale. Non si tratta solo di un problema delle istituzioni europee, ma esiste dovunque in Europa.
 
Le istituzioni europee sono una scatola vuota se i governi nazionali non collaborano con le politiche europee. Il voto nel Consiglio si esprime o a maggioranza qualificata o all’unanimità. Tutte queste decisioni vengono prese da politici nazionali o da rappresentanti nazionali. E’ così anche per il consiglio di amministrazione della Banca centrale europea. C’è un presidente, un vice presidente e quattro altri membri. Tutti vengono nominati dal Consiglio europeo. Le decisioni della BCE vengono assunte da questi sei membri più i governatori delle banche nazionali dei 19 paesi della zona Euro. Il collegamento col livello nazionale è sempre evidente.
 
La situazione della Commissione è peggiore. Essa ha un presidente che viene eletto dal Parlamento europeo. Questo non vuol dire molto, perché l’ultima (e prima) volta che è successo, il nome di Juncker era l’unico presente sulla scheda. I 27 altri commissari sono non eletti, e ciò significa che la loro designazione è il risultato di trattative tra i governi nazionali. Nel corso degli anni, si è consolidato l’uso di approvare le leggi in un’unica lettura. Cruciali misure di nuova governance economica, come il Trattato fiscale, il Six-Pack, il Two-Pack e il Semestre europeo sono stati approvati con metodi fondamentalmente non democratici. E’ un fatto pessimo e deve senz’altro cambiare, ma in quale misura si tratta di procedure diverse da quelle adottate nella maggior parte dei parlamenti nazionali in Europa? L’austerità e le riforme sono state discusse nei parlamenti nazionali, fino a quando la minoranza ha votato contro e la maggioranza ha approvato, magari con qualche franco tiratore qui o là. Nessun governo nazionale in Europa è caduto a causa dell’introduzione di misure di austerità. Ciò dimostra che il problema non risiede solo nelle istituzioni europee. Infatti, senza l'ossessione macabra dell’ordoliberalismo, del monetarismo, della competitività, del mercantilismo e delle "riforme strutturali" a livello nazionale, l'UE non sarebbe in grado di mantenere questa agenda.
 
Nello stesso tempo, come scrive Wolfgang Kowalsky, la protezione sociale si è considerevolmente abbassata fino agli standard dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), che sono ben al di sotto delle norme europee minime attuali (guarda qui). E’, anche questa, una pessima cosa. Ma guardate cosa accade al livello nazionale. Non è diverso ciò che accade in Francia, nel Regno Uniti o in Belgio o in altri paesi nei quali dei governi conservatori (poco importa il loro colore politico) applicano (o tentano di applicare) una pletora di leggi antisociali.
 
Al posto di queste misure di facciata, come le definisce Kowalsky (organizzare “un anno del cittadino UE”, ecc), sarebbero tante le iniziative che l’UE potrebbe promuovere se avesse interesse alla democrazia. Potrebbe, per esempio, rendere reale la democrazia UE nei posti di lavoro e impegnarsi per la democrazia industriale – espressioni che non si trovano mai in alcun documento politico europeo (compresi quelli del Parlamento europeo). Al contrario, le istituzioni (compreso il Parlamento europeo) tentano attualmente di intromettersi nel campo di competenza nazionale della contrattazione collettiva, fissando limiti all’evoluzione dei salari – una chiara strategia di distruzione dell’autonomia delle parti sociali (guarda qui). Ma anche tutto questo lo ritroviamo, in una forma o un’altra, nella maggior parte dei paesi europei e dunque, ancora una volta, si tratta di una lotta da combattere a livello nazionale, e non da partiti transnazionali ma da partiti socialdemocratici e democratici di sinistra.
 
Il TINA (There is no alternative) della sinistra
 
Il TINA di DiEM è ancora peggiore delle sue errate analisi delle istituzioni europee e del suo negare la decisività dei rapporti di forza nazionali. E non è un caso. E’ la logica conseguenza della sua diagnosi su cosa non va nel mondo: se i paesi sono diventati impotenti di fronte alla mondializzazione, ne consegue che è assurdo impegnarsi in una lotta politica a livello dello Stato nazione. E’ la tesi di DiEM. Ma lo Stato nazione non è affatto impotente contro la mondializzazione.
 
L’idea che DiEM2025 e molti altri propugnano è che il modello politico fondato sullo Stato-nazione sia “finito” (Varoufakis). In Europa gli Stati-nazione hanno guadagnato «responsabilità senza potere» mentre le istanze sopranazionali hanno guadagnato «potere senza responsabilità». La sovranità dei parlamenti nazionali si è dissolta. Oggi mandati elettorali nazionali sono naturalmente impossibili da rispettare. Ne consegue che l’unica opzione rimasta sia quella di riformare le istituzioni europee (o più precisamente il Parlamento europeo). Varoufakis non è l’unico a pensarla così. Secondo Slavoj Zizek, la lezione che la sinistra deve trarre dall’episodio Syriza è che è impossibile combattere il capitalismo mondiale in un solo paese. Secondo Zizek «la nuova neo-keynesiana tentazione socialdemocratica, momentaneamente in voga in taluni ambienti e che mira a sviluppare la lotta al livello di Stato nazione, è solo una cortina fumogena che copre la confusione di una pseudo-sinistra approdata in realtà al nazionalismo e al populismo, intrattenendo la popolazione con l’illusione che si può fare la differenza» (guarda qui). Ben detto, ma non è vero.
 
Come fanno a saperlo e perché ne sono tanto certi? Qualche anno fa, Dani Rodrik ha elaborato quel che definisce «il trilemma politico dell’economia mondiale» (guarda qui). In una situazione di vera integrazione economica internazionale, la democrazia, la sovranità nazionale e l’integrazione economica mondiale diventano incompatibili tra loro. E’ possibile combinarne due, ma giammai tutte e tre pienamente e contemporaneamente. Se volete più mondializzazione, dovrete rinunciare a un po’ di democrazia o di sovranità nazionale. Per esempio, se un paese decide di agganciare la propria moneta ad un’altra e consente a flussi di capitali di entrare e uscire senza restrizioni, non può pretendere di fissare anche autonomamente il proprio tasso di interesse. In tale contesto, la dimensione politica dello Stato-nazione si riduce.
 
Il trilemma di Rodrik è ovviamente noto. Come scrive giustamente Bill Mitchell, è stato abilmente venduto da tutte le forze politiche in ogni parte del mondo. Si tratta di un teorema straordinariamente conveniente. Raccontate alla popolazione che lo Stato-nazione è finito, che non è in grado di garantire il pieno impiego (o di impegnarsi per realizzarlo) e vi libererete della responsabilità anche solo di dovervi tentare. Lo stesso vale per l’austerità e tutte le altre cose. Se lo Stato-nazione è finito, è inutile opporvisi. La questione di sapere se ciò sia vero o meno non è stata ovviamente mai posta – tutti sembrano già conoscere la risposta. Ma non è questo che Rodrik intendeva dire. Il titolo del suo articolo “How far will economic integration go?” [Fin dove si spingerà l’integrazione economica?] fornisce già un indizio (guarda qui). Contrariamente alla vulgata in voga, Rodrik ha scritto che l’integrazione economica internazionale non è vera, vale a dire che resta considerevolmente limitata, anche se il nostro mondo è asseritamente globalizzato.
 
Vero è che l’articolo di Rodrik risale al 2000, ma il mondo non è radicalmente cambiato da allora. Come ha notato Mitchell, ci sono ancora frontiere nazionali. Vi è incertezza sui tassi di cambio, nonostante la deregulation crescente. Vi sono differenze culturali e linguistiche enormi che sono di ostacolo ad una piena movimentazione delle risorse attraverso le frontiere nazionali. Si registrano “preferenze interne” nei portafogli di investimento. C’è una forte correlazione tra i tassi di investimento nazionali e i tassi di risparmio nazionali. Il movimento di capitali tra ricchi e poveri è notevolmente minore di quello previsto dai modelli teorici. Persistono severe restrizioni alla mobilità internazionale della mano d’opera (guarda qui).
 
La verità è che noi non viviamo in un mondo totalmente globalizzato, assolutamente. Dunque gli Stati nazione possono perseguire politiche nazionali autonome. Questa è la conclusione cui giungono tutti quelli che studiano la questione (guarda qui per uno studio di Godar, Paetz e Truger sula possibilità di politiche redistributive e di sviluppo al livello nazionale nell’Unione Europea e qui per una rassegna della letteratura).
 
Il TINA di DiEM non è per nulla dimostrato. La tesi che il capitale sia diventato totalmente sopranazionale e che noi, per combatterlo e avere qualche possibilità, dobbiamo seguirne l’esempio e portare la lotta allo stesso livello sopranazionale è scorretta. Il carattere “senza patria” del capitale può essere contrastato al livello nazionale e ciò porterà ad una cooperazione internazionale – altrimenti non sarà combattuto. Se il capitale è diventato totalmente “senza patria” e se lo Stato nazione è finito, perché Goldman-Sachs e altri pagano Hillary Clinton con milioni di dollari per discorsi che devono restare segreti? Perché le lobby delle grandi imprese iniettano miliardi nelle istituzioni legislative dei paesi, perché i think tank e le agenzie di marketing che si occupano solo di orientare l’opinione degli elettori fioriscono dovunque, perché le imprese investono tanto per acquistare media che diffondano il loro patrimonio ideologico? E’ perché lo Stato-nazione è finito?
 
Come ha scritto Bill Mitchell nel suo blog qualche tempo fa, la «realtà attuale [è] che i politici hanno ancora la possibilità legislativa di limitare l’attività economica attraverso i confini […] La sfida del momento non è di cedere la propria sovranità nazionale a qualche Stato mitico dell’integrazione economica internazionale, ma di resistere alla corruzione del processo di elaborazione politica nazionale da parte delle tecnocrazie e di fare in modo che il sistema di voto non venga corrotto dai lobbysti che lavorano nell’interesse di specifiche élite capitaliste» (guarda qui).
 
E perché tutto questo non si fa? Si può accusare la destra di molte cose, ma non di essere destra. Ognuno è quel che è. Ma la stessa cosa non vale per la sinistra. Come scrive Bill Mitchell:
 
    «Il problema è che la stupidità dei politici di sinistra ha accettato il mito che l’integrazione economica internazionale sia tanto avanzata e inevitabile che essi debbono abbandonare i programmi progressisti tradizionali e mettersi al servizio del capitale. Il loro essere di sinistra si dovrebbe concretare nell’inverosimile intento di riuscire a mantenere in un modo o nell’altro le loro posizioni politiche per ottenere risultati più equi» (guarda qui)
 
E’, in parole povere, quel che è accaduto negli ultimi trenta anni o quasi. Non è stata la finanziarizzazione a piegare le reni della democrazia (come Varoufakis ha recentemente dichiarato alla televisione olandese – guarda qui), ma la falsa idea che assolutamente niente di più si possa fare, che un cambiamento strutturale è impossibile, che la lotta politica al livello dello Stato nazione è superata e che l’unica cosa che la sinistra può fare è di governare secondo i canoni neoliberali, con qualche correttivo sociale qui e là. Correttivi che si rivelano totalmente insufficienti, è vero, nella misura in cui la democrazia sociale, come il New Labour con Blair nel Regno Unito, non ha completamente accettato l’ideologia neoliberale sugli scrocconi delle prestazioni sociali, ecc, e ha quindi reso tutto ancora peggiore per i disoccupati e la povera gente, di quanto già non fosse.
 
Nondimeno resta possibile per i paesi che battono moneta di elaborare proprie politiche economiche – politiche che si propongano, tra l’altro, la piena occupazione. E’ la questione vera. Non si tratta di democratizzare le istituzioni. Non è il bisogno di una politica europea transnazionale. Non è qualcosa sospesa nell’aria, come un modello di società che – come spiega Varoufakis – è «allo stesso tempo libertario, marxista e keynesiano» (guarda qui e qui). Quel di cui abbiamo bisogno sono dei partiti di sinistra capaci di vincere le elezioni nazionali.
 
Perché dare priorità al livello nazionale?
 
Se DiEM2025 vuole lottare per «istituzioni europee più democratiche», lasciamolo fare. Ma la lotta più importante sarà quella che si farà su scala nazionale. Niente può danneggiare di più l’oligarchia europea di paesi che decidano di uscire dall’unione monetaria europea (o minaccino di farlo), tornino in una situazione di equilibrio, tornino a crescere facendo meglio dell’eurozona malfunzionante e ultra-neoliberale. Ovunque in Europa, il capitale crea divisioni tra fittizie linee di frattura etniche e culturali, perseguendo una strategia del divide et impera contro il lavoro. La sinistra deve impegnarsi in questa lotta a ogni livello. L’internazionalismo non ha mai significato rinunciare alla lotta nazionale. E’ vero il contrario. Tutto questo non ha assolutamente niente a che vedere col nazionalismo. Non parliamo di quello che gli Inglesi o i Tedeschi possono fare perché sono inglesi o tedeschi, ma perché è a questo livello che si possono raggiungere i migliori risultati. Gli Irlandesi hanno battuto i progetti di privatizzazione dell’acqua. Non hanno avuto bisogno di una lotta a livello europeo per riuscirci. A questo livello la privatizzazione dell’acqua è forse impossibile da evitare. Ma gli Irlandesi sono riusciti a farlo nel loro paese. E’ solo una strategia per avanzare là dove è più facile farlo. Ciò non esclude la solidarietà internazionale. Al contrario si tratta di una condizione perché tale solidarietà si realizzi. Noi abbiamo bisogno di partiti socialdemocratici autentici che vincano le elezioni nazionali, inviino dei rappresentanti di sinistra al Parlamento europeo, dei rappresentanti di sinistra al Consiglio e alla Commissione e dei keynesiani alla BCE. La lotta per gli investimenti, la ripresa e contro l’austerità e le lobby delle imprese deve essere portata avanti all’interno di queste istituzioni. Come potrebbero riuscirvi dei partiti transnazionali? E’ a livello nazionale (e locale) che le persone sono più coinvolte dalla politica. E’ qui che si trovano le forze maggiori.
 
Non è ovviamente il punto di vista di Varoufakis. Come ha spiegato a The Independent, quasi otto anni dopo lo scoppio della crisi finanziaria, la disoccupazione nell’Unione Europea è ancora a livelli di crisi, è due volte più alta che negli Stati Uniti e nel Regno Unito – che hanno attualmente raggiunto quello che gli economisti considerano come il pieno impiego. Tanto per cominciare, nessuno crede a queste statistiche. Ci sono milioni di disoccupati in questi due paesi. «Se la disoccupazione fosse ancora al 10% o all’11% nel Regno Unito o negli Stati Uniti, i loro governi sarebbero caduti», dice Varoufakis a The Independent (guarda qui e anche qui e qui per un punto di vista critico). Come fa a saperlo? E’ per caso caduto il governo in Spagna, dove pure la disoccupazione supera il 20%? E’ caduto il governo irlandese? Il più importante partito filo-austerità irlandese ha vinto ancora una volta le elezioni e l’ex Primo Ministro è stato confermato. Nessun partito transnazionale potrà cambiare questa situazione. Ma lo potranno fare dei partiti socialdemocratici onesti, autentici e che abbiano dei principi, se vedranno la luce.
 
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